Amanda Knox in lacrime: «Su di me una storia falsa: inchiesta contaminata» – Il video

Scortata dalla polizia, la Knox – capelli raccolti, zainetto sulle spalle, giacca chiara e maglietta nera – non ha risposto ai cronisti

«Quando ho sentito il giudice pronunciare “colpevole”, nonostante fossi innocente, il resto del mondo aveva deciso che non lo ero. La mia innocenza non mi ha salvata, perché i pubblici ministeri e i media avevano inventato una storia su di me, e su quella storia le persone potevano apporre fantasie, giudizi. Alla gente piaceva, piaceva parlare di quella persona perversa, psicopatica. Quella persona non ero io, era disegnata a tavolino e l’avevano condannata a 26 anni di carcere. Ma a essere trascinata in cella era la vera io. Amanda Knox, innocente».

Dopo 8 anni, Knox parla in Italia

Passate le 11:00 Amanda Knox, per la prima volta in Italia dopo otto anni, ha aperto il suo intervento: «Ho paura di essere qui in Italia, un Paese che prima sentivo come casa. Ho paura di essere derisa, molestata – ha detto Knox, con la voce rotta dal pianto – È stato Rudy Guede a violentare, derubare e uccidere Meredith. È stato condannato, eppure un numero sorprendente di persona pensa che sia ancora io colpevole, nonostante l’assoluzione della Cassazione».

«Pensavo di stare aiutando la giustizia – ha ricordato le fasi subito successive all’omicidio -. Mi hanno sottoposto a 50 ore di interrogatorio in 5 giorni, in una lingua che non era la mia. I poliziotti erano già convinti che stessi mentendo. Io ho cercato di immaginare che ciò che mi dicevano i poliziotti fosse vero. Lontana da casa, privata del sonno, difronte a persone autoritarie con il doppio della mia età. Per questo ho accettato di firmare delle dichiarazioni che ho detto perché suggestionata».

Il processo mediatico

«Titoli su orge, giocattoli sessuali, per anni i giornali hanno mostrato una clip di me e Raffaele che ci baciavamo, a rallentatore, ingrandita. Questa è speculazione, clickbait. Nel frattempo io ero “una furba, psicopatica, sporca e drogata puttana”, benché innocente fino a prova contraria», non usa mezzi termini Knox mentre racconta i mesi successivi. «Questa immagine diffamatoria fornita dai media è entrata in aula, prima che iniziasse il processo ero sepolta sotto una mare di fantasie da tabloid. Mi sentivo svestita dai giornalisti mentre ero in cella impotente. L’inchiesta è stata contaminata, la giura è stata corrotta. Era impossibile per me avere un processo giusto».

«Raffaele e io non eravamo colpevoli. Alla fine la giustizia italiana l’ha capito. Sono grata alla Corte di Cassazione. E quest’anno la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato la Repubblica italiana, per aver violato il mio diritto di difesa e d’interprete. Ma tutto ciò non assolve lo Stato italiano, non assolve i media, che hanno venduto uno spettacolo per fare profitto. Mentre il mio processo era ancora in corso. La mia vita non è il contenuto per i vostri introiti».

Le conclusioni di Amanda

«Voglio avere un confronto faccia a faccia con il pubblico ministero, il dott. Giuliano Minnini. A 20 anni, per me era una figura da incubo che voleva distruggere la mia vita. Un uomo spaventoso. So che questa immagine di lui è sbagliata. E mi hanno aiutato i media a capirlo. Nel documentario di Netflix non ho visto più un mostro, ma un uomo con motivazioni genuine che voleva dare giustizia a una famiglia in lutto. Spero di incontrarlo un giorno e di arrivare a una riconciliazione con lui. Io non lo considero più un mostro, spero cambi idea anche lui. Questa sarebbe la vera giustizia».

L’arrivo a Modena

Era arrivata con mezz’ora di ritardo Amanda Knox, nascosta da microfoni e telecamere in una sala sotterranea del Forum Monzani, a Modena. Il 15 giugno il Festival della giustizia penale ha come protagonista il processo mediatico montato con l’omicidio di Meredith Kercher. Intanto, ha introdotto il dibattito l’avvocato Guido Sola: «Il tema della correlazione illusoria è importante. La scienza dice che siamo influenzati e notiamo associazioni con le credenze già formatesi».

E ha spiegato con un esempio il tema: «Se io mi convinco, perché ho letto i giornali, che tizio sia colpevole, ogni volta che si parlerà di quel caso, la mia mente tenderà a portare a quelle conclusioni già formatesi la prima volta – dice. E ha sottolinato che – viviamo di pregiudizi, è questa la verità. Il processo mediatico fa tantissimi danni perché non vive delle regole probatorie. I giornali si possono permettere di ricostruire i fatti processuali in modo libero».

In chiusura, Sola ha detto: «Se non capiamo che la massmediaticità del processo penale disintegra la dignità delle persone, e non è un problema giuridico, ma culturale di questo Paese – e poi ha concluso -. Perché invitare Amanda Knox? Ha accettato il nostro invito perché è un’icona del processo massmediatico. L’ha subito, è una persona vera, in carne e ossa. Ha subito un linciaggio inaudito, perché non può ragionare con noi delle conseguenze nefaste e incivili del processo che ha avuto sui giornali?».

L’avvocato penalista Guido Sola

Amanda Knox è tornata in Italia per la prima volta dall’assoluzione nel processo per l’omicidio dell’amica Meredith Kercher. A riportarla nel Paese nel quale era venuta per studiare all’Università di Perugia è un convegno del Festival della giustizia penale che tratta del “processo mediatico”. Proprio come il suo, vissuto sotto le telecamere assieme a Raffaele Sollecito, e che ha inevitabilmente segnato la storia recente della giustizia italiana.

Capelli raccolti, zainetto sulle spalle, giacca chiara e maglietta nera, Knox è atterrata all’aeroporto Linate di Milano giovedì 13 giugno con il fidanzato e sua madre. Attorno a lei c’era il cordone degli agenti di polizia, che l’hanno scortata fino all’auto che l’avrebbe portata in Emilia, lontana dai microfoni dei cronisti. – non ha risposto ai cronisti. «Sto tornando in Italia da donna libera» ha scritto sul suo profilo Twitter.

«È tutto finito con quel processo»

«Metterei una pietra sopra quella vicenda. Io fossi in lei starei in silenzio, anche per rispetto di Meredith e dei suoi familiari. Le auguro di non sollevare troppo scalpore e non sfruttare la vicenda a livello economico e mediatico», ha dichiarato all’Adnkronos Claudio Pratillo Hellmann, commentando l’arrivo di Knox in Italia.

Da presidente della Corte d’assise d’appello di Perugia Pratillo Hellmann assolse Amanda Knox e Raffaele Sollecito. «Per me è tutto finito con quel processo. Umanamente posso essere contento: tornare in Italia per lei immagino significhi aver superato quel trauma psicologico. Detto ciò, il suo arrivo mi è indifferente. Ho la soddisfazione di aver contribuito ad aver salvato la vita di quelle persone».

«Giudizi superficiali»

«Il clima di diffidenza che c’è nei confronti di Amanda e Sollecito in Italia è nato con il clamore mediatico che fin dalle indagini li additava come i responsabili dell’omicidio di Meredith – ha continuato Pratillo Hellman – la gente è colpevolista: è più semplice scaricare le colpe e le responsabilità su qualcuno».

«La verità è che l’umanità è sostanzialmente malvagia e le persone vedono se stesse specchiandosi inconsapevolmente negli altri. Il male è in noi ed è facile vederlo negli altri. Quelli nei confronti di Amanda sono giudizi superficiali, ma non c’è da stupirsi: noi siamo fortemente anti-italiani. Sollecito ha infatti difficoltà a trovare un lavoro perché molti non gli credono ancora. Amanda, invece, non ha avuto problemi a rifarsi una vita perché in America le credono», ha concluso Pratillo Hellman.

Un processo travagliato

In primo grado la Corte d’Assise di Perugia condanna sia l’americana Amanda Knox sia l’italiano Raffaele Sollecito. I due, poi, vengono assolti e scarcerati dalla Corte d’Assise d’appello per non aver commesso il fatto mentre per la Knox viene confermata la condanna a tre anni per calunnia nei confronti di Patrick Lumumba (accusato di omicidio dall’americana ma poi risultato estraneo ai fatti).

La Corte di Cassazione, però, nel 2013 accoglie il ricorso della Procura generale di Perugia e dunque annulla la sentenza di assoluzione rinviando gli atti alla Corte d’Assise d’Appello di Firenze che, nel 2014, sancisce di nuovo la colpevolezza degli imputati condannando la Knox a 28 anni e 6 mesi di reclusione e Raffaele Sollecito a 25 anni.

Il 27 marzo 2015 colpo di scena: la quinta sezione penale della Corte suprema di cassazione annulla senza rinvio le condanne a Sollecito e Knox, assolvendoli per non aver commesso il fatto. Poche prove certe, troppi errori nelle indagini: per la giustizia italiana sono entrambi innocenti. L’unico condannato in via definitiva e con rito abbreviato è Rudy Guede.

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