Moldova, il sogno europeo, le minacce della Russia e le divisioni: come vanno i negoziati con l’Ue
Ex Repubblica sovietica, indipendente dal 1991, la Repubblica di Moldova ha preso ufficialmente la corsa verso la possibile adesione all’Unione europea da marzo 2022, subito dopo l’invasione russa dell’Ucraina. Da allora il destino del Paese guidato da Maia Sandu pare legato a doppio filo, nel bene e nel male, a quello dell’Ucraina: se le sfide sono in parte comuni, i percorsi di avvicinamento all’Ue dei due Paesi dell’ex Urss sono però diversi.

Moldova, questa (s)conosciuta
Incastonata tra la Romania a ovest e l’Ucraina a nord, est e sud, la Moldova (nome che le autorità del Paese prediligono rispetto a quello di Moldavia) non ha sbocco sul mare. Secondo l’ultimo censimento (2024) ci abitano 2,4 milioni di persone: in dieci anni il Paese ha perso il 13,6% della popolazione, complici l’emigrazione, soprattutto giovanile, e una natalità scarsa che non riesce a compensare i decessi. Per le stesse ragioni il Paese invecchia rapidamente: l’età media è salita a 40,6 anni e gli over 65 sono ormai il 18% della popolazione, contro l’11% di un decennio fa. Quasi un residente su tre vive nell’area della capitale, Chișinău, mentre la seconda città per dimensione, Bălți, non arriva a 100mila abitanti.
Sul territorio moldavo convivono di fatto tre entità. Oltre allo Stato internazionalmente riconosciuto, a est del fiume Nistro c’è la Transnistria: nel 1990, prima ancora che la Moldova emergesse dalla dissoluzione dall’Unione Sovietica, si è autoproclamata indipendente come Repubblica Moldava di Pridnestrovie, con capitale Tiraspol. La Transnistria non è riconosciuta a livello internazionale, se non da altre repubbliche separatiste, e viene sostenuta economicamente e militarmente dalla Russia che dal 1992, in seguito alla guerra tra Chișinău e i separatisti, è presente sul territorio con truppe di “pace”. In Transnistria vivono circa 475mila persone. Nel sud del Paese c’è poi la Gagauzia, regione autonoma che si estende per 1800 km2, abitata in prevalenza dai gagauzi, una minoranza di lingua turca e fede cristiano-ortodossa, a cui la Costituzione riconosce un’ampia autonomia dal 1994. La regione, con capoluogo Comrat, oggi conta poco più di 100mila abitanti.
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Dal punto di vista fisico, il territorio della Moldova è perlopiù pianeggiante e collinare: il punto più alto, la collina di Bălănești, non supera i 430 metri. Gran parte del suolo è ricoperto di chernozem, una “terra nera” fertilissima ricca di humus che rende la Moldova molto produttiva dal punto di vista agricolo: più della metà della superficie del Paese è coltivata.

Dall’Urss all’Ue?
Fondato nel 1359, il Principato di Moldavia resta indipendente per circa un secolo e mezzo prima di diventare, nel corso del ‘500, Stato vassallo dell’Impero ottomano. Nel 1812, con il Trattato di Bucarest che pone fine alla guerra russo-turca, la metà orientale del principato, la Bessarabia, che coincide grosso modo con l’attuale Moldova, passa sotto il controllo dell’Impero russo. La parte occidentale resta invece stato vassallo dell’Impero ottomano fino al 1859 quando si unisce alla Valacchia sotto uno stesso principe, dando di fatto vita alla Romania moderna.
Alla fine della Prima guerra mondiale, nel 1918, la Bessarabia vota per unirsi al Regno di Romania, ma nel 1940 torna sotto il controllo russo. L’Unione sovietica occupa la regione: nasce così la Repubblica Socialista Sovietica Moldava. La fascia costiera meridionale viene invece assegnata dai sovietici alla Repubblica Ucraina, privando per sempre la Moldova di uno sbocco sul mare. Occupata da truppe rumene e tedesche durante la Seconda guerra mondiale, la regione torna sotto controllo sovietico nel 1944. Il 27 agosto 1991, qualche mese prima del crollo formale dell’Urss, la Moldova dichiara l’indipendenza. Segue un breve conflitto armato tra la neonata Repubblica e i separatisti della Transnistria – proclamatasi indipendente l’anno precedente – che si conclude nel luglio 1992 con un cessate il fuoco mediato da Mosca e l’individuazione di una linea di demarcazione lungo il fiume Nistro.
La Costituzione del 1994 prova a ricucire lo strappo riconoscendo un’ampia autonomia sia alla Transnistria sia alla Gagauzia: solo quest’ultima però la accetta, ottenendo l’anno successivo un proprio governo e un Parlamento locale, mentre la situazione in Transnistria resta congelata.
Nel 2001 il Partito dei Comunisti vince le elezioni parlamentari e il suo leader Vladimir Voronin viene eletto presidente della Repubblica. Resta al potere fino al 2009, quando una nuova vittoria elettorale del partito, contestata dall’opposizione con accuse di brogli mai del tutto dimostrate, scatena la cosiddetta “rivoluzione di Twitter”. Ne seguirà un decennio turbolento in cui la nuova maggioranza, formata da 4 partiti, non avrà i numeri per eleggere un presidente: fino al 2012 il Paese è guidato da capi di Stato ad interim. Nel 2014 la Moldova è travolta dallo scandalo del “furto del secolo“: nel giro di pochi giorni da tre delle principali banche sparisce l’equivalente di quasi un miliardo di dollari, un ottavo del Pil del Paese. Il governo interviene per salvare le banche, creando in questo modo una voragine nei conti dello Stato. Alcuni dei politici più in vista del Paese finiscono in carcere o in fuga.
Sull’onda dello scandalo, nel 2015, l’economista Maia Sandu fonda il Partito Azione e Solidarietà con un programma incentrato sulla lotta alla corruzione. Sconfitta alle presidenziali dell’anno successivo dal filorusso Igor Dodon, nel 2019 stringe con lui un’alleanza improbabile per estromettere dal governo il Partito Democratico di Plahotniuc. L’esecutivo di Sandu dura solo cinque mesi, ma alle elezioni presidenziali del 2020 batte Dodon diventando la prima donna alla guida della Moldova. Rieletta nel 2024, è tuttora in carica.

Candidatura Ue: a che punto siamo
Dagli anni ’90 la Moldova allaccia rapporti con l’Ue con la firma dell’Accordo di Partenariato e Cooperazione, che sfocia nel 2009 nell’ingresso del Paese nel Partenariato Orientale Ue. Nel 2014 la Moldova diventa il primo Paese dei sei dell’area a ottenere l’esenzione dal visto per i suoi cittadini per soggiorni brevi e firma l’Accordo di Associazione con l’Ue, che liberalizza gli scambi commerciali. La svolta arriva però con l’invasione russa dell’Ucraina: con la minaccia russa alle porte, il 3 marzo 2022 la presidente Maia Sandu firma la domanda di adesione e il 23 giugno la Moldavia ottiene lo status di Paese candidato insieme all’Ucraina. Dopo il via libera dei governi Ue a fine 2023, i negoziati vengono avviati a giugno 2024: ma per l’apertura dei primi capitoli bisogna attendere fino a giugno 2026.
Per anni, infatti, Bruxelles tratta le candidature di Ucraina e Moldova come un unico pacchetto. Ogni passo avanti richiede il voto unanime dei 27 Stati membri e Chișinău diventa di fatto ostaggio del veto dell’Ungheria di Viktor Orbán su Kiev. La Moldova però fa buon viso a cattivo gioco: entro l’autunno 2025 completa la fase di screening, rivelandosi la più veloce di tutti i candidati secondo la Commissaria Ue all’Allargamento Marta Kos. Dalla primavera 2026, il cambio di governo in Ungheria sblocca l’iter per entrambi i paesi: si apre così il negoziato sul primo gruppo di capitoli – i cosiddetti “Fondamentali” che includono giustizia, corruzione, diritti – e subito dopo quello sulle relazioni esterne.
E ora? Il governo punta a chiudere i 33 capitoli e quindi i negoziati entro il 2028. Il rapporto della Commissione sulla Moldova pubblicato a novembre 2025 la colloca tra i candidati che più sono avanzati nell’ultimo anno. I giudizi più positivi riguardano l’energia, con Chișinău che ha accelerato le riforme nel settore elettrico nonostante la crisi delle forniture, e la politica estera e di sicurezza. Le preoccupazioni maggiori riguardano le ingerenze straniere senza precedenti – nel 2025 le autorità hanno smantellato una rete che finanziava con criptovalute legate a Mosca candidati e partiti filorussi -, la lotta alla corruzione e il sistema giudiziario, in particolare per i tempi dei processi e le condizioni di detenzione. Preoccupano anche la concentrazione della proprietà dei media e le crescenti intimidazioni ai giornalisti. L’economia infine è fragile: il lavoro irregolare resta molto diffuso e le imprese faticano a trovare personale.
A confermare le divisioni politiche nel Paese sono anche i dati sul sentimento generale della popolazione moldava nei confronti dell’Ue: nell’ottobre 2024 il referendum per inserire in Costituzione l’obiettivo dell’ingresso nell’Ue è passato con appena il 50,35% dei sì. A pesare positivamente è stato soprattutto il voto dei moldavi residenti all’estero (quasi 8 su 10 hanno votato a favore). Nella regione autonoma della Gagauzia, che vota tradizionalmente in modo filorusso, ha invece vinto il no con quasi il 95% dei voti.

Lingua e potere
Più di tre quarti della popolazione si definisce di etnia moldava, mentre un 8% di etnia romena, distinzione che è in ogni caso più politica che fattuale. Le minoranze principali sono quelle ucraina, gagauza e russa, ma nessuna supera il 5%. La lingua ufficiale è il romeno, così ribattezzata nel 2023 quando la storica dicitura “lingua moldava” è stata abolita. Nonostante ciò, la maggioranza dei cittadini continua a chiamarla “moldava”. La quasi totalità della popolazione, il 94%, si dichiara cristiana ortodossa.
La Moldova è nata come repubblica presidenziale, ma con la riforma costituzionale del 2000 l’ha trasformata in una repubblica parlamentare. Nel 2016 però una decisione della Corte costituzionale ha smontato quella riforma del 2000, ripristinando l’elezione diretta del presidente, senza però restituirgli gli stessi ampi poteri del 1994. Oggio così il presidente, che viene eletto ogni 4 anni per un massimo di due mandati consecutivi, detiene poteri più circoscritti.
Al momento la carica è ricoperta dalla cinquantaquattrenne Maia Sandu (già primo ministro e ministro dell’Istruzione), fondatrice nel 2016 del PAS, il partito di centrodestra filoeuropeo che oggi detiene la maggioranza in Parlamento. Il Parlamento, monocamerale, viene eletto ogni 4 anni con sistema proporzionale a liste bloccate. Il potere esecutivo è esercitato dal governo, espressione di una maggioranza parlamentare. Dal 2021, anno in cui ottenne per la prima volta la maggioranza assoluta, il PAS governa da solo. Il primo ministro, da luglio 2026, è Vasile Tofan, manager da tempo vicino agli ambienti del PAS e che condivide la valutazione che l’ingresso in Ue sia per la Moldova «un’occasione storica». L’opposizione è guidata dal Partito dei Socialisti di Igor Dodon, presidente dal 2016 al 2020.

Le sfide economiche
A pesare di più nell’economia moldava è il settore dei servizi (oltre il 60% del Pil), mentre l’agricoltura vale il 7,1% (2024). Il Paese vive soprattutto grazie a capitali in arrivo da fuori: le rimesse di chi lavora all’estero, ma anche gli aiuti internazionali (Banca mondiale, Ue e Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo), per metà sovvenzioni e per metà prestiti. La Moldova esporta, in primis verso l’Europa (che assorbe due terzi delle vendite all’estero), soprattutto macchinari elettrici, prodotti agricoli, mobili e vino. La bilancia commerciale risulta però sbilanciata: nel 2025 l’import di beni ha quasi triplicato le esportazioni.
Un altro dato interessante è quello che riguarda la disoccupazione, che è bassissima e in calo (3,8% nel 2025), ma non per il motivo che ci si aspetterebbe: circa la metà delle persone in età da lavoro non ha un impiego né lo cerca. Lo stipendio medio in Moldova è pari a circa 800 euro lordi al mese. Dopo un forte rimbalzo post Covid nel 2021 (+13,9%), la crescita ha subito un freno ed è oggi più modesta (+2,4% nel 2025). Il debito pubblico del Paese resta piuttosto contenuto, intorno al 38% del Pil.
Dopo aver smesso nel 2025 di acquistare elettricità dalla centrale elettrica della Transnistria, la Moldova sta scommettendo su un mix di fonti più vario, comprese le rinnovabili. Negli ultimi anni, inoltre, il governo ha scommesso sulla tecnologia: dal 2018 e fino al 2035 chi apre un’azienda informatica in Moldova, nell’ambito del Moldova IT Park, paga un’imposta unica del 7% sul fatturato, e il settore è cresciuto tantissimo. Gli investimenti dall’estero, però, restano al momento scarsi.
In copertina: La presidente della Moldova Maia Sandu – Chisinau, 24 April 2025 (Ansa/Epa – Dumitru Doru)

