Cucchi, anche il sindacato dei militari si costituisce parte civile. È la prima volta

«Riteniamo doveroso intervenire per tutelare gli interessi di tutti i militari che sono la parte sana delle forze armate e dell’Arma», spiega a Open il segretario generale Luca Comellini.

Quello che viene chiamato il Cucchi-ter, ovvero il nuovo processo sul presunto depistaggio dell’inchiesta sulla morte di Stefano Cucchi, è già un processo di inediti. Ieri, 22 maggio, si è svolta l’udienza preliminare per discutere il rinvio a giudizio di otto carabinieri, tra cui il generale Alessandro Casarsa, accusati di aver modificato gli atti di indagine dal 2009 ai giorni nostri, in alcuni casi anche calunniando innocenti.

Udienza in cui sono state anche formalizzate le istanze di costituzione di parte civile: insieme all’Arma dei Carabinieri, al ministero della Difesa e al ministero degli Interni, anche la famiglia Cucchi, l’appuntato Riccardo Casamassima (il teste che con le sue dichiarazioni ha fatto riaprire il caso), la polizia penitenziaria, il sindacato dei militari e Cittadinanzattiva.

Il sindacato dei militari

«Riteniamo doveroso intervenire per tutelare gli interessi di tutti i militari che sono la parte sana delle forze armate e dell’Arma», spiega a Open Luca Comellini, segretario generale del Sindacato dei Militari. Le ragioni del sindacato sono state esposte oggi nel corso di una conferenza stampa nella sede del Partito Radicale a Roma. «Abbiamo letto i capi di imputazione e il comportamento degli imputati lede fortemente gli interessi e l’immagine generale dell’Arma, delle Forze armate e in generale di chi si occupa di sicurezza», dice Comellini.

Cucchi sindacato militari
Un momento della conferenza stampa del Sindacato dei Militari sulle ragioni della costituzione di parte civile nel processo Cucchi per i presunti depistaggi dell’Arma/Radio Radicale

Il processo degli inediti

Non solo è la prima volta che l’Arma dei Carabinieri si costituisce in un processo in cui suoi membri, anche alti in grado, vengono processati per falso. Ma – se le richieste venissero accolte – sarebbe anche la prima volta in cui Arma e sindacato siedono a quello stesso banco in aula. Già, perché il primo sindacato dei militari è nato solo il 1 dicembre scorso, in seguito alla sentenza della Corte Costituzionale pubblicata a giugno 2018 che «ha dichiarato incostituzionale il divieto che sussisteva nel codice dell’ordinamento militare, che impediva ai militari di costituirsi in sindacati». (Proprio questa settimana, inoltre, la commissione Difesa della Camera ha terminato l’esame della proposta di legge per regolare l’iscrizione dei militari ai sindacati e normare quindi quanto sancito dalla Consulta l’anno scorso).

«Sono fatti di grande rilevanza mediatica e incidenza sull’immaginario collettivo in quanto commessi – questa l’accusa – da un’intera scala gerarchica del comando dei Carabinieri», spiega l’avvocato del sindacato, Giulio Murano.

Il sindacato ha avanzato una «richiesta di risarcimento del danno a titolo simbolico di 100mila euro con 30mila euro di provvisionale immediatamente esecutiva», dice il legale. Una cifra simbolica: i soldi verrebbero utilizzati eventualmente per le finalità formative e informative del sindacato stesso, ai sensi dello statuto costitutivo».

Salvini e le dichiarazioni del Viminale

L’inedito che ha fatto più notizia è certamente la costituzione del ministero dell’Interno: Matteo Salvini, in quanto titolare del Viminale, rappresenta giuridicamente il Dipartimento di pubblica sicurezza. E fa notizia dati i trascorsi e le dichiarazioni non esattamente concilianti (almeno in passato) del leader della Lega nei confronti del caso Cucchi. «Per colpa di poche mele marce non possiamo accettare che vengano infangate tutte le divise. È questo che ha motivato la costituzione di parte civile del Viminale nel processo Cucchi: mi auguro finiscano gli attacchi e le insinuazioni contro tutte le donne e gli uomini che tutti i giorni vigilano sulla sicurezza degli italiani», ha detto ieri attraverso i suoi canali il ministro.

Ilaria Cucchi durante l' udienza del processo sulla morte di Stefano Cucchi al tribunale di Roma, 17 maggio 2019. Ansa/Massimo Percossi
Ilaria Cucchi durante l’ udienza del processo sulla morte di Stefano Cucchi al tribunale di Roma, 17 maggio 2019. Ansa/Massimo Percossi

«Attacchi e insinuazioni verso le divise non ne ho visti», chiosa Luca Comellini, che è un ex primo maresciallo dell’Areonautica oggi in congedo. Il problema è «che le divise non vanno sbandierate dal palco di un comizio ma vanno tutelate e usate per quello che prevede la Costituzione».

Il «silenzio del sistema»

Riccardo Casamassima, appuntato dei Carabinieri nonché testimone chiave che ha consentito di riaprire le indagini sul pestaggio in caserma di Stefano Cucchi la notte del suo arresto, è stato raggiunto una settimana fa dalla richiesta di rinvio a giudizio per detenzione di stupefacenti. «Stupefacenti che non sono mai stati trovati», dice la sua legale, Serena Gasperini. «Non vediamo l’ora di andare in udienza per dimostrare in aula che non c’è nulla per cui procedere».

Riccardo Casamassima, durante il processo nel tribunale di Roma a piazzale Clodio, 8 aprile 2019. Ansa/Massimo Percossi
Riccardo Casamassima, durante il processo nel tribunale di Roma a piazzale Clodio, 8 aprile 2019. Ansa/Massimo Percossi

Riccardo Casamassima, secondo l’avvocata Gasperini «è stato abbandonato alla mercé di provvedimenti disciplinari, trasferimenti, demansionamento, perdita di stipendio». Fino a oggi, per la penalista, «ogni volta che in un’aula di tribunale si è seduta una divisa o che si è letto un verbale firmato da un appartenente all’arma o alle forze dell’ordine, tutto questo veniva trattato come oro colato. Oggi cominciamo a capire che è bene applicare le stesse regole di credibilità e attendibilità a tutti i testimoni, civili e non».

L'avvocata Serena Gasperini/Facebook
L’avvocata Serena Gasperini/Facebook

Le forze dell’ordine «sono fatte di persone oneste», conclude Serena Gasperini. «Il problema è che quando si trovano delle mele marce, per citare il ministro Salvini: bisogna fare fronte comune, non bisogna proteggerle. Nessuno ha mai detto che tutta l’arma è marcia: ma ci sono soggetti che hanno commesso cose gravissime. Invece di allontanarli, di fronte alla morte di un ragazzo, si è fatto di tutto per coprirli».

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