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L’invasione delle bare cinesi low cost in Europa: «Costano un terzo di quelle italiane». I produttori chiedono l’intervento dell’Ue: «È concorrenza sleale»

31 Ottobre 2026 - 16:31 Cecilia Dardana
bare legno cinesi
In cinque anni ha chiuso i battenti un quarto dei fabbricanti europei, schiacciati dai prezzi della Cina. Il dossier arrivato a Bruxelles: dall'allarme per le vernici tossiche alle dogane aggirate con il trucco dei cofani smontati «in stile Ikea»
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Se persino il settore funebre, storicamente ancorato a dinamiche locali e ritenuto al riparo dagli scossoni del commercio globale, finisce travolto dalla concorrenza asiatica, significa che l’invasione delle merci cinesi a basso costo ha raggiunto ogni angolo del mercato europeo. Dopo le auto elettriche, i pannelli solari e l’elettronica di consumo, il «made in China» mette ora a rischio di estinzione anche l’industria dei cofani mortuari. Così, i fabbricanti del continente hanno deciso di fare fronte comune, rivolgendosi direttamente ai vertici comunitari.

Come scrive Politico, nelle scorse settimane una delegazione di costruttori europei ha incontrato i funzionari della Commissione europea per sollecitare l’apertura di un’indagine antidumping formale. L’obiettivo è accertare se Pechino stia inondando il mercato dei 27 con manufatti venduti a prezzi artificialmente stracciati grazie a pratiche commerciali scorrette e sussidi statali, ponendo le basi per la nascita di una vera e propria lobby di categoria a Bruxelles.

Il tracollo delle fabbriche

L’impatto sui produttori tradizionali è già tangibile. Negli ultimi cinque anni un quarto delle aziende europee del settore è stato costretto chiudere: il loro numero complessivo è crollato da 120 a 90 realtà attive. Parallelamente, il flusso di casse da morto in legno arrivate dalla Cina verso l’Unione europea ha registrato un’impennata quasi raddoppiata, passando da 16 milioni di euro di valore nel 2022 a ben 28 milioni nel 2025.

La differenza di costo

In un’interrogazione indirizzata al Commissario al Commercio Maros Sefcovic, gli eurodeputati di Fratelli d’Italia avevano già segnalato i dati industriali del settore: «Secondo i dati disponibili, produrre una bara costa circa 260 euro in Italia e circa 80 euro in Cina, il che permette di vendere le bare cinesi sul mercato europeo a un prezzo compreso tra 100 e 110 euro». Un abbattimento dei costi reso possibile dal mix tra aiuti di Stato, costo irrisorio della manodopera, legname a buon mercato e incentivi all’esportazione garantiti dal governo di Pechino.

I rischi per la salute

Il dossier finito all’attenzione dell’esecutivo Ue non riguarda soltanto le perdite economiche, ma solleva questioni di sicurezza sanitaria e ambientale. Secondo quanto denunciato dai parlamentari europei, nei cicli di lavorazione cinesi verrebbero impiegate vernici tossiche espressamente vietate all’interno dell’Unione europea, sostanze che durante i processi di cremazione rilasciano nell’atmosfera microparticelle cancerogene. Articoli che riuscirebbero a varcare i confini europei senza adeguati controlli doganali.

La “scappatoia Ikea”

A complicare il quadro c’è poi il sospetto che le statistiche ufficiali sulle importazioni sottostimino ampiamente la portata reale del fenomeno, in particolare per il mercato italiano. I fabbricanti denunciano infatti la diffusione della cosiddetta «scappatoia Ikea»: molte bare verrebbero spedite dalla Cina completamente smontate in singoli pezzi piatti, dichiarate ai varchi doganali sotto codici merceologici generici legati al legno o all’arredamento, per poi essere riassemblate sul territorio nazionale e immesse sul mercato come prodotti finiti, aggirando tracciamenti e dazi. Perché la Commissione possa avviare misure restrittive o tariffe protettive, spetterà ora ai produttori documentare formalmente l’esistenza del danno economico e il nesso diretto con le pratiche distorsive di Pechino.

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