Arrivano le «balconiadi», le città si riempiono di striscioni contro Salvini: «Nessuno può reprimere il dissenso»

di Felice Florio

Dalle piazze di tutta Italia si leggono frasi di protesta e slogan contro la Lega. «Onestamente il pericolo dato da un cartello con scritto con “la Lega è una vergogna” è nullo. È la protesta di un privato cittadino. E la dobbiamo tutelare perché è un principio fondante di ogni democrazia», spiega Giulio Enea Vigevani, professore di diritto Costituzionale

E poi arrivò una gru: con solerzia, il lenzuolo con su scritto «Non sei il benvenuto», fu rimosso in un istante. La piazza di Brembate doveva essere liberata prima dell'arrivo del Capitano. No, non è la cronaca di un'Italia passata. È successo pochi giorni fa, e non solo in provincia di Bergamo. Sono tanti gli episodi che hanno riguardato i comizi di Salvini in cui le forze dell'ordine sono intervenute per rimuovere striscioni e cartelli. 

In un'occasione è stato sequestrato anche un cellulare. Sono tanti perché, facendo la conta delle giornate trascorse dal ministro dell'Interno al Viminale, ci si accorge che dal 2019 sono state circa 20. Buona parte del tempo, il vicepremier della Lega l'ha passato facendo comizi in giro per l'Italia.

L'ultimo degli striscioni apparsi su un balcone è quello che, la mattina del 15 maggio, è stato fissato nel centro di Firenze. «Portatela lunga la scala… sono al quinto piano». La foto è stata condivisa dal sindaco Dario Nardella: «L’ironia dei fiorentini è insuperabile!!!», ha commentato.

Arrivano le «balconiadi», le città si riempiono di striscioni contro Salvini: «Nessuno può reprimere il dissenso» foto 1

L'effetto boomerang: le «balconiadi»

«Prima gli esseri umani e poi… i 49 milioni», si legge sotto la finestra di un residente veronese. Ne sbucano altri due a Carpi, dove Salvini è andato ieri 14 maggio per uno dei suoi comizi. Persone sui tetti, megafoni e «Bella Ciao» tra le strade. Contro la repressione arrivano le «balconiadi» – e qualcuno già pensa a dei contest per premiare il più bello.

Altri 200 penzolano già dalle finestre di Campobasso, il capoluogo molisano che ospiterà il vicepremier oggi 15 maggio per un comizio a sostegno della candidata sindaco Maria Domenica D'Alessandro. Una cifra raggiunta anche grazie alla campagna dell'Unione degli studenti: «Sei Campobassano? Metti a disposizione il tuo balcone e contattaci perla consegna gratuita dello striscione!». Lenzuoli di protesta pieni di «Porti Aperti», «Restiamo Umani».

Campobasso non si lega! In occasione della passerella elettorale di Matteo Salvini Campobasso non starà zitta. Sei…

Posted by Uds Campobasso on Saturday, May 11, 2019

E poi gli hashtag, che da giorni si trovano sulle bacheche dei vari social network. #Stressasalvini #salvinitoglianchequesto sono le espressioni di protesta contro queste misure che limitano la libertà di espressione e di dissenso. Secondo l'art. 72 della legge 26 del 1948, «Chiunque con qualsiasi mezzo impedisce o turba una riunione di propaganda elettorale, sia pubblica che privata, è punito con la reclusione da uno a tre anni». E in casi di effettivo turbamento la polizia deve intervenire.

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Ma non sarebbero questi i casi. Come ci conferma il professore di Diritto Costituzionale Giulio Enea Vigevani: «È ovvio che la polizia, con qualche discrezionalità, deve impedire, prevenire qualsiasi turbamento che possa sfociare in violenza. Però il metro di giudizio dev'essere il pericolo di una violenza. Onestamente, il pericolo dato da uno striscione con scritto "La Lega è una vergogna" è nullo. È una forma di protesta di un privato cittadino. E va difesa perché il dissenso, nel nostro ordinamento, è tutelato quasi in ogni forma».

Lo striscione che ha fatto traboccare il caso

Salerno, 6 maggio. Salvini sta per fare un comizio, lì vicino, sul balcone della casa di un'anziana è appeso uno striscione. «Questa Lega è una vergogna», si legge. Due uomini della Digos bussano alla porta dell'appartamento. Identificano le tre persone presenti e invitano l'anziana a rimuovere lo striscione per «evitare cause legali». La donna, spaventata, esegue. Secondo la legge, però, avrebbe potuto tenerlo perché solo in caso di turbamento del comizio e di rischio per l'evento le autorità potevano rimuoverlo. E questo non era il caso.

Chi di selfie ferisce…

Sempre in Campania, una ragazza si avvicina a Salvini con la fotocamera interna del cellulare accesa: il vicepremier non si tira mai indietro davanti a un selfie. Ma l'obiettivo è fare una domanda al ministro e registrarla in video: «Grande Salvini! Siamo terroni di merda? Non siamo più terroni di merda?». La risposta non è nel merito: «Cancella sta video!», le ha detto. Poi viene chiamata la Digos e alla ragazza viene  strappato il telefono di mano. Sequestrato, senza una valida motivazione.

Se la ruspa si trasforma in gru

È mattina presto a Brembate, in provincia di Bergamo. Il 13 maggio, alle 9:00, sarebbe arrivato Salvini per l'ennesimo comizio di un tour de force che lo sta tenendo lontano dal Viminale. I vigili del fuoco, su ordine della Questura, azionano una gru e rimuovono uno striscione con scritto «Non sei il benvenuto». La polemica questa volta scoppia dopo che il sindaco di Bergamo Giorgio Gori lancia un appello: «Chi ha dato loro l’ordine di intervenire? A che titolo?».

La carica dei 201, in attesa di Milano

In tutta Italia cominciano a spuntare sui balconi striscioni contro Salvini e in particolare contro quella che viene percepita come repressione verso il diritto di dissenso delle persone. A Verona il ministro era atteso per l'inaugurazione della sede di Cassa Depositi e Prestiti. «Prima gli esseri umani e poi… I 49 milioni», è il messaggio apparso su un balcone.

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La protesta si sta diffondendo a macchia d'olio. Anzi, d'inchiostro. Dove il leader della Lega terrà un comizio, ecco che compare uno striscione contro di lui. Così è successo a Lumezzane, dove è stata citata anche la Costituzione.

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La stessa Ceres, famosa azienda di birra, lancia una campagna social a tema: «Salite a toglierlo, ci facciamo una birra».

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Il 15 maggio, per l'arrivo di Salvini, la città di Campobasso si è mossa per preparargli l'accoglienza: dal giorno prima già campeggiano 200 striscioni. Le frasi vanno da «Prima gli esseri umani» a «Campobasso schifa la Lega».

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Ma la lenzuolata più imponente potrebbe essere quella di sabato 18 maggio a Milano. Attesi migliaia di striscioni per accogliere Matteo Salvini in città. L'iniziativa è stata lanciata dai Sentinelli e da Insieme Senza Muri, associazioni molto attive nel capoluogo milanese per la tutela dei diritti. 

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Cosa dice la Costituzione?

Giulio Enea Vigevani, professore di diritto costituzionale dell'Università Bicocca, è sbalordito dalla temperie del momento. Raggiunto al telefono da Open, conferma: «Il diritto costituzionale, come tutti i diritti, incontra dei limiti. Ma lo Stato democratico si caratterizza proprio perché il dissenso è massimo e dev'essere assolutamente libero quando si rivolge nei confronti del potere. Quello che sta succedendo in questi giorni contrasta con la logica dello stato democratico. Ogni critica, la più feroce, la più estemporanea va considerata come lecita. Non si può reprimere. A ribadirlo la Cassazione: più è alta la personalità, più la critica è lecita».

Per quanto riguarda la storia di Salerno e il telefonino sequestrato alla ragazza: «Gli agenti in quelle situazioni sono incaricati di proteggere una personalità dello Stato da qualsiasi tentativo di aggressione. Il ministro dell'Interno è in mezzo alla folla e gli agenti sono allertati. In quel caso, è Salvini che dice loro di cancellare il video, e quindi di prendere il cellulare. La responsabilità è del ministro, della persona pubblica, non del poliziotto a cui un'autorità chiede di intervenire. Qualsiasi atto di un potere pubblico che limita in modo arbitrario la libertà di comunicazione, la sfera personale, la sfera intima di una persona e che non abbia una giustificazione, è un fatto perseguibile». 

«A Salerno  - continua Vigevani - non si è trattato di un ordine, perché non è il ministro dell'Interno che dà gli ordini alla polizia. Secondo me, però, non è nemmeno inquadrabile come reato il gesto di Salvini. È il suo comportamento a essere ingiustificato, ma affinché si constati una fattispecie delittuosa, beh la vedo lontana. Ritengo non ci sia un'etichetta penalistica. ma è un episodio davvero grave. La ragazza non ha fatto un illecito e la cosa fondamentale è che in uno Stato libero si possa sfottere, criticare, dire "Non sei il mio ministro" senza ritorsioni».

In merito alla rimozione degli striscioni, invece, spesso si invoca la norma che tutela le riunioni politiche e la propaganda elettorale, ma «non deve essere vietato il dissenso». «C'è sempre stata una normativa protettiva per le campagne elettorali, ma l'obiettivo con cui è stata concepita è impedire che il facinoroso del partito A andasse nel partito B per fare un contro-comizio con il rischio di degenerazione in rissa. Scavando in vecchi testi normativi, ci sono delle norme che attribuiscono alla forza pubblica la possibilità di intervenire per prevenire questi possibili incidenti durante le campagne elettorali», spiega il costituzionalista.

Per esempio, alcune norme dicono di non distribuire volantini del Pd durante il comizio di Salvini, o passare con gli altoparlanti accesi per mandare messaggi di un altro gruppo politico. «Ma non è vero che non si possa gridare "vergogna", esporre un manifesto con scritto "ladro". Ricordo quando Umberto Bossi girava per fare comizi e la gente esponeva la bandiera italiana. Ribadisco, la norma dice chiaramente che il confronto politico non deve finire in rissa e le autorità devono fare il possibile per prevenire ciò, ma gli striscioni sono un dissenso personale, non partitico», continua Vigevani. 

E conclude: «Lo ripeto ancora una volta perché oggi è più che mai necessario: il dissenso è ammesso quasi in ogni forma nel nostro ordinamento. Non deve essere istigazione a commettere delitti, ovviamente, ma a parte questo il dissenso è ammesso. È compito della polizia impedire e prevenire qualsiasi possibile violenza, però il metro di giudizio dev'essere il pericolo di una violenza. Onestamente il pericolo dato da un cartello con scritto "la Lega è una vergogna" è nullo. È la protesta di un privato cittadino. E la dobbiamo tutelare perché è un principio fondante di ogni democrazia».