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L’Ucraina entrerà nella Ue? Difesa, start-up, cereali: cosa c’è in ballo e perché Bruxelles ora frena

31 Ottobre 2026 - 08:50 Antonia Verderosa
Von der Leyen Zelensky
Dalla candidatura firmata da Zelensky a febbraio 2022, Kiev ha fatto passi giganti. Ma l'Ue non promette date certe e pone nuove condizioni
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Il 28 febbraio 2022, quattro giorni dopo l’inizio dell’invasione e sotto le bombe russe, Volodymyr Zelensky firma la domanda di adesione dell’Ucraina all’Unione europea. Quasi cinque anni dopo, la guerra continua, con equilibri ben diversi e un lumicino di speranza negoziale. I negoziati Kiev li porta avanti pure con l’Ue, per entrarvi non appena possibile. Bruxelles sottolinea l’eroismo e i meriti dell’Ucraina, ma non promette date e chiede ulteriori riforme. Quanto manca realisticamente al traguardo, e a quali condizioni l’Ucraina potrebbe entrare in Ue? Riavvolgiamo il nastro.

Ucraina, questa (s)conosciuta

Dai Carpazi alle grandi pianure coltivate che si estendono verso il Mar Nero, l’Ucraina occupa oltre 603mila chilometri quadrati: il Paese più grande sul continente europeo, quasi il doppio dell’Italia. Confina con sette Stati: Polonia, Slovacchia e Ungheria a ovest, Romania e Moldova a sud-ovest, Bielorussia a nord e Russia a est e nord-est. A sud si affaccia sul Mar Nero e sul Mar d’Azov. Gran parte del territorio è pianeggiante, attraversato da fiumi e caratterizzato da vaste distese di chernozem, la fertile terra nera che ne fa uno dei maggiori produttori agricoli europei. Il Dnipro attraversa anche la capitale Kiev, che prima dell’invasione russa contava quasi 3 milioni di abitanti. Tra le città più importanti ci sono poi Kharkiv, centro industriale e universitario vicino al confine russo, Odessa, porto sul Mar Nero, Dnipro, polo industriale sulle rive del fiume omonimo, e Leopoli, nell’ovest, vicino alla Polonia.

Ad oggi la Russia occupa illegalmente circa un quinto del territorio ucraino: la Crimea, quasi tutta la regione di Lugansk, gran parte di Donetsk e vaste aree delle regioni meridionali di Zaporizhzhia e Cherson. Prima dell’invasione su larga scala del febbraio 2022, in Ucraina (Crimea esclusa) vivevano circa 41,2 milioni di persone. Da allora, quasi 5,2 milioni di persone hanno trovato rifugio in altri Paesi europei, Secondo Eurostat, 4,43 milioni di persone fuggite dal Paese beneficiano della protezione temporanea nell’Unione europea, soprattutto in Germania, Polonia e Repubblica Ceca. Altri 3,47 milioni sono sfollati interni, secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni.

Dalla Rus’ di Kiev alle tragedie del ‘900

Tra il IX e il XIII secolo Kiev era il centro della Rus’, da cui derivano tradizioni storiche ucraine, russe e bielorusse. Dopo l’invasione mongola del 1240, i territori ucraini passarono sotto il dominio lituano e polacco-lituano. Nel Seicento nacque l’Etmanato cosacco, poi assorbito nell’orbita di Mosca. Gran parte dell’Ucraina finì nell’Impero russo, mentre alcune regioni occidentali passarono agli Asburgo.

Dopo un breve tentativo d’indipendenza nel 1918, l’Ucraina divenne nel 1922 una delle repubbliche fondatrici dell’Urss. Tra il 1932 e il 1933, durante la collettivizzazione agricola imposta da Stalin, milioni di persone morirono di fame nella tragedia nota come Holodomor: le autorità sovietiche requisirono grano e altri alimenti, anche nei villaggi dove gli abitanti non avevano più nulla da mangiare, mentre ai contadini veniva impedito di lasciare le zone colpite. Oggi l’Ucraina e 28 altri Paesi nel mondo riconoscono quella carestia come un genocidio.

Nel giugno 1941, durante la Seconda guerra mondiale, la Germania nazista invase l’Unione Sovietica, di cui l’Ucraina faceva parte, occupandone nei mesi successivi gran parte del territorio. La popolazione ebraica fu bersaglio di massacri sistematici. Il 29 e 30 settembre, a Babyn Yar, vicino a Kiev, i tedeschi e i loro collaboratori uccisero 33.771 ebrei. Nel 1944, dopo la riconquista sovietica della Crimea, Stalin accusò la comunità tatara, una minoranza etnica di lingua turca e religione musulmana originaria della penisola di aver collaborato con i nazisti: circa 190mila persone furono deportate soprattutto in Uzbekistan, dove molte morirono durante il viaggio e nei primi anni di esilio. Nel 1954 la penisola passò dalla Repubblica sovietica russa a quella ucraina, con una decisione amministrativa interna all’Urss.

L’Ucraina indipendente e il revanscismo della Russia

Il 24 agosto 1991 l’Ucraina proclamò l’indipendenza dall’Unione Sovietica, ormai in via di dissoluzione. Al referendum del 1° dicembre votò sì il 90,32% dei partecipanti, con maggioranze favorevoli anche a Donetsk e Lugansk. Nel dicembre 1994 Kiev firmò con Russia, Stati Uniti e Regno Unito il Memorandum di Budapest: si impegnava a rinunciare all’arsenale nucleare ereditato dall’Urss in cambio dell’impegno degli altri firmatari a rispettarne la sovranità e i confini. Le ultime testate furono trasferite in Russia nel 1996. Intanto, negli anni Novanta, le privatizzazioni delle imprese statali ereditate dall’Urss, dalle acciaierie alle aziende energetiche concentrarono industrie e ricchezze nelle mani di pochi imprenditori, favorendo l’ascesa degli oligarchi.

Nei primi anni dopo l’indipendenza, l’Ucraina fu guidata da due ex esponenti dell’apparato sovietico: Leonid Kravchuk (1991-1994) e Leonid Kuchma (1994-2005). Quest’ultimo cercò di mantenere rapporti sia con Mosca sia con l’Occidente, mentre il suo governo fu segnato da scandali di corruzione e accuse di autoritarismo. Nel 2004, la vittoria elettorale assegnata al suo candidato, Viktor Yanukovych, scatenò la Rivoluzione arancione: centinaia di migliaia di persone riempirono piazza dell’Indipendenza a Kiev per denunciare i brogli. La Corte suprema ordinò di ripetere il ballottaggio, vinto da Viktor Yushchenko, favorevole all’ingresso nell’Ue e nella Nato. Le divisioni nella sua coalizione frenarono le riforme promesse. Nel 2010 fu eletto Yanukovych, più vicino alla Russia.

Il 21 novembre 2013 il giornalista Mustafa Nayyem invitò su Facebook i cittadini a ritrovarsi nella stessa piazza di Kiev, portando tè, caffè e vestiti pesanti. Yanukovych aveva sospeso i preparativi per un accordo con l’Ue, sotto la pressione di Mosca. La protesta, conosciuta come rivolta di Maidan, si allargò, mentre la repressione e gli scontri provocarono oltre cento morti. Nel febbraio 2014 Yanukovych fuggì dal Paese. Pochi giorni dopo soldati russi senza insegne occuparono la Crimea, poi annessa da Mosca dopo un referendum, mai riconosciuto da gran parte della comunità internazionale. Nel Donbas, separatisti sostenuti dalla Russia presero il controllo di parte delle regioni di Donetsk e Lugansk. Gli accordi di Minsk firmati nel 2014 e nel 2015 da rappresentanti di Ucraina, Russia, Osce e separatisti filorussi, prevedevano il cessate il fuoco, il ritiro delle armi pesanti, lo scambio dei prigionieri e uno statuto speciale per alcune aree del Donbas. Ma i combattimenti continuarono e i patti rimasero in gran parte inattuati.

Manifestanti riuniti a Kiev durante le proteste europeiste di Euromaidan, il 27 novembre 2013.
(Evgeny Feldman / Wikimedia Commons
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Il 24 febbraio 2022 la Russia lanciò l’invasione su larga scala. Le truppe russe avanzarono fino alle porte di Kiev, ma furono respinte. Fallito l’assedio alla capitale, compirono eccidi e torture sui civili nei sobborghi vicini, come Bucha e Irpin. Nel sud fu a lungo assediata in particolare Mariupol, il cui teatro in cui si erano rifugiate centinaia di persone fu distrutto in un bombardamento. Sostenuta da Usa e Ue, l’Ucraina riuscì però a resistere all’invasione, e nell’autunno 2022 l’esercito riconquistò gran parte della regione di Kharkiv e la città di Cherson, occupate nei primi mesi dell’invasione. La guerra si è via via trasformata progressivamente in un conflitto di logoramento, combattuto lungo centinaia di chilometri di fronte, tra trincee, campi minati e attacchi con i droni. Ad oggi i combattimenti continuano soprattutto nell’est e nel sud del Paese, mentre i bombardamenti russi colpiscono senza sosta le città e le infrastrutture energetiche, provocando quotidianamente vittime civili e blackout. Kiev, intanto, ha intensificato gli attacchi in profondità nel territorio russo, prendendo di mira soprattutto raffinerie e impianti petroliferi per ridurre le risorse con cui Mosca finanzia la guerra.

Mezzi militari distrutti lungo la strada principale di Bucha, alle porte di Kiev, il 4 aprile 2022, dopo il ritiro delle truppe russe (Oleksandr Ratushniak / Wikimedia Commons)

Religione e potere: Zelensky e le elezioni «impossibili»

La moneta corrente in Ucraina è la grivnia. L’ucraino è l’unica lingua ufficiale, ma in molte famiglie si parla anche russo. Secondo un sondaggio del Centro Razumkov del settembre 2025, condotto nelle zone controllate da Kiev, il 67% degli intervistati parlava prevalentemente ucraino in casa, l’11% russo e quasi il 20% entrambe le lingue. La maggioranza si riconosce nel cristianesimo ortodosso, mentre nell’ovest del Paese è consistente la presenza greco-cattolica. Nel 2019 il Patriarcato di Costantinopoli ha riconosciuto una Chiesa ortodossa ucraina indipendente da Mosca. Non tutte le parrocchie vi hanno aderito: molte sono rimaste nell’altra organizzazione religiosa, storicamente legata al Patriarcato russo. Quest’ultima ha dichiarato di aver interrotto i rapporti con Mosca dopo l’invasione del 2022, ma Kiev ne contesta l’effettiva autonomia, sospettando legami con il Cremlino.

L’Ucraina è una repubblica semipresidenziale: il presidente, eletto direttamente, ha un ruolo importante in politica estera e difesa, mentre il governo risponde alla Verkhovna Rada, il Parlamento unicamerale. Volodymyr Zelensky, ex attore comico, guida il Paese dal 2019, quando vinse all’esito di una campagna all’insegna della lotta alla corruzione contro il predecessore Petro Poroshenko. Dal luglio 2026 il primo ministro è Sergii Koretskyi, già alla guida della società energetica statale Naftogaz. Il partito presidenziale, Servitore del Popolo, è la principale forza parlamentare. Tra le opposizioni figurano i partiti Solidarietà Europea di Poroshenko e Patria di Yulia Tymoshenko.

Il mandato di Zelensky è scaduto tecnicamente il 20 maggio 2024. Dall’invasione del 2022 è in vigore però la legge marziale, che vieta, tra l’altro, lo svolgimento delle elezioni: Zelensky resta in carica e la Rada continua ad approvare le leggi, in attesa che la fine della guerra o una tregua duratura consentano nuove elezioni. Con la mobilitazione militare decisa dal governo, nell’ottobre 2026 le forze armate ucraine contano circa un milione di effettivi, ma solo una parte è impegnata al fronte. Secondo le autorità di Kiev, ogni mese vengono reclutate circa 30mila persone. L’Ucraina aspira a entrare nella Nato, ma oggi quel traguardo appare lontano. Nel 2008 i Paesi membri ne riconobbero la prospettiva di adesione – atto che la Russia ha considerato come una provocazione. Dal 2023 Kiev collabora con gli alleati attraverso il Consiglio Nato-Ucraina. Nei negoziati dietro le quinte per mettere fine alla guerra, Usa e potenze europee sembrano aver accettato l’idea di non procedere con l’adesione dell’Ucraina alla Nato, ma di offrirle in cambio garanzie di sicurezza di fatto altrettanto solide.

I volontari della Comunità di Sant’Egidio preparano e distribuiscono pasti caldi ad anziani e persone in difficoltà in un quartiere residenziale di Kiev (EPA/MAXYM MARUSENKO)

Ucraina verso l’Ue: le riforme e i negoziati

Il presidente Volodymyr Zelensky ha firmato e inviato la domanda di adesione all’Ue il 28 febbraio 2022, quattro giorni dopo l’invasione russa. Kiev aveva però cominciato ad avvicinarsi a Bruxelles molto prima. L’Accordo di associazione, firmato nel 2014 ed entrato pienamente in vigore nel 2017, aveva già rafforzato i rapporti politici e commerciali. Dall’11 giugno dello stesso anno, i cittadini ucraini con passaporto biometrico possono viaggiare senza visto nell’area Schengen per un massimo di 90 giorni ogni 180. Secondo un sondaggio dell’Istituto internazionale di sociologia di Kiev condotto nel 2026 nelle aree controllate dal governo, il 70% degli ucraini è favorevole all’adesione. La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ribadisce costantemente che «il futuro dell’Ucraina è nell’Ue», senza però indicare una data per l’ingresso. La linea ufficiale dell’Ue è che l’adesione dipende dai progressi nelle riforme e che Bruxelles non può fissare scadenze certe. Zelensky punta invece al 2027, per impedire, come ha dichiarato, che la Russia possa ostacolare l’ingresso del Paese per decenni.

Nel giugno 2022 l’Ucraina ha ottenuto lo status di Paese candidato. Il Consiglio europeo ha deciso di avviare i negoziati nel dicembre 2023, aperti formalmente sei mesi dopo. È seguita una verifica delle leggi ucraine per individuare quelle da adeguare alle norme europee, conclusa nel settembre 2025. Il veto dell’Ungheria ha però ritardato l’apertura dei singoli gruppi di capitoli fino al 15 giugno 2026, quando sono iniziate le trattative sulle «questioni fondamentali», dalla giustizia al funzionamento delle istituzioni democratiche. A luglio è stato aperto il gruppo sulle relazioni esterne; il 13 ottobre altri due, dedicati al mercato interno e alla competitività, per un totale di 17 capitoli che spaziano dalla circolazione dei lavoratori alla fiscalità, dall’industria all’istruzione. I gruppi aperti sono così quattro su sei. Restano da aprire i negoziati su ambiente e trasporti sostenibili e quello su agricoltura, risorse e fondi europei. Nessun capitolo sinora è stato chiuso.

Nell’ultimo rapporto annuale, pubblicato nel novembre 2025, la Commissione europea ha riconosciuto i progressi nella digitalizzazione della pubblica amministrazione, nella giustizia e nelle indagini sulla corruzione ai vertici dello Stato. Dopo Euromaidan, Kiev aveva istituito nuovi organismi per contrastare la corruzione: l’Ufficio nazionale anticorruzione (NABU), la Procura specializzata (SAPO) e, nel 2019, un tribunale incaricato di giudicare i casi più gravi. Ottenuto lo status di Paese candidato all’Ue, l’Ucraina ne ha rafforzato i poteri e l’indipendenza. Nel 2023 sono state ripristinate le dichiarazioni patrimoniali pubbliche dei funzionari statali, sospese dopo l’invasione, mentre l’anno successivo SAPO ha acquisito maggiore autonomia dalla Procura generale. Nel settembre 2025 è entrata in vigore una legge per rendere più trasparenti le attività di lobbying. L’Ue ritiene però ci sia ancora molto da fare: chiede ancora garanzie contro le interferenze politiche nelle indagini e maggiore indipendenza nelle nomine giudiziarie.

Nel luglio 2025 il Parlamento ha approvato una legge che riduceva l’indipendenza di NABU e SAPO, ripristinata dopo le proteste di piazza e le critiche internazionali. Pochi giorni dopo la pubblicazione del rapporto europeo è esploso lo scandalo Energoatom: secondo gli investigatori, un sistema di tangenti sugli appalti della società nucleare statale avrebbe alimentato una rete di riciclaggio attraverso cui sono transitati circa 100 milioni di dollari. Tra gli indagati figurano Timur Mindich, ex socio d’affari di Zelensky, l’ex ministro dell’Energia German Galushchenko e Andriy Yermak, già capo dell’ufficio presidenziale. L’attività degli organismi anticorruzione ha prodotto anche risultati: nei primi sei mesi del 2026, secondo i dati di NABU e SAPO, sono diventate definitive 55 sentenze di condanna nei confronti di 76 persone.

Il presidente del Consiglio europeo António Costa, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky e la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen – Kiev, 24 febbraio 2026 (EPA/STRINGER)

Guerra e cereali: gli ostacoli politici e le prospettive

Sul piano politico, a rallentare il percorso di avvicinamento dell’Ucraina all’Ue è stata soprattutto l’Ungheria. L’ex presidente Viktor Orbán ha ostacolato a lungo il percorso di Kiev, contestando tra l’altro il trattamento della minoranza ungherese in Transcarpazia. Il 12 ottobre scorso il Parlamento ucraino ha approvato nuove garanzie per l’istruzione nelle lingue delle minoranze. Il giorno dopo l’Ungheria ora guidata da Péter Magyar, ha ritirato le proprie obiezioni, pur mantenendo riserve sull’iter di adesione. Dietro le quinte però diversi altri Paesi – compresi Italia, Francia e Germania – coltivano riserve su tempi e modi dell’adesione all’Ue. Pesano nelle opinioni pubbliche e nei governi i timori di accogliere un Paese in guerra, o con le sue ferite ancora aperte, con una produzione agricola rilevante, ma anche la «concorrenza» dei Paesi dei Balcani, il cui percorso di negoziati e riforme è stato avviato ben prima.

La guerra non ha fermato i negoziati, ma resta nei fatti uno dei maggiori ostacoli all’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. I Trattati non vietano l’ingresso di un Paese in conflitto, ma nei territori occupati da Mosca Kiev non potrebbe applicare le norme europee. L’adesione porrebbe necessariamente anche una questione di sicurezza: l’articolo 42.7 del Trattato sull’Unione europea prevede l’obbligo di aiuto e assistenza reciproca in caso di aggressione armata, pur senza imporre automaticamente l’invio di truppe.

Sul fronte agricolo, secondo le ultime stime del ministero ucraino dell’Agricoltura, il raccolto di mais del 2026 dovrebbe raggiungere i 30 milioni di tonnellate, contro i 48,5 milioni previsti per l’intera Unione europea dalla Commissione. Quanto al frumento, secondo l’Istituto nazionale di statistica ucraino, al primo ottobre Kiev ne aveva già raccolte 26,1 milioni di tonnellate. Con l’ingresso in Ue, le aziende agricole ucraine potrebbero competere direttamente con quelle europee e accedere ai finanziamenti diretti della Politica agricola comune, che sostiene gli agricoltori anche in base alle superfici coltivate. Il timore che agita gli agricoltori europei, soprattutto in Polonia, Francia e Italia, è quello di perdere quote di fondi Ue e di finire fuori mercato per la pressione competitiva di derrate ucraine a prezzi ben più bassi. A inizio ottobre, a sorpresa, la Commissione ha dato seguito a quei timori proponendo che l’Ucraina entri in Ue solo a precise condizioni: limitazioni ai sussidi agricoli e l’esclusione dal mercato europeo per alcuni prodotti sensibili, come i cereali. L’obiettivo, ha spiegato l’esecutivo Ue, sarebbe quello di aiutare Kiev a recuperare i suoi mercati tradizionali – persi con la guerra – in Nord Africa e Medio Oriente.

Armi, soldi e rifugiati: il sostegno Ue a Kiev

Secondo il Consiglio Ue, dal febbraio 2022 l’Unione e i suoi Stati membri hanno mobilitato nel complesso 231,5 miliardi di euro per l’Ucraina, tra aiuti economici, militari, umanitari e assistenza ai rifugiati. Il sostegno alle forze armate ammonta a 97,3 miliardi, compresi i contributi dei singoli Paesi. Attraverso lo Strumento europeo per la pace sono state finanziate forniture militari, utilizzando anche i proventi dei beni russi immobilizzati. La missione europea Eumam ha inoltre addestrato 97mila soldati ucraini.

La collaborazione si è estesa alla produzione congiunta di armamenti. Nel luglio 2026 Bruxelles e Kiev hanno avviato una partnership industriale per sviluppare e costruire insieme droni e sistemi antidroni. Con il progetto Freya lavorano a un sistema europeo di difesa contro i missili balistici. Da ottobre le aziende ucraine possono inoltre partecipare ai programmi comunitari di ricerca militare, mentre sono stati stanziati 300 milioni di euro per rafforzare la produzione e l’innovazione condivisa.

Nell’aprile 2026 l’Ue ha approvato definitivamente un prestito da 90 miliardi di euro per il biennio 2026-2027, di cui 60 destinati indicativamente alla difesa e 30 al bilancio statale. A metà ottobre erano già stati erogati 15,8 miliardi per l’acquisto di droni, missili e sistemi antiaerei. Al vertice europeo del 16 ottobre, Zelensky ha stimato però in 155 miliardi di euro il fabbisogno del Paese per reggere l’urto della guerra nel 2027, chiedendo almeno altri 70 miliardi ai partner Ue – richiesta ora in corso di valutazione.

Un carro armato Leopard 2A6 in dotazione all’esercito ucraino, fornito dalla Germania.
ArmyInform / Wikimedia Commons

Grano, industria e debito: l’economia ucraina

L’Ucraina è uno dei maggiori produttori mondiali di grano, mais e olio di girasole, ma esporta anche acciaio e minerali. Nell’ottobre 2026 gli attacchi russi hanno quasi paralizzato le spedizioni dai porti del Mar Nero, costringendo Kiev a cercare rotte alternative attraverso i Paesi confinanti. La guerra ha colpito duramente anche l’industria dell’est. A Mariupol, durante l’assedio del 2022, sono stati gravemente danneggiati i grandi stabilimenti siderurgici Azovstal e Illich. Quell’anno il Pil è crollato del 28,8%. La ripresa è stata lenta: nel 2025 l’economia ucraina valeva circa 214,2 miliardi di dollari, secondo la Banca mondiale, con una crescita reale dell’1,8%. Per il 2026 il Fondo monetario internazionale prevede un aumento dell’1%. Pesano gli impianti distrutti, le difficoltà nei trasporti e la carenza di lavoratori.

Il settore informatico ha resistito meglio: nel 2025 le esportazioni di servizi IT hanno raggiunto 6,65 miliardi di dollari, il 41,6% di quelle complessive di servizi, secondo la Banca nazionale ucraina. Nell’aprile 2026 la Commissione europea ha assegnato 20 milioni di euro a 41 startup e piccole e medie imprese ucraine, attive nell’intelligenza artificiale, nella robotica, nelle biotecnologie e nella cybersicurezza.

È cresciuta soprattutto l’industria della difesa, che ha sviluppato nuove capacità nella produzione di droni e armamenti. Secondo il Consiglio nazionale per la sicurezza e la difesa, nel 2026 il comparto ha una capacità produttiva potenziale di 55 miliardi di dollari l’anno, contro appena un miliardo all’inizio dell’invasione. Conta ormai circa 1.500 aziende, un terzo delle quali specializzate in sistemi senza pilota: nel 2025 sono stati fabbricati quattro milioni di droni. Molte imprese sono nate come startup, sostenute anche da Brave1, il programma pubblico che finanzia lo sviluppo e la sperimentazione di nuove tecnologie militari.

Nel 2025 il Pil pro capite era di circa 5.866 dollari, e nell’agosto 2026 lo stipendio medio dei lavoratori dipendenti regolari era di 31.892 grivnie al mese (circa 615 euro), secondo l’Istituto nazionale di statistica. A settembre i prezzi al consumo erano aumentati del 10% rispetto a un anno prima. La disoccupazione stimata al 16,2% dall’agenzia demoscopica Info Sapiens: dall’invasione, infatti, non vengono più pubblicate le rilevazioni ufficiali sulle forze di lavoro.

Per pagare pensioni e mantenere in funzione i servizi essenziali, Kiev dipende dai finanziamenti internazionali. Nel settembre 2026 ha ricevuto dalla Banca mondiale 841 milioni di dollari, garantiti dal Canada, destinati a coprire le spese pensionistiche. Secondo il Fondo monetario internazionale, il debito pubblico dovrebbe raggiungere l’111,8% del Pil entro la fine del 2026. L’Unione europea resta il principale partner commerciale del Paese: nel 2025 gli scambi di merci hanno raggiunto 68,2 miliardi di euro, circa il 65% del commercio ucraino di beni.

Un campo di grano a Tovstoluh, nella regione di Ternopil, nell’Ucraina occidentale, il 26 giugno 2026
Vitalii Lukasevych / Wikimedia Commons

Energia e ambiente: blackout, centrali nucleari e ricostruzione

A Chernobyl pesano ancora le conseguenze del disastro nucleare del 26 aprile 1986, quando l’esplosione del reattore numero quattro disperse materiale radioattivo su vaste aree dell’Europa. Circa 115mila persone furono evacuate nello stesso anno e altre 220mila trasferite successivamente. Attorno alla centrale fu istituita una zona di esclusione di 30 chilometri, dove la contaminazione continua a richiedere controlli. Le truppe russe occuparono l’impianto dismesso nelle prime settimane dell’invasione del 2022. Nel febbraio 2025 un drone ha danneggiato la grande struttura costruita per isolare il reattore distrutto: i livelli di radiazione sono rimasti nella norma, ma la sua capacità di contenimento è stata compromessa. Nell’ottobre 2026 sono stati annunciati nuovi finanziamenti per i lavori di riparazione.

Prima dell’invasione, l’Ucraina produceva comunque circa la metà della propria elettricità nelle centrali nucleari. La più grande, quella di Zaporizhzhia, con sei reattori, è sotto il controllo russo dal marzo 2022. I reattori sono fermi, ma continuano ad avere bisogno di elettricità per i sistemi di sicurezza e raffreddamento. Le tre centrali nucleari rimaste sotto il controllo di Kiev si trovano a Rivne, Khmelnytskyi e nell’Ucraina meridionale. Gli attacchi russi hanno distrutto o danneggiato centrali elettriche, sottostazioni e linee di trasmissione. Le interruzioni della corrente hanno costretto abitazioni, scuole e ospedali a ricorrere ai generatori. La rete elettrica ucraina è collegata a quella europea dal marzo 2022, ma i bombardamenti continuano a provocare blackout in diverse regioni.

Per ridurre la dipendenza dalle grandi centrali e dalle infrastrutture più esposte agli attacchi, l’Ucraina sta installando pannelli solari e sistemi di accumulo anche su scuole e ospedali. Kiev mantiene l’obiettivo della neutralità climatica entro il 2050, mentre continua a ricostruire una rete energetica colpita dai bombardamenti. La guerra ha provocato danni ingenti anche all’ambiente. Nel giugno 2023 la distruzione della diga di Kakhovka, sul fiume Dnipro, ha provocato estese inondazioni nella regione di Cherson, sommergendo abitazioni e terreni agricoli. Il prosciugamento del bacino artificiale ha compromesso l’approvvigionamento idrico di vaste aree del sud. Mine, ordigni inesplosi e sostanze rilasciate dai combattimenti contaminano inoltre campi e corsi d’acqua.

Una strada allagata a Cherson, nel sud dell’Ucraina, a giugno 2023, dopo la distruzione della diga di Kakhovka sul fiume Dnipro (Ansa/Epa – Ivan Antypenko)

In copertina: Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky con la presidente della Commissione Ue Ursula van der Leyen – Bruxelles, 17 agosto 2025 (Ansa/Epa)

Questo articolo è fa parte del progetto Chi bussa alle porte dell’Europa? che ha ricevuto un finanziamento da parte della Commissione Europea — Direzione Generale per l’Allargamento e il Vicinato Orientale. I punti di vista e le opinioni espresse appartengono tuttavia solo ai rispettivi autori e non riflettono quelle dell’Unione Europea.

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