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Midterm Usa, così i Democratici vogliono «azzoppare» Trump. I sondaggi, i volti e le sfide chiave – La guida

02 Novembre 2026 - 08:05 Simone Disegni
Trump Midterm Usa
Martedì 3 novembre si vota per rinnovare la Camera, un terzo del Senato e 36 governatori. Cosa rischia Trump e cosa può cambiare davvero per l'America
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Martedì 3 novembre i cittadini americani vanno al voto per le elezioni di Midterm. Si chiamano così perché cadono regolarmente a metà del mandato di 4 anni del presidente degli Stati Uniti. Sulla scheda però non compare Donald Trump. Gli elettori sono chiamati infatti a rinnovare i due rami del Congresso, ossia il Parlamento Usa. Si vota per eleggere tutti e 435 i membri della Camera, dato che il loro mandato dura solo due anni, e 35 dei 100 membri del Senato: il loro mandato dura infatti sei anni, ma se ne rinnova un terzo ogni due. Il ruolo chiave del Congresso è quello di introdurre, discutere e votare le leggi nazionali. Ma anche di controllare l’operato della Casa Bianca, votare il bilancio annuale e autorizzare le spese. Per questo le Midterm sono considerate importanti: se vince chi governa, rafforza il suo potere; se vince l’opposizione, può «imbrigliare» il presidente per i suoi ultimi due anni. A creare attesa politica è anche il fatto che martedì 3 novembre si vota pure per i governatori di 36 Stati (su 50).

Camera e Senato, i seggi in palio e la sfida a Trump

Quello americano è un sistema essenzialmente bipartitico: i Repubblicani interpretano il sentire conservatore, i Democratici (D) quello progressista. Tradizionalmente alle Midterm gli elettori Usa tendono a «punire» chi governa, indifferentemente dal partito. Negli ultimi 80 anni solo due volte i presidenti in carica hanno visto i propri partiti premiati alle elezioni di metà mandato: Bill Clinton nel 1998 e George W. Bush nel 2022. Nel primo caso l’economia andava a gonfie vele e il tentativo di impeachment del presidente per il caso Lewinsky fu giudicato eccessivo; nel secondo pesò lo slancio patriottico dopo la tragedia dell’11 settembre. Alla Camera per avere la maggioranza serve conquistare almeno 218 dei 435 seggi in palio: in quella uscente i Repubblicani avevano 220 seggi, i Democratici 215. Al Senato la maggioranza è di 51 seggi (su 100). Considerato che attualmente i Repubblicani ne hanno 53 e i Democratici 47, l’opposizione deve strappare almeno 4 seggi dei 35 che si rinnovano. Gli elettori registrati per questo voto sono circa 210 milioni.

Lo speaker della Camera Usa, il Repubblicano Mike Johnson (Ansa/Epa – Kylie Cooper)

I temi chiave del voto

«It’s the economy, stupid!», fissò nella testa di Bill Clinton il suo stratega elettorale nel 1992, portandolo a una vittoria schiacciante. La regola vale sempre: gli elettori Usa (e non solo) votano avendo in mente in primis le questioni economiche: i prezzi di energia, benzina, alimentari, casa e cure (oggi la parola chiave è affordability, cioè il potere d’acquisto); l’andamento del mercato del lavoro; le prospettive per i figli. Donald Trump promise col suo secondo mandato di riportare gli Stati Uniti all’«età dell’oro», innanzitutto proteggendo la manodopera Usa con dazi record agli altri Paesi. Per i Democratici quella strategia, implementata solo in parte, si è rivelata controproducente. La politica estera solitamente non è in cima ai pensieri della maggior parte degli elettori. Nell’ultimo anno però le scelte internazionali della Casa Bianca hanno avuto un impatto diretto sui mercati di energia e materie prime, e a cascata sui prezzi anche negli Usa. A ottobre l’economia Usa cresceva del 3,4%, ma l’inflazione del 3,7%. Per questo l’elezione di Midterm sarà anche un giudizio sulla guerra all’Iran lanciata a febbraio con Israele, e mai davvero finita. I Repubblicani provano a convincere gli elettori di aver avuto successo per lo meno sull’altra promessa primaria di Trump: fermare l’immigrazione clandestina – a costo di usare metodi da sceriffo ai confini e violenti nelle città con gli «squadroni» dell’Ice.

Cosa dicono i sondaggi e perché Trump rischia

Il consenso per Donald Trump è andato calando costantemente dal suo ritorno alla Casa Bianca. Oggi il tasso di approvazione dell’operato del presidente è al 38%, quello di disapprovazione al 60% (dati medi misurati da Nbc). Secondo l’ultima rilevazione del New York Times, in particolare, appena il 33% degli americani approva la gestione della guerra in Iran, il 29% quella del costo della vita, e oltre il 40% degli elettori repubblicani disapprova la gestione dei prezzi del gas. Il malcontento verso il governo si riflette anche nei sondaggi sui partiti. Per i Democratici prevede di votare alle Midterm il 52% degli americani, per i Repubblicani il 43%. L’opposizione dovrebbe quindi strappare la Camera al partito di Trump: i Democratici sono considerati favoriti per 220 seggi, i Repubblicani per altri 196, mentre i restanti 19 sono contesi. Più incerta è la vittoria Dem al Senato: al momento i sondaggisti prevedono una loro crescita di almeno due seggi, da 47 a 49, ma per controllare anche la camera alta ne servono almeno 50. L’attenzione si concentra quindi sui cosiddetti battlegrounds, gli Stati in cui la corsa è più incerta.

Gli Stati in bilico e le sfide da seguire

Tra Democratici (D) e Repubblicani (R) si prevede un testa a testa in Iowa, dove si contendono il seggio l’ex giornalista (R) Ashley Hinson e l’ex campione paralimpico Josh Turek (D), così come in Alaska, dove il senatore uscente Dan Sullivan (R) è sfidato da Mary Peltola (D). In entrambi gli Stati Trump aveva stravinto nel 2024 staccando di 13 punti Kamala Harris, e ora i Repubblicani sono in affanno. I Democratici ci credono, e non lesinano colpi bassi: il New York Times ha documentato come in Alaska abbiano setacciato i registri per cercare (e trovare) altri “Dan Sullivan” da candidare per confondere gli elettori. Pure in Kansas un successo Dem avrebbe del clamoroso: l’ultima volta che vi elessero un senatore fu nel 1932. Ora sperano di farcela con il pastore Adam Hamilton, dato in vantaggio nei sondaggi (49 a 45%) sul Repubblicano uscente Roger Marshall. Annusato il clima, venerdì Trump ha deciso di cancellare i comizi previsti nell’ultimo weekend prima del voto in Iowa e Kansas, ripiegando su un più prudente collegamento. Occhi puntati per capire i conti finali del Senato pure sul Maine, dove il Democratico Troy Jackson se la gioca con l’«eterna» Susan Collins, in Senato dal 1997, e sull’Ohio, dove Sherrod Brown (D) prova a tornare in Senato sfilando il seggio a Jon Husted (R).

Il presidente Usa Donald Trump parla a un comizio in Texas per il candidato senatore Repubblicano Ken Paxton (Ansa/Epa – Albert Pena)

I volti nuovi Democratici e la corsa verso il 2028

Molto pesante simbolicamente per i Repubblicani sarebbe pure una sconfitta in Texas, dove i Democratici non eleggono un senatore dal 1988. Ora ha buone chance di diventarlo James Talarico, 37enne seminarista presbiteriano che ha osato sfidare il «cattivismo» di Trump parlando di Bibbia, amore e diritti, e secondo i sondaggi dovrebbe battere il procuratore generale Ken Paxton (49 a 42%). Anche in Michigan è dato vincente con cifre analoghe un uomo nuovo Democratico, di tutt’altra pasta. Abdul El-Sayed, 41 anni, medico ed epidemiologo, rappresenta l’ala sinistra del partito, quella dei Socialisti Democratici (corrente cui pure non ho iscritto) che ha tra i suoi leader Alexandra Ocasio-Cortez e che ha portato l’anno scorso Zohran Mamdani a sindaco di New York. Musulmano, di padre egiziano, El-Sayed attacca duro sull’appoggio Usa a Israele e punta sull’intervento pubblico per tutelare diritti e stipendi di chi ha meno. Profilo ancora diverso quello di Jon Ossoff, senatore in Georgia già dal 2001 fattosi notare nei comizi di questa campagna elettorale per gli attacchi ad effetto a Trump – tanto che alcuni già lo intravedono candidato presidente nel 2028, magari su una piattaforma più moderata.

L’ex presidente Usa Barack Obama col candidato senatore in Michigan Abdul El-Sayed (Ansa/Epa – Ari Saperstein)

Cosa può succedere dopo le Midterm

Se i Repubblicani dovessero tenere il controllo del Congresso, Trump avrebbe gioco facile a rivendicare una vittoria e a procedere a spron battuto per i due ultimi anni di presidenza. Se i Democratici, come prevedono i sondaggi, si riprenderanno la Camera, e magari pure il Senato, Trump come molti suoi predecessori resterà un’«anatra zoppa». Diventerebbe molto più difficile per lui far passare i suoi progetti di legge – per quanto già nei primi due anni The Donald abbia dimostrato tutta la sua insofferenza per i vincoli parlamentari, piegando fino all’estremo (e oltre) i poteri presidenziali e governando a colpi di ordini esecutivi. Conoscendo il suo spirito umorale e la sua scarsa considerazione dei protocolli democratici, c’è chi teme pure che un Trump «azzoppato» e arrabbiato possa reagire in modo incontrollato: denunciando brogli e non riconoscendo la legittimità del risultato (ha già gettato qualche seme in campagna elettorale) o prendendo nuove pericolose iniziative internazionali – in Iran, a Cuba o altrove. Quanto ai Democratici, in caso di vittoria si aprirà di fatto la corsa alle elezioni presidenziali 2028, quando Trump non sarà più candidabile. E qualcuno medita pure di provare a far fuori il presidente fin da subito, lanciando il terzo tentativo di impeachment contro di lui. Più facile che i Democratici alzino la pressione del controllo politico-finanziario su Trump tramite le commissioni d’inchiesta parlamentare: potrebbero dare battaglia per esempio sull’uso dell’Ice contro i migranti (e non solo), sulle accuse di corruzione a lui e al resto del suo “clan” – da Donald Trump jr. al genero Jared Kushner, o ancora sulle spese per i lavori di costruzione della nuova sala da ballo alla Casa Bianca.

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