Se la lunga marcia del centrodestra salviniano passa per la caduta di Virginia Raggi a Roma

Una lotta ingaggiata da tempo. E sabato, alla manifestazione di San Giovanni, la Lega raccoglierà le firme per le dimissioni della grillina. Ma il Capitano non è l’unico ad avere la Capitale nel mirino

Il conto alla rovescia è cominciato: manca poco alla manifestazione di sabato a Roma. Si chiama Orgoglio italiano! ed è l’appuntamento lanciato dal leader della Lega Matteo Salvini al suo popolo per il 19 ottobre alle 15 in piazza San Giovanni nella Capitale: quella stessa piazza da sempre teatro delle manifestazioni di sinistra e dei sindacati, espugnata questa volta dal popolo sovranista.


Otto i treni speciali già prenotati e circa 400 i pullman da tutta Italia per la manifestazione, a detta degli organizzatori.

Per (ri)lanciare il centrodestra a trazione salviniana – operazione che porta l’alleato/non-alleato Silvio Berlusconi a ripensarci e unirsi alla kermesse in prima persona, dopo aver in un primo momento invece annunciato l’invio di una delegazione – il leader del Carroccio punta sul mantra ormai classico: ‘mandare a casa’ quello che definisce il «governo delle poltrone» Pd-M5s, il Conte II erede di quel Conte I in cui Salvini era ministro dell’Interno.

È da tempo che, su Roma, il Capitano ha ingaggiato (fin da quando Lega e M5s erano al governo insieme) una battaglia contro la sindaca grillina Virginia Raggi.

Prima, all’epoca dell’alleanza, in modo più o meno circostanziato. Ricevendo risposte al vetriolo: in una delle svariate, la sindaca era addirittura ricorsa a delle molliche di pane per spiegare a Salvini il debito della Capitale. Ora, dopo il divorzio del Carroccio da Luigi Di Maio e i suoi, il leghista alza l’asticella e punta alla “caduta” dell’amministrazione capitolina prima della naturale scadenza del 2021. Sabato in piazza il popolo della Lega raccoglierà le firme per chiedere le dimissioni di Virginia Raggi: e i banchetti li ha voluti proprio lui, Matteo Salvini.

Salvini vs Raggi

Dopo la manifestazione in Campidoglio del 4 ottobre – che non è stata esattamente un ‘bagno di folla’ – al grido di ‘Raggi dimettiti’ (e con tanto di risposta grillina, tra mojito e invocazioni del Papeete), in questi giorni Salvini a Roma continua a portare avanti quello che in fondo sa fare meglio – fin dal 1993, anno della sua prima seduta in consiglio comunale a Milano: l’opposizione sui territori. Tra la gente.

Ed eccolo a visitare per esempio lo stadio Flaminio, denunciando il degrado e lo stato di abbandono della struttura sportiva e cogliendo l’occasione per tornare sul più classico dei problemi dei romani: quello della crisi cronica della “monnezza”. «Che fa il sindaco Raggi mentre a Roma si consuma l’ennesima truffa sui rifiuti ai danni di imprese e cittadini?», si chiede il capo di via Bellerio appellando come di consueto la prima cittadina con la carica al maschile. «Le uniche risposte che ha dato all’Ama (la municipalizzata dei rifiuti, di Roma ndr) sono sulle poltrone: un balletto di nomine tra cambi di amministratori unici e componenti del Cda. Vergogna. Sabato 19 ottobre in piazza San Giovanni parte la raccolta firme per le dimissioni del sindaco. Raggi chiedi scusa ai romani e vai a casa», ribadisce Salvini.

Perché la sindaca per Salvini «è una calamità naturale…». «Se una non è capace, non è capace…». Probabilmente – è l’altro mantra – la Raggi «sarà una bravissima persona, donna e mamma, ma il sindaco non è il suo mestiere».

E Zingaretti?

«Chi si somiglia si piglia», dice poi Salvini riferendosi al rapporto tra la sindaca e il presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti. Un vero e proprio inedito, durato però solo poco più di 24 ore.

Perché Roma diventa cruciale anche per il Pd, non solo per Salvini. La caccia al candidato o candidata per il Campidoglio per le “presa” di Roma comincia anche nel centrosinistra. E vede il segretario dem, “riabilitare” Virginia Raggi mentre lancia l’alleanza Pd e M5s a livello nazionale e strutturale in ottica anti-salviniana. «Non dovrebbe dimettersi», arriva a dire.

Un ammorbidimento che lascia smarrita buona parte del Pd romano, e non solo, alla luce della “guerra fredda” di questi tre anni e mezzo di amministrazione Raggi tra il segretario Pd e l’esponente grillina, fatta dell’eterno scaricabarile sulla gestione dei rifiuti e di denunce sul «degrado» di Roma e il «fallimento» di Raggi. «Dovrebbe affrontare con più decisione e collegialità temi per troppo tempo irrisolti», spiega prima cauto Zingaretti. «Ho passato più tempo ad occuparmi dei rifiuti di Roma di chiunque altro prima nella storia, dando una mano non tanto alla Raggi quanto soprattutto ai cittadini romani».

Roba da far rabbrividire Carlo Calenda, il cui nome viene fatto da più parti per una possibile candidatura alla guida della Capitale alla scadenza del mandato di Virginia Raggi nel 2021.

Matteo Renzi e Maria Elena Boschi colgono la palla al balzo, nella settimana della Leopolda 10 che pure sabato coinciderà con la manifestazione romana di Salvini – e vanno all’attacco della sindaca «Noi di Italia Viva abbiamo già chiesto le dimissioni della Raggi: la città di Roma è al tracollo».

E Nicola Zingaretti aggiusta il tiro: «La situazione di Roma è diversa da quella al Governo» e il sostegno a un Raggi bis «è impensabile», chiarisce, dando voce alla posizione che si sta consolidando nel Pd che, ribadisce il segretario dem, «è all’opposizione di questa amministrazione». E poi l’affondo: «È normale pensare anche all’alternativa per evitare che dopo Raggi arrivi un’altra figura di sindaco che faccia continuare il declino di Roma».

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