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La nipote di Abderrahim Fakir: «Le scuse del poliziotto? Non so che farmene. Senza bodycam le avremmo sapute?»

02 Novembre 2026 - 08:30 Alessandro D’Amato
yossra fakir nipote abderrahim fakir
Yossra: mio zio era una persona vulnerabile. Quello che fa più male è pensare che certe parole siano state pronunciate mentre mio zio stava vivendo i suoi ultimi momenti
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Yossra Fakir, nipote di Abderrahim Fakir, dice oggi al Corriere della Sera che lo zio era una persona vulnerabile. E che le frasi dei poliziotti per lei sono state uno shock. Mentre le scuse sono arrivate tardi. Lei ha sapute delle frasi «tramite il nostro avvocato, Fabio Anselmo. Per tutti noi è stato uno choc. Siamo profondamente provati, ma soprattutto arrabbiati e delusi. Quello che fa più male è pensare che certe parole siano state pronunciate mentre mio zio stava vivendo i suoi ultimi momenti. Ci ferisce sapere che siano state rivolte a una persona che meritava rispetto e umanità, come qualsiasi essere umano».

La bodycam

Yossra dice che «da chi indossa una divisa ci aspettiamo protezione, rispetto, non parole che feriscono ulteriormente la dignità di una persona in difficoltà. E c’è una domanda che non riesco a togliermi dalla testa: queste frasi le abbiamo conosciute perché c’era la bodycam. Ma se non ci fosse stata, cosa sarebbe emerso? È inaccettabile. Non vogliamo pietà né risposte di circostanza: vogliamo la verità e che ciascuno si assuma le proprie responsabilità. Abderrahim merita rispetto, non smetteremo di pretenderlo».

Le scuse

E le scuse dell’agente? «Delle sue scuse non so che farmene. Non le accetto io, non le accetta la mia famiglia e non possono cancellare quello che è successo. Ci doveva pensare prima, quando si trovava davanti a un uomo in difficoltà, che meritava rispetto e dignità. Oggi chiedere scusa è facile, ma il rispetto andava dimostrato in quel momento, non dopo che quelle parole sono diventate pubbliche». E dice che le cose sarebbero potute andare diversamente: «Sì, me lo sono chiesta tante volte. Io non sono un medico e non ho le competenze per stabilire quali procedure dovessero essere adottate, ma non posso ignorare quello che abbiamo visto nei video girati dai residenti del Pilastro».

L’episodio

Yossra rivela un episodio «che ci ha lasciati profondamente colpiti. Quando mia zia e mio padre sono arrivati, gli agenti avrebbero detto loro di aver trovato mio zio già morto. Ma alcuni residenti sono intervenuti subito, facendo presente che non era così e che c’erano i video a documentare quanto era realmente accaduto. È una circostanza che riteniamo fondamentale e che merita di essere chiarita. I video mostrano elementi che sollevano interrogativi importanti: l’utilizzo dello spray al peperoncino direttamente nella bocca di mio zio e il massaggio cardiaco praticato mentre aveva ancora i polsi e le caviglie ammanettati. Mio zio non era armato. Inoltre, non era presente un medico a bordo dell’ambulanza. Mio zio ha chiesto aiuto più volte. E allora mi chiedo: si sarebbe potuto intervenire prima?».

La sofferenza di Fakir

La donna dice che non sapeva nulla della sofferenza che lo zio stava attraversando: «Non ha mai fatto trasparire niente: era una persona solare, affettuosa, ironica, sempre pronta a scherzare e a farci ridere. Col senno di poi, penso che forse qualcosa dentro di lui ci fosse, ma che abbia scelto di non mostrarlo. È proprio questo che oggi mi fa riflettere: a volte le persone che amiamo possono nascondere una sofferenza importante, senza che chi gli sta accanto riesca ad accorgersene».

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