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Il prosecco veneto inquina? Cosa non dice chi lancia l’accusa al nuovo patrimonio Unesco

Secondo alcuni gruppi ambientalisti i vitigni del Prosecco inquinano. Non secondo l’Unesco

In un paio di articoli apparsi su Il Fatto Quotidiano del 15 luglio viene rilanciata la narrazione del Prosecco veneto e della possibilità che inquini l’ambiente circostante, mediante l’uso massiccio di pesticidi. Uno dei titoli usati potrebbe sembrare allarmante: «Altro che Unesco, il Prosecco inquina».

A fare da sfondo il recente riconoscimento da parte dell’Unesco dei vitigni del Prosecco quali Patrimonio dell’umanità. La tesi di alcuni gruppi ambientalisti e di cittadini, tra cui spicca «mamme di Revine Lago», è che il massiccio sfruttamento delle terre venete come vigneti, comporti anche un impiego proporzionale di pesticidi.

L’articolo del Fatto però non cita mai – nemmeno vagamente – articoli scientifici prodotti dagli Istituti competenti che attestino un impiego eccessivo di sostanze nocive nei vigneti del Consorzio del prosecco.

Dove sono le prove?

Si parla di 12 chili di pesticidi per ettaro (5 sopra la media nazionale) e del rischio che questi inquinino le falde acquifere e l’aria, si menzionano anche colture nei pressi di asili, ma senza riportare alcun dato che colleghi queste affermazioni a un concreto inquinamento.

Una delle fonti del Fatto è il vicepresidente Gilberto Carlotto del Wwf di Terre del Piave, il quale parla del riconoscimento dell’Unesco come di una manovra fatta in segreto: lo dedurrebbe dal fatto che il Consorzio del prosecco non avrebbe mai reso pubblica la sua documentazione.

Ma questo in che modo dimostrerebbe che i vigneti inquinano? Secondo quanto riportato anche dal Fatto l’ufficio stampa del Consorzio aveva già smentito in una nota ufficiale l’impiego di sostanze nocive:

«Le accuse sono fake news. Il Protocollo Viticolo che abbiamo adottato ha vietato l’uso del glifosato, sebbene le normative italiane ed europee ne consentano l’impiego».

Carlotto risponde senza negare quanto afferma il Consorzio, limitandosi a obiettare che si tratta di una loro scelta autonoma, non dettata da alcun obbligo. Altra affermazione che non dimostra alcun impatto negativo nell’ambiente occupato dai vitigni.

Infine, nel secondo articolo del Fatto viene intervistato il viticoltore e enologo Edoardo Buso, proprietario assieme ai genitori dell’azienda vinicola Guia sulle Prealpi Trevigiane. Nell’intervista Buso non solo conferma quanto scritto nella nota del Consorzio sul glifosato, ma esclude del tutto l’uso di «principi attivi rischiosi per la salute», ai quali sarebbero esposti per primi gli stessi addetti ai lavori.

Le prime polemiche scoppiarono a seguito dei servizi di Report, Striscia la notizia e il Salvagente, perché in alcuni casi sarebbero stati rilevati «7 pesticidi diversi in una sola bottiglia».

Lo spauracchio del «effetto cocktail»

Il fact checking condotto da AltroConsumo nel febbraio scorso, riferito alle analisi condotte da il Salvagente (tra le fonti che avevano suscitato le preoccupazioni della popolazione locale), riconosce che i valori riscontrati erano al di sotto dei limiti europei.

L’articolo fa riferimento anche a proprie analisi condotte sui residui di pesticidi presenti nel vino, in 20 marche diverse, constatando che «laddove i pesticidi erano presenti si trattava di valori molto bassi, di gran lunga inferiori ai limiti di legge».

Chi muove le accuse però non ci crede, o meglio argomenta sostenendo che le singole sostanze sommate assieme supererebbero i limiti, si parla quindi di «effetto cocktail». Ma come riporta anche il Salvagente citando degli esperti, di questo effetto non esistono prove sufficienti. Se non se ne tiene conto nel fissare i limiti non è certo per via di un non meglio definito complotto dei soliti “poteri forti”.

I 10 criteri da rispettare per essere Patrimonio dell’umanità

Per tagliare la testa al toro possiamo approfondire brevemente in cosa consiste la definizione di “Patrimonio dell’umanità” secondo l’Unesco. Si tratta di identificare in una lista apposita tutti i siti nel Mondo che sono stati riconosciuti dalla Convenzione sul patrimonio mondiale come di eccezionale importanza dal punto di vista ambientale e culturale.

Non è solo una questione di «bellezza», come criticano gli ambientalisti che denunciano i vitigni del Prosecco. La Convenzione deve seguire una lista di 10 criteri in base ai quali è possibile riconoscere un sito Patrimonio dell’umanità. Tra questi a noi interessa il nono:

«Essere esempi eccezionali che rappresentano significativi processi ecologici e biologici in corso nell’evoluzione e nello sviluppo di ecosistemi terrestri, d’acqua dolce, costieri e marini e comunità di piante e animali».

Ci sembra difficile poter riconoscere Patrimonio dell’umanità un sito inquinante, che tiene la popolazione in «ostaggio e sequestrata in casa», come riporta Il Fatto, il quale aggiunge che «i pesticidi vengono gettati ovunque, irrorano le viti, sono trasportati dal vento, inquinano le acque».

Infatti in nessun modo vengono riportati dagli autori del Fatto studi che dimostrerebbero una incidenza di malattie superiori alla media nelle zone limitrofe alle coltivazioni incriminate. Quindi di quale inquinamento stiamo parlando? L’onere della prova spetterebbe a chi muove le accuse (contro la stessa Unesco), come sembra suggerire la scelta di certi titoli.

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