Esclusivo – Il dado è tratto. Renzi avvisa Conte, Fico e Casellati. 20 deputati e 10 senatori lasciano il Pd, contati per fare i gruppi

di OPEN

In serata la telefonata a Conte per annunciare la nascita di nuovi gruppi parlamentari che appoggeranno il suo governo. Chi ci sarà e chi no nel partito renziano?

La decisione è presa, e non a caso l’operazione è stata perfezionata il 16 settembre, quando per un impegno pubblico a Londra Matteo Renzi è rimasto al riparo dalle pressioni esterne. Nella serata, tornando a Roma, ha telefonato a Conte per annunciare la nascita di nuovi gruppi parlamentari confermando al premier il pieno appoggio al governo.

Renzi ha chiamato anche i presidenti delle due Camere, preavvisandoli dell’arrivo di comunicazioni formali: 20 deputati e 10 senatori lasceranno il gruppo del Partito Democratico a Montecitorio e Palazzo Madama. Sono i numeri minimi indispensabili per poter formare da subito gruppi autonomi.

La “linea” sarà data da un’intervista dello stesso ex premier a Repubblica che uscirà domattina, e poi con un classico post sui social. Domani sera poi è confermata la partecipazione di Renzi a Porta a Porta.

Chi ci sarà e chi no nel partito renziano? Sicuramente ci saranno le ministre Teresa Bellanova e Elena Bonetti. La Bellanova anzi sarà la capodelegazione dei renziani al governo. Nella prima fase il coordinatore sarà Ettore Rosato, e il portavoce Luigi Marattin. Ci saranno “classici” renziani come Bonifazi o la Boschi, ma anche figure fin qui meno inquadrate, e rappresentative come Lucia Annibali.

Possibili anche apporti esterni, come quello del senatore socialista (e fiorentino) Nencini. Non ci saranno ex renzianissimi come Luca Lotti e il neo ministro della difesa Lorenzo Guerini. Mancheranno i sindaci: gli ultimi a dire «io non lascio il Pd» sono stati quelli di Bergamo, Giorgio Gori, e di Firenze, Dario Nardella.

Ma il conto di chi va e chi resta viene fatto in queste ore, dalle due parti, con la consegna precisa di evitare ogni polemica, come in un divorzio consensuale al quale seguiranno buoni rapporti, almeno per il prosieguo della legislatura, fino all’elezione del nuovo presidente della Repubblica.

E il nome del nuovo soggetto? L’unica cosa certa è che non sarà “L’Italia del sì”, come si era ipotizzato. Non sarebbe bene augurante lanciare una forza politica col richiamo di una battaglia persa, sia pure col 40%, come quella del referendum.

Leggi anche: