«A casa loro»: parte a Roma (e in altre città) il progetto per accogliere i rifugiati in famiglia

I finanziamenti arrivano dal Fondo Asilo Migrazione e Integrazione gestito dal ministero degli Interni

«A casa vostra!», dicono. E a casa loro sia. C’è chi prende sul serio l’imprecazione standard, il più classico dei commenti on line sotto agli interventi sul tema dell’accoglienza. E ora famiglie italiane di Roma ma anche di Bari, Macerata, Palermo e Ravenna sono pronte a ospitare dei rifugiati. «A casa loro».

Ad annunciarlo, nella Capitale, è stata l’assessora alla Persona, Scuola e Comunità solidale del Comune di Roma Laura Baldassarre: «È pubblicato il bando relativo al nuovo progetto “Dalle Esperienze al Modello: l’accoglienza in famiglia come percorso di integrazione”, annuncia Baldassarre su Facebook». Roma Capitale ne è partner con i comuni di Bari, Macerata, Palermo, Ravenna insieme all’università di Tor Vergata e alla onlus Refugees Welcome Italia. Coprirà il triennio 2019-2021.

Lo avevamo annunciato e finalmente possiamo farlo partire. E’ pubblicato il bando relativo al nuovo progetto “Dalle…

Posted by Laura Baldassarre on Thursday, July 11, 2019

Il progetto

È il FAMI, Fondo Asilo Migrazione e Integrazione, istituito dall’Unione Europea e gestito in Italia dal ministero dell’Interno (di Matteo Salvini, proprio così) a finanziare «questa nuova azione che punta a includere e integrare i titolari di protezione internazionale, accompagnando in particolare almeno 50 persone nel territorio romano alla piena autonomia e indipendenza», scrive Baldassarre.

I fondi «servono a finanziare la macchina organizzativa», spiega a Open Sara Consolato di Refugees Welcome Italia. Le famiglie accettano di ospitare sapendo che «per l’ospitalità non è prevista alcuna sovvenzione». «Valuteremo l’efficacia del modello e, guardando ad altre esperienze simili in Europa, se sia possibile farlo diventare strumento permanente di accoglienza», dice ancora Laura Baldassarre.

Come funziona l’accoglienza

Il progetto «è formalmente partito a gennaio, la parte operativa è scadenzata a seconda dei comuni», spiega Sara Consolato. «Si tratta di un bando di condivisione delle buone pratiche, di cui Refugees Welcome è capofila». L’associazione ha portato quindi nelle istituzioni la propria esperienza. «Facciamo accoglienza in questo modo da tempo, al di fuori delle istituzioni». Refugees Welcome, infatti, arriva in Italia nel 2015: in questi anni, in una ventina di città, ha realizzato oltre 160 ospitalità.

«Ora portiamo la nostra esperienza e il fatto che abbiamo scritto una metodologia all’interno delle amministrazioni locali. L’obiettivo è fare quello che già facevamo, ma in collaborazione con le istituzioni. In modo che l’accoglienza in famiglia diventi uno strumento di inclusione in maniera più strutturata». Insomma «vogliamo fare in modo che si crei una sinergia con i comuni, e che le amministrazioni continuino, anche autonomamente, su questa strada di inclusione dopo averla sperimentata con noi», dice Consolato.

I requisiti per ospitare

Nel bando è stato inserito l’obiettivo di attivare, a Roma, 50 convivenze in tre anni, «poi, se il numero dovesse essere superato, saremmo più che contenti». Ad essere ospitati saranno rifugiati che hanno terminato il loro percorso nel sistema di accoglienza, «che escono e non sono in grado di essere autonomi».

Per come funziona il sistema di accoglienza italiano, dice Consolato, «è molto difficile che una persona ne esca e sia autonoma da un punto di vista lavorativo e abitativo». Non solo: «Noi ci aggiungiamo anche un elemento relazionale: è importante socializzare. L’accoglienza in famiglia è un supporto anche a questo tipo di inclusione. Ci sono persone che abbiamo preso in carico ci hanno raccontato che non avevano mai parlato con un italiano, che non fosse magari un operatore del centro in cui erano».

Ma quali sono le caratteristiche per candidarsi a ospitare un rifugiato? «Persone incensurate che abbiano una camera libera, semplicemente», dice Sara Consolato. «E che abbiano una disponibilità all’ospitalità di un minimo di sei mesi (non c’è un massimo). Poi ci sono dei colloqui, per dare tutti gli elementi e anche per spiegare che, appunto, non sono previsti rimborsi». Tra i vari progetti di Refugees Welcome in Italia, per esempio per minori non accompagnati, l’associazione ha già avuto modo di vedere applicata l’ospitalità delle famiglie italiane anche senza che ci siano dei fondi da ricevere. «Sì, è possibile. Gli italiani ospitano. Anche senza guadagnarci niente ma anzi sostenendo loro le spese», sorride Sara.

In copertina Facebook/Refugees Welcome Italia

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