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Non c’è il record di tasse dietro l’aumento della pressione fiscale con Giorgia Meloni. Tre economisti spiegano perché

29 Ottobre 2026 - 17:17 Gianluca Brambilla
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L'esecutivo non ha introdotto nuove imposte significative, ma le entrate fiscali continuano a crescere. Un effetto combinato di almeno tre elementi: fiscal drag, aumento degli occupati e lotta all'evasione
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Fin dai tempi di Silvio Berlusconi, il taglio delle tasse è stato uno dei principali cavalli di battaglia del centrodestra. Il governo di Giorgia Meloni non è stato da meno e ha sbandierato la riduzione di alcune imposte – dallo stop al bollo auto alla rimodulazione degli scaglioni Irpef – come un punto cardine della propria proposta politica. Eppure, è proprio sulle tasse che da mesi le opposizioni attaccano l’esecutivo. I dati, d’altronde, sembrano dare ragione proprio a loro, almeno a un primo sguardo. Secondo i dati diffusi nelle ultime settimane dall’Istat, nel 2025 la pressione fiscale ha raggiunto il punto più alto degli ultimi dieci anni, salendo al 42,9% del Pil, in crescita di 1,3 punti rispetto al momento in cui Meloni è arrivata a Palazzo Chigi. Ma com’è possibile che la pressione fiscale sia salita senza l’introduzione di nuove imposte?

La risposta è meno immediata di quanto suggerisca il dibattito politico, perché la pressione fiscale misura il rapporto tra le entrate fiscali e il prodotto interno lordo. Insomma, non misura solo quanto lo Stato decide di prelevare attraverso nuove tasse e può salire anche quando le aliquote restano invariate, o vengono addirittura ridotte. Secondo i dati del ministero dell’Economia, le entrate tributarie sono passate dai 496,1 miliardi di euro del 2021 ai 622,1 miliardi del 2025, con un aumento del 25,4%. L’Irpef, in particolare, è cresciuta del 16,7%, l’Iva del 26,2% e l’Ires, ossia l’imposta sui redditi delle società, dell’88,6%.

La crescita dell’occupazione fa sorridere le casse dello Stato (ma non il Pil)

Secondo Nicola Rossi, economista ed ex parlamentare del Pd, ci sono almeno tre fattori che concorrono per spiegare il fenomeno: l’aumento dell’occupazione, il recupero dell’evasione e il cosiddetto fiscal drag. «Questi tre elementi coesistono e sono tutti e tre responsabili dell’aumento della pressione fiscale», spiega l’esperto di finanze pubbliche. Per quanto riguarda l’occupazione, la Meloni rivendica da tempo i risultati raggiunti su questo fronte. Nel secondo trimestre del 2026, la quota di persone occupate tra i 15 e i 64 anni è salita al 63,1%, un nuovo record storico festeggiato dal governo. Questo traguardo non sembra aver avuto un grande effetto sulla crescita del Pil, ma ha senz’altro fatto aumentare le entrate per lo Stato. Chi viene assunto versa l’Irpef e, insieme al datore di lavoro, i contributi previdenziali. «Una parte importante dell’aumento della pressione fiscale deriva proprio dalla combinazione tra Irpef e contributi sociali: chi prima non lavorava e non versava contributi, quando trova un impiego comincia a pagarli», spiega Gianfranco Polillo, economista ed ex sottosegretario al Mef durante il governo Monti.

Nel 2025 record di entrate dalla lotta all’evasione

La seconda ragione che potrebbe spiegare il record di pressione fiscale è il contrasto all’evasione. Nel 2025, le attività di recupero hanno portato nelle casse dello Stato 36,2 miliardi, un risultato record, di cui 29 miliardi derivano proprio dalla lotta all’evasione fiscale. «Sono entrate che andrebbero considerate separatamente, perché non riguardano tutti i contribuenti: derivano da imposte che in passato non erano state pagate», osserva Nicola Rossi. In altre parole, chi ha sempre versato quanto dovuto non subisce necessariamente un aumento del proprio carico fiscale quando lo Stato recupera somme evase da altri.

C’è un altro elemento da considerare: il Pil comprende già una stima dell’economia sommersa e del lavoro irregolare, mentre le entrate fiscali registrano le imposte e i contributi effettivamente incassati, senza tenere conto del “nero”. Questo significa che quando lo Stato recupera imposte evase, le entrate aumentano senza che aumenti necessariamente il Pil nella stessa misura, contribuendo così a far salire la pressione fiscale. Al netto di ciò, resta però una questione politica: come vanno gestite queste risorse? Secondo l’economista, se il recupero dell’evasione produce entrate strutturali, una parte dovrebbe prima o poi tornare ai contribuenti sotto forma di riduzione delle imposte. «Il governo avrebbe tutto il diritto e il dovere di dire agli italiani che nella prossima legislatura restituirà una parte di quelle somme», propone l’ex parlamentare del Pd.

Il “drenaggio fiscale” che si mangia gli stipendi

La terza ragione ha a che fare con il fiscal drag e si verifica quando i redditi nominali aumentano, anche soltanto per compensare l’inflazione, mentre le soglie degli scaglioni Irpef non vengono adeguate nella stessa misura. Il risultato è che un contribuente può ritrovarsi a pagare più imposte senza aver guadagnato davvero potere d’acquisto. «Le aliquote legali non sono necessariamente aumentate, ma per l’Irpef può essere cresciuta l’aliquota effettiva: con l’inflazione, alcuni contribuenti sono passati a scaglioni superiori», spiega ancora Rossi. Questo fenomeno non colpisce tutti allo stesso modo: riguarda soprattutto chi si trova vicino alle soglie Irpef. Ed è anche per questo motivo che il governo ha adottato interventi sull’Irpef e sul cuneo fiscale che hanno ridotto il prelievo per alcune fasce di reddito, compensando almeno in parte l’effetto dell’inflazione. «Non è un caso che per la legge di bilancio il governo voglia ampliare il secondo scaglione Irpef facendolo passare da 50 a 55mila euro», osserva l’economista.

ANSA/Riccardo Antimiani | Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti

I profitti delle imprese fanno volare le entrate dell’Ires

Infine, c’è un ultimo elemento che può aver contribuito a far salire la pressione fiscale: i profitti delle aziende. Di tutte le voci che compongono le entrate fiscali e contributive, l’Ires è la tassa che segna il tasso di crescita più elevato dal 2021 al 2025: +88,6%. «Al netto dell’inflazione, i redditi da lavoro dipendente sono aumentati poco, mentre i profitti delle imprese sono andati bene. Credo che ci sia spazio per essere più generosi nei rinnovi dei contratti», osserva Carlo Cottarelli, economista e direttore dell’Osservatorio sui conti pubblici italiani dell’Università Cattolica.

È un tema che si intreccia con il dibattito sugli extraprofitti, che Gianfranco Polillo suggerisce di chiamare «profitti di oligopolio», perché spesso arrivano da aziende che operano in settori dove pochissimi attori controllano buona parte del mercato. Nella discussione sulla manovra, il contributo delle banche alle finanze pubbliche è tornato al centro dello scontro, mentre le opposizioni chiedono da tempo di tassare maggiormente anche i profitti straordinari dei grandi gruppi energetici. «Tassare quei profitti è giusto, ma servono regole europee. Se agiamo a livello nazionale, rischiamo di introdurre un elemento non competitivo a vantaggio dell’industria straniera», spiega l’economista.

Le tasse aumentate e quelle tagliate dal governo Meloni

Nel corso della legislatura, il governo Meloni è intervenuto in ambito fiscale sia per ridurre alcune imposte, sia per restringere alcune agevolazioni. Tra gli aumenti, la legge di bilancio 2024 ha portato dal 21 al 26 per cento la cedolare secca sugli affitti brevi a partire dal secondo immobile destinato a questo uso e ha riportato al 10% l’Iva su diversi prodotti per l’infanzia e per l’igiene femminile, tra cui pannolini e assorbenti, che erano stati portati al 5% nel 2023. Nel 2025, inoltre, sono cambiate le regole di tassazione delle auto aziendali, con un aumento del prelievo in diversi casi, mentre sono state aumentate le accise sulle sigarette.

Sul fronte opposto, il governo che è partito il primo anno con quattro scaglioni Irpef (23%, 25%, 35% e 43%) ha prima ridotto a tre le aliquote (23%, 35% e 43%) e poi nella legge di bilancio 2025 ha abbassato quella intermedia (dal 35 al 33%). Con la legge di bilancio 2027 ha inoltre esteso l’aliquota intermedia del 33% fino a 55 mila euro invece dei 50 mila euro esistenti fino al 2026. Inoltre ha ridotto in modo via via crescente (rendendolo poi strutturale) il cuneo fiscale fino a 40 mila euro per sostenere i redditi bassi e medi da lavoro dipendente. Il costo delle due manovre per il bilancio dello Stato è stato a partire dal 2025 di 17 miliardi di euro (di cui 11 miliardi solo per la riduzione del cuneo fiscale). Per le imprese, la manovra dello scorso anno ha previsto anche una riduzione condizionata dell’Ires dal 24 al 20 per cento per chi rispetta specifici requisiti di investimento e accantonamento degli utili.

Un dibattito fuori fuoco

Ma quindi chi ha ragione? Le opposizioni non mentono quando contestano al governo Meloni il record di pressione fiscale. Ma è altrettanto vero che, a differenza del titolo del video di Matteo Renzi («Tasse record con Giorgia Meloni»), l’esecutivo non ha imposto nuove tasse rilevanti, ad eccezione dei contributi chiesti a banche o assicurazioni per finanziare le leggi di bilancio. Anzi, semmai le ha ridotte, tra il taglio del cuneo fiscale, la riduzione delle aliquote Irpef, oppure la detassazione di premi, aumenti e fringe benefit. Questo ovviamente non significa che il problema non esista: se i prezzi salgono più degli stipendi e il prelievo effettivo aumenta, le famiglie possono perdere potere d’acquisto anche senza un incremento formale delle tasse. La pressione fiscale, insomma, racconta solo una parte della storia. Per capire cosa svuota davvero le tasche degli italiani bisogna guardare anche a tutto il resto.

Foto copertina: ANSA/Riccardo Antimiani

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