Taglio dei parlamentari, cosa prevede. Spiegato in tre minuti

Tutto quello che c’è da sapere sulla riforma che il M5S pone come primo punto per avviare la trattativa per un governo con il Pd

Il taglio dei parlamentari è la prima condizione che il Movimento 5 Stelle ha posto al Pd per iniziare le trattative per la formazione di un nuovo governo. Il provvedimento era stato terreno di scontro fra gli stessi 5 Stelle e la Lega durante la calendarizzazione in Senato dell’intervento del premier Conte in Aula e della mozione di sfiducia presentata dal Carroccio che di fatto aveva aperto la crisi di governo.

Matteo Salvini, con un colpo di scena, aveva aperto all’ex alleato, rendendosi disponibile a votare la riforma costituzionale prima del ritorno alle urne. Il Movimento, infatti, aveva accusato la Lega di aver, aprendo la crisi, stoppato di fatto un provvedimento storico che ridisegnerebbe la rappresentanza politica ferma al disegno previsto dai padri costituenti. Ma cosa prevede il provvedimento?

La riforma

Il ddl costituzionale n. 214-515-805-B prevede una riduzione dei parlamentari in entrambe le Camere. A Palazzo Madama ci saranno 115 senatori in meno (da 315 a 200), mentre alla Camera si passerà dagli attuali 630 a 400 deputati. In totale quindi una riduzione di 345 “poltrone”. Il decreto che porta la firma dei senatori Quagliarello, Calderoli, Perilli, Patuanelli e Romeo, modifica gli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione.

Ci sarà anche un taglio dei senatori eletti all’estero: non saranno più 6, ma 4. Ridotti anche i senatori a vita, che saranno sempre nominati dal Capo dello Stato, e non potranno essere più di 5. Inoltre, nessuna Regione o Provincia autonoma potrà avere meno di tre senatori (eccezione per il Molise, che avrà un rappresentante al senato e la Val d’Aosta, che ne avrà uno).

L’iter e il referendum

Il provvedimento, dopo essere già passato, e approvato, una volta dalla Camera e due dal Senato, dovrebbe arrivare il 9 settembre a Montecitorio per l’ultimo, definitivo, voto che renderebbe effettiva la riforma. Trattandosi di un decreto che modifica la Costituzione, ed essendo stato votato a maggioranza semplice e non con i due terzi, può, ma non è automatico, essere sottoposto a referendum popolare.

Le leggi che modificano la carta costituzionale, infatti, possono passare attraverso una consultazione referendaria entro 3 mesi dalla pubblicazione in gazzetta ufficiale, a patto che lo richiedano un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque consigli regionali.

La legge elettorale

Riducendo il numero degli eletti, e quindi anche della rappresentanza nei territori, la riforma costituzionale dovrà prevedere un “aggiustamento” della legge elettorale. I collegi dovranno essere ridisegnati in modo da garantire che la popolazione delle varie aree del Paese concorra in modo equo, compatibilmente con i nuovi numeri di Camera e Senato.

A livello politico questo non è un punto secondario. Intervenire sulla legge elettorale richiede tempi tecnici (si parla di qualche mese) e quindi approvare il taglio dei parlamentari in questa legislatura vuol dire necessariamente che questa non si concluda immediatamente dopo: a meno di non accettare, come proposto da Matteo Salvini e previsto dalla legge stessa in caso di scioglimento anticipato delle Camere, che la legge entri in vigore non dalla legislatura immediatamente successiva, ma da quella seguente (quindi, potenzialmente, cinque anni dopo).

Quanto risparmierà lo Stato?

Tagliare 345 parlamentari comporterebbe per le casse dello Stato, soltanto considerando gli stipendi, un risparmio di 50 milioni di euro all’anno. Per Luigi Di Maio, primo promotore del provvedimento, non si tratterebbe sol di un vantaggio economico.

«Non è solo una questione di soldi – aveva spiegato il 30 luglio scorso Di Maio – è anche semplificazione. Abbiamo il numero più alto di parlamentari d’Europa e ne consegue un numero spropositato di leggi, spesso inutili. Il taglio cambierà la politica per sempre. Manderemo a lavorare gente che sta lì da vent’anni e finalmente potremmo avere un Parlamento più semplice».

La rappresentanza in Europa

In realtà l’Italia, con i suoi attuali 945 parlamentari, è seconda in Europa dopo il Regno Unito: su questo primato pesa però la Camera dei Lord, con i suoi 792 membri (a cui si aggiungono i 650 della House of Commons) che non sono tuttavia elettivi, restano in carica a vita e non hanno uno stipendio fisso (percepiscono soltanto diarie e rimborsi spese). Se la riforma verrà approvata l’Italia sarà superata anche dalla Francia, dalla Germania e dalla Spagna.

All’Assemblea nazionale di Parigi siedono 577 deputati e 348 senatori, mentre il Bundestag tedesco è conta 709 membri oltre ai 69 del Reichstag da 69; il Congresso di Madrid è composto da 350 deputati e mentre al Senado ci sono 266 scranni. La classifica però cambia. E di molto, se si considera la rappresentanza, cioè il numero di parlamentari in rapporto con la popolazione.

L’Italia in questo momento è alla ventiquattresima posizione (un deputato ogni 100mila abitanti) nella graduatoria delle Camere Basse. A riforma diventata legge il nostro Paese scenderebbe addirittura all’ultimo posto nella Ue. A guidare questa classifica sono i piccoli paesi come Malta, Lussemburgo ed Estonia. Tra i 14 parlamenti che hanno anche una Camera Alta oggi l’Italia si trova al 9° posto. Con la riforma scenderebbe al penultimo, affiancando la Polonia (0,3 senatori ogni 100mila abitanti) e davanti soltanto alla Germania (0,1).

Gli altri tentativi di riduzione dei parlamentari

Soltanto dal 1983 sono stati ben sette i tentativi di ridurre il numero dei parlamentari. In quell’anno ci provò la commissione bicamerale presieduta dal liberale Aldo Bozzi, con due diverse proposte, che però naufragarono. Nella XI legislatura un’altra bicamerale, la De Mita-Iotti (1993-1994) aveva avanzato la proposta di una riduzione dei deputati a 400 e dei senatori a 200. La fine anticipata della legislatura bloccò la riforma.

Poi ci fu la celebre commissione D’Alema nel 1997 e quella del centrodestra, contenuto all’interno della cosiddetta “devolution”, la riforma costituzionale varata nella XIV legislatura. La proposta morì con la riforma, che fu bocciata nel referendum costituzionale del 25-26 giugno 2006. Nel 2012 fu la volta di un disegno parlamentare che fu approvato al Senato, ma che non completò mai l’iter. Infine, ci provò Mattteo Renzi: ma, come è recente storia nota, anche la sua riforma fu bocciata dal referendum del 4 dicembre 2016, che portò alla caduta del suo esecutivo.

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