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La deriva autoritaria, l’ombra di Mosca, le proteste in piazza: così la Georgia ha voltato le spalle all’Ue

08 Novembre 2026 - 10:13 Costanza Saporito
Cittadini georgiani manifestano a Tbilisi
L'ex Repubblica Urss è candidata all'adesione dal 2023, ma pochi mesi dopo il partito di governo ha avviato la svolta anti-democratica. Cosa succede nel Paese e quali sono le prospettive
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Indipendente dal 1991 e con un quinto del suo territorio occupato dalla Russia, la Georgia ha chiesto ufficialmente di entrare nell’Unione europea nel marzo 2022, una settimana dopo l’invasione russa dell’Ucraina, e a dicembre 2023 ha ottenuto lo status di Paese candidato. Oggi, però, per Bruxelles è un candidato «solo sulla carta»: nel 2024 la svolta autoritaria di Sogno Georgiano, il partito al governo fondato dal miliardario Bidzina Ivanishvili, ha di fatto congelato il processo di adesione, aprendo una frattura profonda tra un esecutivo sempre più distante dall’Ue e una società che resta in larga parte europeista. Da quasi due anni, ogni sera, i manifestanti scendono in piazza a Tbilisi per protestare contro il governo sventolando la bandiera europea accanto a quella georgiana. Come si è arrivati sin qui?

Georgia, questa (s)conosciuta

Affacciata sull’estremità orientale del Mar Nero, alle pendici meridionali del Gran Caucaso, la Georgia confina a nord e nord-est con la Russia, a est e sud-est con l’Azerbaigian e a sud con Armenia e Turchia. Secondo il censimento del 2024 (che non considera le regioni occupate), ci abitano 3,93 milioni di persone (il 5,8% in più rispetto al 2014). Negli ultimi 10 anni, inoltre, è aumentato il numero degli stranieri che vi risiedono (da 22mila a 134mila), con i russi in testa. La popolazione cresce soprattutto nell’area della capitale, Tbilisi, che conta 1,33 milioni di abitanti, nella repubblica autonoma dell’Agiaria e nella regione del Kvemo Kartli, nel sud-est della Georgia, cuore della minoranza azera, mentre al di fuori di queste tre aree il Paese continua a spopolarsi. Tra l’inizio degli anni ’90 e i primi 2000, a causa della crescente emigrazione, la Georgia ha perso un quinto della sua popolazione che, tra l’altro, oggi invecchia rapidamente: gli over 65 sono ormai il 17,6% del totale.  

Il 20% del territorio georgiano si trova sotto occupazione russa. Dalla guerra dei “cinque giorni” del 2008 Mosca detiene proprie basi militari in Abcasia e Ossezia del Sud, le due regioni, rispettivamente nel nord-ovest e centro nord del Paese, dichiaratesi unilateralmente indipendenti nei primi anni ’90. Per la Costituzione georgiana l’Abcasia resta una repubblica autonoma con un governo in esilio a Tbilisi, mentre l’autonomia dell’Ossezia del Sud è stata abolita nel 1990. Nelle due regioni si applica la legge sui territori occupati: gli stranieri possono entrarvi solo dai valichi controllati dalla Georgia, perché l’ingresso dalla Russia è considerato un reato. Ogni attività economica è subordinata all’autorizzazione del governo georgiano, che considera nulli gli atti delle autorità separatiste. 

Ampia autonomia amministrativa è invece riconosciuta alla regione dell’Agiaria, al confine con la Turchia, con capitale Batumi. Dotata di un proprio governo e parlamento, conta circa 400.000 abitanti, un terzo dei quali è musulmano. Dopo un periodo caratterizzato da una gestione personalistica del potere da parte del leader locale, dal 2004 la regione è tornata pienamente sotto il controllo del governo centrale. 

Dall’Impero all’indipendenza, l’ombra lunga di Mosca

A cavallo tra Europa e Asia, l’area corrispondente all’attuale Georgia è stata per gran parte della sua storia contesa tra imperi e frammentata in principati e regni rivali. Nel 1008, Bagrat III fonda il primo regno georgiano unitario e tra il XI e il XII secolo Davide IV il Costruttore completa l’opera di riunificazione con la riconquista di Tbilisi, nel frattempo diventata un emirato. Nel XV secolo ha inizio una nuova fase di disgregazione in regni e principati contesi tra l’Impero ottomano e la Persia. Contro la minaccia dell’invasore, nel ‘700, i re georgiani chiedono la protezione della Russia cristiana che pratica un’annessione mascherata da protettorato: entro il 1864, tutti i regni e principati georgiani vengono inglobati nell’Impero russo.

In seguito alla Rivoluzione russa, che porta al crollo dell’Impero, la Georgia proclama l’indipendenza e il 26 maggio 1918 nasce la Repubblica democratica di Georgia. L’indipendenza però ha vita breve. Nel febbraio del 1921 l’Armata rossa entra a Tbilisi e il Paese viene annesso alla Repubblica federativa socialista sovietica transcaucasica, di cui fanno già parte i vicini Armenia e Azerbaigian. Nel 1936, la federazione viene sciolta e la Georgia diventa una Repubblica socialista sovietica a sé: rimarrà all’interno dell’Urss fino al 1991. Con il disfacimento dell’Unione, ad aprile 1991 il 98% dei georgiani vota sì al referendum per ripristinare l’indipendenza del Paese.

Le prime elezioni presidenziali, che si tengono quello stesso mese, vengono vinte dal leader del movimento di liberazione nazionale Zviad Gamsakhurdia, che da subito viene però osteggiato dall’opposizione e dalla fazione ribelle dell’esercito. Ha così inizio una guerra civile che devasta il centro della capitale, causa 113 morti e porta alla fuga di Gamsakhurdia. Il potere viene quindi assunto da un Consiglio militare che richiama da Mosca Eduard Shevardnadze, già ministro degli Esteri di Gorbaciov. Mentre il paese è sconvolto dalle tensioni interne tra il nuovo governo e i sostenitori di Gamsakhurdia, si aggravano i conflitti separatisti. Nel maggio 1992 l’Ossezia del Sud si dichiara indipendente, e nel settembre 1993 la Georgia perde anche la guerra in Abcasia. A quel punto, sotto la pressione di Mosca entra nella Comunità degli Stati indipendenti (Csi) di cui fanno parte le ex repubbliche sovietiche.

Nel 1995 viene adottata una nuova costituzione che trasforma la Georgia in una Repubblica presidenziale. Pochi mesi dopo, Shevardnadze viene eletto presidente. Si apre così una stagione caratterizzata da una relativa stabilità e da prime aperture nei confronti dell’Occidente, ma il Paese resta povero, corrotto e dipendente dalla Russia, che vi mantiene ancora 4 basi militari, che verranno smantellate tra il 2001 e il 2007. A novembre 2003, in seguito ad elezioni parlamentari truccate scoppia la cosiddetta Rivoluzione delle Rose: il 22 novembre i sostenitori del leader dell’opposizione Mikheil Saakashvili irrompono in Parlamento con una rosa in mano. Shevardnadze prova a proclamare lo stato di emergenza, ma quando la polizia si rifiuta di obbedire e si schiera con i manifestanti, si dimette. 

Eletto presidente nel 2004 con il 96% dei voti, Saakashvili lancia riforme radicali contro la corruzione e nel settore dei servizi pubblici e punta inoltre sull’avvicinamento all’Occidente. L’immagine del riformatore però si incrina presto: nel novembre 2007 il governo dichiara lo stato di emergenza e disperde con la forza le proteste dell’opposizione che lo accusa di reprimere il dissenso. Successivamente, sotto la spinta delle pressioni occidentali si dimette, ma alle elezioni del 2008 viene rieletto. Ad agosto 2008, pochi mesi dopo che la Nato ha promesso a Tbilisi un futuro ingresso nell’organizzazione, la tensione con Mosca sfocia nella “guerra dei cinque giorni”. All’offensiva georgiana su Tskhinvali, capoluogo dell’Ossezia del Sud, la Russia risponde con un intervento militare che va ben oltre la regione, con le truppe russe che avanzano in territorio georgiano. Il cessate il fuoco, che prevede il ripristino della situazione antecedente alla guerra, viene mediato dall’Ue sotto la presidenza francese di Nicolas Sarkozy. Il 26 agosto Mosca riconosce l’indipendenza di Abcasia e Ossezia del Sud e il mese successivo firma con le due regioni trattati che le consentono di mantenervi basi militari: da allora circa il 20% del territorio georgiano è sotto occupazione russa.

Celebrazioni in occasione dell’anniversario dell’indipendenza georgiana – Tbilisi, 26 maggio 2026 (Ansa/Epa – David Mdzinarishvili)

Sogno Georgiano e la virata autoritaria

Nel 2012, a pochi giorni dal voto, lo scandalo delle torture nel carcere di Gldani fa scoppiare proteste in tutto il paese guidate soprattutto dagli studenti. Per il partito di Saakashvili è lo scacco definitivo. Le elezioni vengono vinte da Sogno Georgiano, la coalizione fondata dal miliardario Bidzina Ivanishvili. Inizialmente l’avvicinamento a Bruxelles prosegue, poi dopo l’invasione russa dell’Ucraina, alla richiesta di ingresso nell’Ue (marzo 2022) fa da contraltare il rifiuto di imporre sanzioni contro Mosca. 

Nel 2024, Tbilisi approva la legge sugli “agenti stranieri”, che obbliga Ong e media finanziati dall’estero a registrarsi come tali, e l’Ue congela il processo di adesione. Quello stesso anno le elezioni del 26 ottobre 2024, vinte da Sogno Georgiano con il 53,9% delle preferenze segnano una virata verso l’autoritarismo. La presidente Salomè Zurabishvili, filo-occidentale, parla di «falsificazione totale», mentre l’Osce segnala pressioni sugli elettori e compravendita di voti. Il 28 novembre il premier Irakli Kobakhidze annuncia lo stop ai negoziati di adesione con l’Ue fino al 2028. Da quella sera, davanti al Parlamento di Tbilisi e nel centro, si protesta ogni giorno: un presidio che dura da quasi due anni, nonostante centinaia di arresti, multe pesanti e leggi sempre più restrittive sulle manifestazioni. Alle amministrative dell’ottobre 2025, boicottate da gran parte dell’opposizione, vota appena il 41% degli elettori, il minimo dall’indipendenza. Ora Sogno Georgiano chiede alla Corte costituzionale di mettere al bando i cinque principali partiti d’opposizione: le udienze sono iniziate il 21 ottobre e la sentenza è attesa entro il 24 giugno 2027. Secondo Sogno Georgiano, questi partiti rappresentano «una minaccia reale per l’ordine costituzionale»: i leader dell’opposizione rischierebbero il carcere o l’esilio. Intanto l’opposizione si è riorganizzata: il 2 marzo 2026 nove partiti filo-occidentali hanno formato l’alleanza “Unità per la vittoria”.

Proteste di fronte alla sede di Sogno Georgiano dopo l’annuncio da parte del primo ministro dello stop dei negoziati con l’Ue fino al 2028 – Tbilisi, 28 novembre 2024 (Ansa/Epa – David Mdzinarishvili)

Dal sogno europeo allo stallo

Dal 1992 l’Ue è il principale donatore della Georgia e nel 1999 entra in vigore l’Accordo di partenariato e cooperazione. Pochi mesi dopo la Rivoluzione delle Rose, nel 2004, la Georgia viene inclusa nella Politica europea di vicinato, e nel 2009 è tra i paesi fondatori del Partenariato orientale. Nel 2014 Tbilisi firma con l’Ue l’Accordo di associazione che introduce un’ampia area di libero scambio. Con la riforma costituzionale del 2017, la Georgia inserisce l’obiettivo dell’integrazione europea in Costituzione. Da quell’anno la circolazione delle persone viene in parte liberalizzata: i cittadini georgiani possono soggiornare nell’area Schengen fino a 90 giorni senza bisogno del visto. 

La svolta arriva però nel 2022, una settimana dopo l’invasione russa dell’Ucraina. Il 3 marzo la Georgia presenta domanda di adesione all’Unione europea e a giugno le viene riconosciuta la “prospettiva europea”, un riconoscimento politico che subordina la concessione dello status di candidato alla realizzazione di 12 priorità indicate dalla Commissione. A dicembre 2023 la Georgia viene riconosciuta come candidata, e si impegna a introdurre nove riforme: dalla lotta alla disinformazione alla giustizia, dall’allineamento alla politica estera Ue alla riduzione del potere degli oligarchi. Cinque mesi dopo, però, il percorso si arresta. Dopo l’approvazione della legge sugli “agenti stranieri”, a giugno 2024 il Consiglio europeo dichiara il processo di adesione «di fatto fermo». Bruxelles sospende 121 milioni di euro di aiuti diretti al governo. Il 28 novembre, dopo le elezioni, il premier Irakli Kobakhidze annuncia che la Georgia non chiederà l’apertura dei negoziati fino al 2028 e rinuncia alle sovvenzioni Ue. Le proteste che seguono vengono represse con la forza, e il governo vara nuove leggi restrittive. L’Ue reagisce colpendo i dirigenti di Tbilisi: da marzo 2026 diplomatici e funzionari georgiani hanno bisogno del visto per entrare nell’Ue, mentre per i cittadini comuni rimane l’esenzione.

L’allora Alto Rappresentante Ue Josep Borrell col premier georgiano Irakli Kobakhidze – Bruxelles, 20 febbraio 2024 (Ansa/Epa – Olivier Matthys)

Cosa dice l’ultimo rapporto della Commissione europea

Il processo di adesione all’Ue da quel momento è di fatto fermo. Nel rapporto pubblicato dalla Commissione (novembre 2025), la Georgia viene definita un candidato «solo sulla carta»: su 8 dei 9 passi Bruxelles ha registrato un arretramento e su uno (il potere degli oligarchi) nessun progresso. La Commissione ha rilevato innanzitutto un grave arretramento su democrazia, stato di diritto e diritti fondamentali: le leggi sugli “agenti stranieri” e sui finanziamenti esteri, presentate come mezzo per difendersi dalle ingerenze esterne, secondo Bruxelles servono in realtà a soffocare Ong e media indipendenti. Condannate anche le violenze contro chi protesta, in alcuni casi equiparabili a tortura, per le quali nessun agente è stato chiamato a risponderne. Bocciata anche la giustizia, usata secondo Bruxelles come arma di repressione dell’opposizione. In politica estera, inoltre, l’allineamento alle posizioni Ue è sceso al 40%, soprattutto per quanto riguarda la postura assunta nei confronti della Russia. Si salva invece l’economia, che cresce a ritmi sostenuti con i conti pubblici tutto sommato in ordine, anche se Bruxelles avverte che lo stop ai negoziati ha creato forte incertezza per le imprese e che l’export verso l’Ue è in calo. Qualche progresso tecnico si riscontra pure in materia di trasporti e dogane. La società georgiana, comunque, resta largamente europeista. Nel 2023, secondo il National Democratic Institute, l’82% dei cittadini era favorevole all’ingresso nell’Ue. Dopo la riforma costituzionale del 2017, la Georgia ha inserito l’obiettivo dell’integrazione europea in Costituzione.

Manifestazioni a sostegno dell’opposizione nel 108esimo anniversario dell’indipendenza georgiana – Tbilisi, 26 Maggio 2026 (Ansa/Epa – David Mdzinarishvili)

Popolazione e religione

La maggioranza della popolazione residente in Georgia è georgiana (84%) Le minoranze più numerose sono quella azera (6,8%), concentrata nella regione del Kvemo Kartli, a sud di Tbilisi, e quella armena (4,3%). Negli ultimi dieci anni è cresciuta anche la comunità russa, che oggi conta circa 40mila persone. La lingua ufficiale è il georgiano, che ha un proprio alfabeto, diverso sia da quello latino che da quello cirillico, lingua madre dell’85% della popolazione.

La fede ortodossa è uno dei pilastri dell’identità nazionale: l’82% dei georgiani si dichiara cristiano ortodosso, mentre i musulmani, soprattutto azeri e agiari, sono l’11%. La Chiesa ortodossa georgiana è una delle istituzioni più influenti e rispettate del Paese. Un accordo costituzionale del 2002 con lo Stato ne riconosce il “ruolo speciale” nella storia nazionale e le garantisce alcuni privilegi. Le sue posizioni conservatrici si riflettono anche in politica: nel 2024 Sogno Georgiano ha reso festa nazionale il 17 maggio, “Giorno della purezza familiare” istituito dal Patriarcato in risposta alla giornata contro l’omofobia. Dopo la morte del Patriarca Ilia II, che aveva guidato la Chiesa per quasi mezzo secolo, a maggio i vescovi hanno eletto il suo successore, Shio III, che i critici del governo considerano vicino sia a Sogno Georgiano sia al Patriarcato di Mosca. 

Fedeli georgiani partecipano al funerale del Patriarca Ilia II, deceduto lo scorso 17 marzo – Tbilisi, 22 March 2026 (Ansa/Epa – David Mdzinarishvili)

Chi comanda in Georgia

Dall’entrata in vigore nel 2018 della riforma costituzionale approvata da Sogno Georgiano, che ha chiuso la lunga stagione dei sistemi presidenziali e semipresidenziali, la Georgia è una Repubblica parlamentare. Il Parlamento, monocamerale, conta 150 deputati, eletti ogni quattro anni con un sistema interamente proporzionale e una soglia di sbarramento al 5%. Il potere esecutivo è nelle mani del governo, guidato dal primo ministro e sostenuto dalla maggioranza parlamentare. In seguito alla modifica della Costituzione il presidente detiene un potere essenzialmente rappresentativo. La sua elezione è oggi affidata a un collegio di 300 grandi elettori, formato dai deputati, dai membri del parlamento dell’Agiaria, da quelli dell’Abcasia in esilio e da consiglieri comunali.

Al governo, dal 2012, c’è il partito nazional-conservatore Sogno Georgiano. Il primo ministro, in carica dal 2024, è il costituzionalista Irakli Kobakhidze, 48 anni. Da quello stesso anno il capo dello Stato è Mikheil Kavelashvili, ex attaccante del Manchester City e cofondatore di Potere del Popolo, la formazione apertamente antioccidentale che orbita intorno al partito di governo e che ha scritto la legge sugli agenti stranieri. Unico candidato alle elezioni del 2024 – l’opposizione aveva disertato il collegio in aperta protesta contro i risultati delle elezioni parlamentari – ha ottenuto 224 voti su 225. Il fondatore di Sogno Georgiano, il miliardario Bidzina Ivanishvili, conserva però un potere centrale. Dalla fine del 2023 è presidente onorario del partito, con il diritto di indicare il candidato premier. In Parlamento siedono quasi solo Sogno Georgiano e i suoi alleati: 49 seggi sono vacanti dopo la rinuncia dell’opposizione, e l’unica forza alternativa presente è “Per la Georgia” dell’ex premier Giorgi Gakharia.

L’allora neopresidente eletto Mikheil Kavelashvili durante il giuramento in Parlamento – Tbilisi, 29 dicembre 2024 (Ansa/Epa -Irakli Gedenidze / Pool)

Il dinamismo economico e la centralità del turismo

L’economia georgiana è una delle più dinamiche della regione. Il Pil è cresciuto del 7,8% nel 2023, del 9,4% nel 2024, e nella prima metà del 2026 è aumentato ancora del 7,8%, trainato da consumi privati, manifattura, tecnologie digitali, trasporti e edilizia. A darle la spinta è stata anche la guerra russo-ucraina: dopo il 2022 decine di migliaia di russi si sono trasferiti in Georgia portando capitali e avviando imprese, e il Paese è diventato un crocevia per le merci dirette verso la Russia e l’Asia centrale. I redditi restano però contenuti: lo stipendio medio è di circa 2.400 lari (827 euro circa) lordi al mese, e oltre quattro georgiani su dieci (43%) vivono sotto la soglia di povertà fissata dalla Banca Mondiale per i Paesi a reddito medio-alto, 8,30 dollari al giorno.

La disoccupazione, infatti, resta strutturalmente alta, al 13,8%, e solo poco più della metà della popolazione in età da lavoro (53,3%) ha un impiego o lo cerca. Sul fronte della solidità finanziaria, la Georgia regge. L’agenzia di rating Fitch conferma per Tbilisi un “BB” con prospettiva stabile, il primo gradino sotto la soglia dei debiti considerati sicuri: a favore pesano la crescita, un debito pubblico sotto il 35% del Pil e banche solide; tra i rischi, riserve valutarie ancora basse e l’instabilità politica. 

Sul piano commerciale, l’Ue è il principale partner e la prima fonte delle importazioni (27%). In questo quadro, la crisi con Bruxelles ha un costo: la Commissione europea avverte che lo stop ai negoziati ha creato forte incertezza per le imprese. Le esportazioni invece guardano soprattutto a est: nel 2024 i primi mercati sono stati Kirghizistan, Kazakistan, Azerbaigian, Russia e Armenia, mentre l’export verso l’Ue è in calo. La scommessa del governo è la posizione geografica: la Georgia punta a rafforzare il suo ruolo di snodo del “Corridoio di Mezzo”, la rotta commerciale che collega Asia ed Europa attraverso il Caucaso e il Caspio aggirando la Russia. A giugno 2026 la Banca Mondiale ha approvato un progetto da 752 milioni di dollari per potenziare ferrovie e strade lungo questo asse.

A dare nuova linfa all’economia del Paese è stato soprattutto il turismo. Dopo la Rivoluzione delle Rose il governo ha puntato su incentivi agli investimenti alberghieri, sull’apertura dei cieli alle compagnie low cost e su un regime dei visti tra i più aperti al mondo: i cittadini di quasi cento Paesi, Italia compresa, possono restare fino a un anno senza visto. Batumi, la capitale dell’Agiaria, sulla sponda del Mar Nero, a pochi chilometri dal confine con la Turchia, è stata ridisegnata come riviera di hotel e casinò, sulle montagne dello Svaneti sono nati impianti sciistici e la città vecchia di Tbilisi è stata restaurata. Il turismo è gradualmente cresciuto e nel 2025 la Georgia ha accolto il record di 5,5 milioni di visitatori internazionali, contro i 526mila del 2005 grazie anche ai voli low cost che collegano il Paese all’Europa: l’Italia è tra i mercati cresciuti più in fretta.

In copertina: Cittadini georgiani manifestano a Tbilisi, 29 dicembre 2024 (Ansa/Epa – David Mdzinarishvili)

Questo articolo fa parte del progetto Chi bussa alle porte dell’Europa? che ha ricevuto un finanziamento da parte della Commissione Europea — Direzione Generale per l’Allargamento e il Vicinato Orientale. I punti di vista e le opinioni espresse appartengono solo ai rispettivi autori e non riflettono quelli dell’Unione europea.

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