Perché la gip Tiziana Landoni ha scarcerato Youssef Siher
Youssef Siher non ha istigato alla violenza. Non ha progettato un piano eversivo per far cadere il governo. E non ha nemmeno commesso il reato previsto dall’ultimo decreto sicurezza. Infine, quando è stato individuato non ha cercato di scappare. Per questo la giudice delle indagini preliminari Tiziana Landoni ha rimesso in libertà il 30enne ricercatore di Brescia accusato di essere la mente dietro gli scontri del 17 e 18 ottobre a Milano nonostante abbia creato i canali e gli account «incriminati» su Instagram e Telegram solo la sera del 18. Questo si legge nelle motivazioni dell’ordinanza che lo ha scarcerato.
L’ordinanza
Secondo la procura di Milano e la pm Francesca Crupi doveva stare in carcere per via del pericolo di fuga. «Sebbene italiano di seconda generazione – si legge nella richiesta di convalida del fermo – ha dimostrato di essere in grado di rendersi irreperibile». Landoni risponde ricordando che Sehir è nato in Italia, ha una moglie e un lavoro. Peraltro «non sono stati documentati dalle indagini suoi abituali spostamenti all’estero».
Quando la polizia è andata a cercarlo sabato sua madre e i suoceri hanno subito detto che era da un’amica a Milano (dove verrà trovato). Non solo: agli agenti sono stati forniti numero di cellulare e modello e targa dell’auto. Durante la perquisizione non ha dato il codice di sblocco del telefono. Così come fanno di solito i manager indagati. Per esempio Christian Malangone, direttore generale del Comune di Milano e braccio destro di Beppe Sala durante l’inchiesta sull’urbanistica. E lui non è finito in carcere.
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La violenza
Nel canale Telegram “Movimento 17 ottobre” Siher ha scritto: «Lo Stato ci piscia addosso e i media ci fanno credere che piove. Meloni dichiara guerra al futuro di questo Paese e noi dichiariamo guerra a questo presente infame». Ma senza istigare alla violenza. Le sue sono parole di «disobbedienza civile». E non «specifici e concreti riferimenti ad azioni violente». Quando gli iscritti al canale hanno inneggiato ai saccheggi il ricercatore «non risulta aver caldeggiato o in qualche modo sostenuto» quei comportamenti. E ancora: «Le pagine pubblicate, va rimarcato, non contengono riferimenti a strumenti offensivi da utilizzare nel corso delle manifestazioni (…) Vi era l’esplicito invito ai manifestanti a “restare fermi e calmi” in caso di lancio di lacrimogeni». Per la giudice, Siher voleva «una mobilitazione collettiva» contro il Governo. Inseguiva il sogno di formare «una coscienza collettiva».
Il piano eversivo
Riguardo l’aggravante di terrorismo la giudice nel provvedimento scrive che se anche gli altri reati fossero riconosciuti – e così non è, secondo la sua lettura – anche questa ipotesi sarebbe comunque da scartare. Le azioni di Siher «non potrebbero ritenersi tali da arrecare un grave danno allo Stato né risultano essere state compiute allo scopo di intimidire la popolazione», come sostenuto dagli inquirenti, «suscitando nella società nel suo complesso un turbamento profondo e perdurante». Perché non si può sostenere che le sue azioni «fossero volte ad esercitare forme di costrizione nei confronti di organi di vertice delle Istituzioni, né che le stesse fossero sorrette da finalità di eversione dell’ordine democratico dello Stato».
La violenza
Siher è indagato anche per violenza organizzata nelle manifestazioni, ovvero il nuovo reato introdotto dall’esecutivo. La gip cancella pure questa accusa. Nei post e nei comunicati pubblicati sui canali social, l’indagato «non prospetta mai il ricorso ad azioni violente» o altri comportamenti che possano configurare un reato.
Una mobilitazione collettiva
La giudice esclude anche che l’attivista propal indagato con la moglie Sagia Hammoud si sia «ispirato alle gravi violenze verificatesi nelle giornate del 17 e 18 ottobre 2026, neppure menzionate quale modello delle forme di protesta da lui proposte». Siher si sarebbe «di fatto limitato a promuovere una mobilitazione collettiva “consapevole” di protesta contro le attuali politiche governative, capace di coinvolgere il maggior numero di persone, con l’obiettivo di favorire, come da lui espressamente dichiarato, il formarsi di una coscienza collettiva».
Il vademecum
E pure la «guida pratica per la difesa in piazza», ossia il documento «Rivoluzione, istruzioni per l’uso. Liberamente ispirato dal manuale della Rivoluzione del 2011» che ha pubblicato, valorizzato dall’accusa nel fermo, per la giudice non conterrebbe alcun riferimento «a strumenti offensivi da utilizzare nel corso delle manifestazioni contro le forze dell’ordine, né istruzioni per reagire dinnanzi al lancio di lacrimogeni». Indicazioni che invece, sottolinea la gip, «sono riportate nel file contenente il “vademecum” integrale rinvenuto all’interno del pc dell’indagato, ma mai pubblicato nel suo gruppo Telegram».

