Crollo del Ponte Morandi, un anno dopo.

Il silenzio, il vuoto e l’incertezza

Sono passati dodici mesi da quel 14 agosto 2018, quando il Ponte Morandi crollò su se stesso inghiottendo 43 vite. Dodici mesi, per la città di Genova, di rabbia e di dolore, ma anche di solidarietà e di voglia di ricominciare. La parola più usata dagli abitanti dei quartieri coinvolti in un modo o nell’altro nella tragedia è «silenzio». Anche oggi che il ground zero del cavalcavia sul torrente Polcevera è un cantiere rumoroso, a tratti assordante, da dove si alzano nuvole di fumo grigio.

Non si contano gli striscioni appesi ai muri di Certosa, la zona di Genova più colpita dal disastro. Su uno di questi si legge: «Il primo pilone è la salute» . Ed è facile comprendere che il riferimento sia proprio a quel fumo prodotto dai nuovi cantieri che preoccupa la popolazione. Sembrano dire gli abitanti del quartiere: la ricostruzione è importante, ma di più che non ci siano ancora vittime, che il ponte, che non c’è più, non uccida ancora.

I fumi sono solo l’ultimo dei problemi che ha dovuto affrontare chi è sopravvissuto a quello squarcio sulla pelle di Genova. Immediatamente dopo il crollo, viene bloccata la viabilità urbana, oltre a quella autostradale e ferroviaria. 566 persone abbandonano le loro case per motivi di sicurezza. Molti non potranno rientrare se non per prelevare velocemente poche cose.

Un’isola

A Certosa, un anno dopo, si arriva ormai per un dedalo di saliscendi e di inversioni di marcia, attraversando prima in un senso poi nell’altro il Polcevera. Impossibile affidarsi ai navigatori: per le esigenze del cantiere le strade vengono aperte e chiuse con cadenza quasi giornaliera. Certosa è oggi una specie di isola che se vuoi raggiungere devi conquistare con fatica.

Le istituzioni e il funerale

È una storia umana quella del crollo del Ponte Morandi, rimasta negli occhi di chi te la racconta, ma è anche qualcosa di fisico, come un solco tracciato per separare: tracciato dal destino o, come pare essere ormai accertato, dalle negligenze di altri umani. Chi è sopravvissuto, per spiegarti la quotidianità spezzata, ti racconta come andare al lavoro, portare i figli a fare sport o semplicemente fare la spesa sia diventata un’impresa titanica.

Poi si passa alle colpe. E ogni racconto, spontaneamente, sembra precisamente ripercorre questo anno passato, lucidamente come in una cronaca giornalistica preparata a tavolino. E così si ricordano il giorno del funerale, gli applausi al governo, i fischi agli esponenti del Pd, o comunque a chi aveva amministrato le istituzioni locali da sempre. Nessuno sembra ricordare quel selfie di Matteo Salvini al suo arrivo alla cerimonia, che pure fece così scalpore.

Genova, la città del mugugno, che pure in tutto trova la polemica, sulla tragedia del Morandi si fa comunità e si stringe attorno agli amministratori. E sembra di capire che non c’entri il colore politico, ma la voglia di ricominciare, essere aiutati e aiutare. Non te lo aspetteresti, dopo un evento del genere, di ascoltare quasi sempre la stessa frase per commentare quello che è successo dopo il crollo: «Si è fatto quel che si è potuto».

Poi ci sono le decisioni da prendere. Che dividono. Come è stata divisa via Fillak dal crollo. La strada che è il simbolo del solco all’interno della tragedia. Pochi metri attorno a una linea che delimita la zona rossa e che ha significato destini diversi. Certo, da qualche parte la linea andava tracciata.

E quindi, non tutte le voci si uniscono al coro, come è naturale che sia. Soprattutto quando si parla di zona rossa, il cuore del crollo, dove molte case sono state demolite e centinaia di persone sfollate. Chi non è rientrato nel perimetro dell’area, anche per pochi metri, non ha avuto diritto ai risarcimenti. Qualcuno storce il naso, ma nessuno farebbe a cambio con chi ha perso tutto e ha dovuto ricominciare, magari lontano dagli affetti e dalle abitudini, che poi, alla fine, fanno una vita.

Il “ponticidio”

Del ponte ormai non restano che un cumulo di detriti. Dal 28 giugno non c’è neanche più lo scheletro di quel che rimaneva del viadotto. La demolizione, attraverso cariche esplosive e vasche d’acqua che hanno ammortizzato l’impatto e limitato l’espandersi delle polveri, è stato il primo passo verso la ricostruzione: ovvero la costruzione del nuovo ponte, a firma di Renzo Piano. Sarà realizzato dalla società Per Genova, che unisce Fincantieri, Salini Impregilo e Italferr e che ha come deadline la primavera del 2020.

In una città rovente, un’esplosione controllata aveva frantumato quel che restava del ponte progettato dall’ingegner Morandi. Il “ponticidio” lo chiamano gli abitanti di Certosa: l’uccisione del ponte. E sembra di capire che pure quel che restava era in fondo forse qualcosa: una specie di monumento alle vittime. Ora rimane soltanto un grande vuoto. E se qui non ci vivi, pure se conosci la zona, se non ci fossero i grandi macchinari che frantumano le macerie, faresti fatica a capire dove passava il tracciato.

Le responsabilità

Dicono i tre ingegneri a cui i Gip hanno affidato la perizia consegnata pochi giorni fa che non c’è stata adeguata manutenzione: «gli unici interventi ritenuti ritenuti efficaci risalgono a 25 anni fa». Eppure Sonia, di cui parleremo, che aprendo le finestre di casa sentiva dialogare gli operai, per dire della vicinanza, ci dice di lavori intensificati nei giorni prima nel crollo. Troppo tardi, forse. Oppure una manutenzione ordinaria laddove serviva lo straordinario.

Le responsabilità si diceva. Anche in questo caso difficile trovare, fra le persone che hanno subito danni materiali, invettive dirette contro Società Autostrade o i suoi amministratori. Il discorso è proiettato sempre interiormente, sul come ci si sente. Così, ancora, quasi con le stesse parole gli uomini e le donne di Certosa ti ripetono che non è come se ci fosse stato un terremoto, o un alluvione (e a Genova si sa cosa vuol dire): non è stato un atto ineluttabile della natura. Dietro c’è qualcosa che altre persone hanno fatto, o non hanno fatto. Ci sono, appunto, responsabilità.

E questo fa ancora più male, non soltanto perché la tragedia poteva essere evitata, ma perché ci si sente vittime di un’ingiustizia quotidiana, fino a quando i colpevoli saranno individuati e, possibilmente, puniti. Sete di giustizia, che traspare dalle parole di chi ha vissuto e ancora sta vivendo le conseguenze del crollo.

L’incertezza

La terza parola del racconto della tragedia, dopo silenzio e vuoto, è incertezza. E Sonia, che ha tre figli e la sua famiglia è una di quelle che ha perso la casa a raccontarcelo meglio. «Il crollo del Ponte – ci dice – in un certo momento non mi ha neppure più fatto sentire mamma. Perché la mamma è quella che ti deve dare le risposte e io le risposte non le avevo. “Cosa faremo domani?”, mi chiedevano i miei figli. E io non sapevano rispondere».

Questo è per Sonia sentirsi sfollati. L’incertezza. E gli esempi sono tutt’altro che ideali: l’incertezza su come svolgere le faccende quotidiane, persino su come potersi cambiare un paio di mutande, avendo perso tutto, compresa la biancheria. Ora le cose vanno meglio. Mentre la accompagniamo ci dice: «Casa mia si va per di qua» e aggiunge «Che bello poter dire “casa”». Il peggio per lei sembra passato. Eppure nelle sue parole c’è ancora il segno di qualcosa che mai credeva di dover affrontare e che invece le è crollato improvvisamente, letteralmente, dal cielo sulla testa. E no, non è stato solo colpa del destino.

Credits
Articolo di Alessandro Parodi
Immagini Henry Albert