Italia fanalino di coda dell’Ue: è possibile invertire la rotta? Intervista ad Andrea Garnero (Ocse)

«Il mercato del lavoro, purtroppo, non si può far ripartire per decreto. Io, anzi, invocherei una pausa e chiederei che non si smonti continuamente il lavoro pregresso cambiando in corsa le regole. E investirei risorse in formazione». L’intervista di Open all’economista dell’Ocse Andrea Garnero

L’Italia continua a essere il fanalino di coda dell’Europa. I segnali. ormai, si susseguono incessanti e ogni settimana gli indicatori raccontano di un’economia al palo e di un mercato del lavoro asfittico. Il 14 febbraio, l’Eurostat ha pubblicato le stime sul Pildell’Italia e i dati sono tutt’altro che positivi. Nelquarto trimestredel 2018, rispetto al precedente, ilPil dell’Eurozona è cresciuto dello 0,2%, ma l’Italia, in controtendenza, ha segnato un-0,2%, il più basso tra i 28 Paesi.

Nel 2018, il Pil dell’Eurozona è cresciuto dell’1,8%, mentre quellodella Ue-28 dell’1,9%, ma l’Italia si è fermata al +0,1%. Insomma, i dati Eurostat descrivono un Paeseche arranca rispetto al resto d’Europae sono solo i più recenti indicatori diffusi, gli ultimi di una lunga e preoccupante serie poco confortante.Per capire meglio che cosa sta succedendo,che futuro abbiamo davantie, soprattutto, se sarà possibile invertire la rotta nel breve periodo, Open ha contattato Andrea Garnero,economista del mercato del lavoro dell’Ocse.

Oggi è stato diffuso l’ennesimo dato negativoper l’Italia: il Paese non cresce dal punto di vista economico, la produzione industriale è in arresto e anche l’occupazione, rispetto all’Eurozona, è asfittica. Come possiamo interpretare questi dati?

«I dati sono tutti collegati, quindi non sorprendono. Il problema è ventennale, sono anni che cresciamo dello zero virgola qualcosa o poco sotto. Se c’è un commento da fare sul mercato del lavoro, nello specifico, è che anzi è andato meglio delle aspettative, rispetto alla crescita dell’economia del Paese».

Quindi è un problema strutturale?

«Certamente sì, non è un problema nuovo né di oggi. Ci sono stati dei periodiin cui l’Italia ha segnato un crescita positiva, ma si è sempre parlato appunto dello zero virgola, quindi al momento rimaniamo nei margini degli ultimi vent’anni. Anzi, come ho detto l’occupazione è cresciuta più delle aspettative, e questo credo a causa o grazie alla riforma Fornero, dipende dai punti di vista. Anche la tendenza generale, dei mutamenti dei tempi di vita e di lavoro ha aiutato».

Alla luce di questi dati economici e dei provvedimenti del governo Conte, si può tentare un’analisi sul futuro?

«Diciamo che bisognerebbe attuarle davvero le politiche, non servono nemmeno grandi nuove idee in tanti ambiti, ma occorrerebbe fare. La priorità massima in questo momento è stimolare la crescita, quindi la produttività, gli investimenti, il capitale umano, però abbiamo anche degli enti pubblici che sono piuttosto indietro e che non riescono a stare al passo con i tempi. Anche la questione navigator, per esempio: si assumeranno 6 mila persone però per far crescere l’economia del Paese non basta assumere nel pubblico. Francamente non so al momento come questa tendenza alla stagnazione possa essere invertita perché è molto probabile che a breve vedremo ricomparire il segno “più” davanti al Pil, cosa che in passato, nonostante le cifre minime, ci ha fatto gridare al successo, ma sono vent’anni che ci aggiriamo comunque intorno allo 0 virgola qualcosa in più o in meno e non è certo questo che fa la differenza».

C’è qualche provvedimento in particolare che potrebbe essere prioritario per invertire la rotta del mercato del lavoro?

«Il mercato del lavoro, purtroppo, non si può far ripartire per decreto. Sembra un’ovvieta, ma che non è stata ancora ben compresa, visto che cerchiamo sempre di agire su quella leva. Io, anzi, invocherei una pausa e chiederei che non si smonti continuamente il lavoro pregresso cambiando in corsa le regole. Tra giugno e dicembre, per esempio, abbiamo avuto tre regimi diversi, le varie fasi del decreto dignità, una confusione assoluta per chi vuole fare impresa in Italia e investire nel Paese. Non si possono cambiare le regole ogni settimana, a prescindere dall’opinione che uno può avere sul decreto dignità e sulle riforme passate. Una riflessione approfondita e generale andrebbe fatta su tutto quello che è formazione in senso lato, dunque partendo dalla scuola arrivando a quella professionale e alle politiche attive».

Cosa si può fare da questo punto di vista?

«Se c’è una priorità assoluta, una priorità in cui investire risorse economiche, è proprio la formazione perché l’Italia ha un problema di occupazione non solo quantitativo ma anche a livello di qualità. Se i posti di lavoro che si creano sono per lo più “lavoretti” non ci sono poi benefici così palpabili a livello di crescita. Anche Industria 4.0 è stato un provvedimento molto utile e necessario, però mancava di attuazione pratica. Per spiegare meglio: va bene comprare la nuova macchina, ma se poi non si sfruttano tutte le potenzialità serve a poco. Sulla formazione non solo lo Stato può fare molto, ma le stesse parti sociali, la stessa Confindustria e i sindacati, dovrebbero. La formazione a livello regionale è la seconda “industria” per finanziamenti dopo la sanità. Non è quindinemmeno una questione di mancanza di fondi, perché i fondi li abbiamo pure in realtà, ci sono anche aiuti europei, ma è più una questione di corretta allocazione delle risorse. Uno dei motivi per cui l’Italia non cresce da vent’anni, peraltro, è la perdita del cosiddetto saldo tecnologico».

Cos’è successo?

«Scomparse le grandi imprese pubbliche o come la Fiat, che in qualche modo dettavano il percorso da intraprendere all’indotto e che avevano un ruolo guida e obbligavano i fornitori ad adattarsi, la massa di piccole imprese che abbiamo ora vivacchia: abbiamo alcune Pmi ottime, ma una gran parte è invece medio-scarsa e non hastimolo a innovarsi e diventare competitiva.Se fossi al governo, diciamo che punterei sulla formazione, anche se è un investimento che potrebbe non dare risultati nel breve termine, ma è un investimento che proprio perché non restituisce crescite immediate è stato accantonato per troppo tempo».