Quando Bellomo tentò di calunniare il giudice che lo doveva destituire, e che poi diventò premier

L’ex giudice Bellomo tentò in tutti i modi di mettere in cattiva luce Conte e Plantamura pur consapevole della loro innocenza

Francesco Bellomo – accusato di aver imposto nella sua scuola di formazione giuridica avanzata “Diritto e scienza” un dress code alle studentesse che aspiravano a diventare magistrati (provando a controllare persino la loro vita privata) – avrebbe cercato di «turbare l’attività e impedire la partecipazione alla votazione finale» di Giuseppe Conte e Concetta Plantamura in merito al procedimento disciplinare che poi, in effetti, portò alla sua destituzione da giudice.

Le pressioni su Conte e Plantamura

Le pressioni che Bellomo esercitò su Conte e Plantamura iniziarono nel settembre del 2017 e andarono dalla causa civile da 250mila euro – per i danni scaturiti da «numerose violazioni di legge» commesse nell’ambito del procedimento disciplinare – alle lettere nelle quali i due venivano accusati di essere incompatibili. L’ex giudice si spinse anche oltre con una richiesta di ricusazione e con l’invio, a tutti i membri del Consiglio di Presidenza della Giustizia Amministrativa, dell’atto con il quale aveva fatto partire la causa. Un modo per metterli in cattiva luce.

Bellomo chiedeva l’annullamento degli atti del procedimento disciplinare e il proscioglimento immediato. Per il Gip, invece, si tratta di «minacce» e «calunnie»: l’ex giudice sapeva bene che i due avevano agito con correttezza e, dunque, era consapevole della loro innocenza.

Chi era Giuseppe Conte prima di diventare premier

Conte, prima di diventare Presidente del Consiglio dei Ministri del governo giallo-verde, era vicepresidente del Consiglio di presidenza della Giustizia amministrativa (l’organo di autogoverno dei magistrati amministrativi, ndr) e presidente della commissione disciplinare che avrebbe dovuto giudicare Francesco Bellomo dopo lo scandalo.

Le accuse al premier

Durissime furono le accuse mosse all’attuale premier dall’ex giudice, oggi indagato per calunnia e minacce e ai domiciliari per maltrattamento nei confronti di tre borsiste e una ricercatrice e per estorsione aggravata ai danni di una corsista.

Giuseppe Conte, secondo Bellomo, avrebbe esercitato il potere disciplinare in modo «strumentale» e «illegale». Per Bellomo si trattava di «un’attività di oppressione» con «intento persecutorio», «violazioni procedurali e sostanziali» e «dichiarazioni e comportamenti apertamente contrassegnati da pregiudizio».

Prospettava, dunque, un «abuso dello strumento disciplinare» che non gli avrebbe consentito di insegnare e dunque gli avrebbe causato un grave danno economico. Secondo l’accusa, però, lui era ben consapevole di essere dalla parte del torto e che il premier fosse del tutto innocente. Ed è proprio il premier Conte a essere uno degli snodi dell’ordinanza di custodia cautelare che ha portato Bellomo agli arresti domiciliari.

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