Barcellona, l’indipendenza negata. «Perché continueremo a protestare»: cosa sta succedendo in Catalogna – L’intervista

Dal referendum fallito del 2017 alle proteste per la sentenza dei leader catalani: cosa succede tra Barcellona e Madrid

Rafael Hidalgo è catalano. I suoi 6 fratelli e il resto della sua famiglia erano in piazza il 14 ottobre per protestare contro la sentenza ai leader indipendentisti, che dovranno scontare in totale 100 anni di carcere per sedizione e appropriazione indebita. Lui li seguiva dall’Italia, dai microfoni della sua trasmissione su Radio Catalunya, sicuro che sarebbe stata una delle tantissime manifestazioni pacifiche che da quasi dieci anni vanno avanti nella regione.

«Cos’è che mi lascia di più con l’amaro in bocca? Vedere come un movimento pacifista e progressista venga accostato ad azioni violente e a ideologie identitarie», dice a Open. «Non è così. Noi protestiamo per dissociarci da un modello politico – quello spagnolo – che non ci appartiene. E lo facciamo da sempre chiedendo dialogo».

Al 16 ottobre, dopo giorni di scontri con la polizia, il bilancio era di 30 arresti e 125 feriti. Dopo il blocco degli aeroporti di Madrid e di Barcellona, anche le linee ferroviarie tra il capoluogo catalano e Girona sono state interdette. Nelle stesse ore della condanna, un altro giudice iberico ha emesso un nuovo mandato di arresto internazionale per l’ex premier catalano Carles Puigdemont (fuggito in Belgio) con l’accusa, anche per lui, di sedizione e appropriazione indebita.

Ansa | Manifestazione del 1 ottobre 2019, per il secondo anniversario del referendum definito illegale dalle autorità spagnole

«Fu un atto di protesta e di disobbedienza, non fu una giornata di violenza», aveva detto Jordi Sànchez durante l’ultima udienza del processo a giugno. Ma nonostante le degenerazioni, i catalani sono intenzionati a non rimanere in silenzio davanti a una soluzione penale per un problema storico e politico. «Vorrei fare un appello al dialogo, anche se so che rimarrà inascoltato», dice Rafael. «C’è un problema politico che va trattato politicamente. Ed è penoso l’atteggiamento dell’Europa che fa finta di non vedere nulla».

Perché si è arrivati a questo punto?

«La situazione è tesa perché non si riesce a trovare un accordo. Queste persone condannate non hanno commesso nessuna violenza. Le stesse manifestazioni organizzate per il giorno della sentenza erano nate alla luce del sole. Erano state organizzate da Omium Cultural e dall’Associazione nazionale catalana, le due organizzazioni che hanno a capo Jordi Sànchez e Jordi Cuixart, condannati lunedì.

La polizia, informata delle manifestazioni, aveva preso il controllo dei principali punti di snodo. Il gruppo autoorganizzato “Tsunami democratico” verso sera ha organizzato una marcia verso l’aeroporto. C’erano più di 100mila persone e la polizia si è trovata circondata dai manifestanti catalani.

Stando alla cronaca e ai fatti di questi giorni, pare abbastanza chiaro che ci siano persone infiltrate che cercano di esasperare gli animi e provocare interventi più forti. Stanno cercando qualcosa che li giustifichi ad attuare l’articolo 155, che ha come obbiettivo quello di minare l’autonomia della regione. Il nostro è un governo autonomo, sì, ma sempre sotto sorveglianza».

Perché parlate di violazione dei diritti democratici?

«Il referendum sull’indipendenza potrà non essere legale per la Spagna, ma non vuol dire automaticamente che si può essere puniti penalmente. In passato si è provato a fare un referendum concordato tra le parti: si voleva concordare la domanda, il quorum. Ma non si è arrivati da nessuna parte. Anzi, quando gli indipendentisti hanno organizzato le votazioni, la reazione del governo spagnolo fu la violenza della polizia e la chiusura forzata dei setti.

Alla fine, anche dopo il referendum, tutto è finito nelle mani della giustizia, composta da molti nomi che erano ancora lì dall’epoca di Franco. Si è cercato di criminalizzare una questione politica, che è tutto fuorché un atteggiamento democratico.

Carmen Forcadell, una delle due donne che ora sono in carcere, era la speaker del parlamento catalano. Lei ha fatto quello che doveva fare, cioè consentire un dibattito. La conseguenza è che si è presa 10 anni di carcere: stiamo parlando di grosse e intollerabili limitazioni alla libertà di espressione».

Facciamo un breve passo indietro: quali sono i motivi della richiesta di indipendenza?

«La morte di Franco e la successiva approvazione della Costituzione nel 1978 (sostenuta anche dai catalani) costituirono un punto di partenza per la Catalogna in vista di un recupero delle proprie istituzioni, cancellate dalla guerra civile.

All’epoca non esisteva l’indipendentismo catalano: c’erano dei gruppetti piccolissimi o ultraminoritari. Ma quando si trattò di riconoscere le diverse nazionalità storiche della penisola iberica – come anche quelle della Galizia e dei Paesi Baschi – si è deciso di istituire questo Stato centralizzato per tutta la Spagna. All’inizio la legge prevedeva diversi livelli di competenze, dallo Stato centrale alla Regione autonoma, ma poi man mano che gli anni passavano è stato riformato sempre di più lo statuto dell’autonomia.

Attorno al 2010, il Partito popolare ha raccolto firme contro la riforma dello statuto e per l’annullamento di molte leggi che stavano andando in quella direzione. Da quel momento il cammino verso l’autonomia ha preso una brutta piega, alimentando lo spirito indipendentista dei cittadini catalani. Fino a che non si è arrivati al referendum del 2017».

Quanto c’entra l’indipendentismo, quindi, con le questioni identitarie?

«Assolutamente nulla. Ci dicono che siamo identitari e violenti. Ma il movimento catalano da una parte ha avuto una forte immigrazione, accogliendo sempre a tal punto che ogni immigrato oggi si sente catalano. Dall’altra, noi abbiamo manifestato ogni 11 settembre in cortei che hanno visto la partecipazione anche di un milione di persone. Proteste che sono sempre state totalmente pacifiche.

ANSA | Manifestanti arrivano a piedi a Barcellona dopo il blocco degli aeroporti

Il problema, semmai, ce lo abbiamo con l’identità spagnola: la Spagna non è riuscita a concepire una identità propria che non sia cacciare chi non la pensa esattamente uguale a lei».

La Catalogna è la regione più ricca della Spagna. Quanto c’entra oggi questa motivazione?

«Un’altra delle cose che si dice è che la Catalogna è una regione ricca e vuol per sé. Non è vero nemmeno questo. La Catalogna contribuisce regolarmente con le quote stabilite e riceve in cambio molti meno investimenti.

Per quanto mi riguarda, visto che poi in qualche maniera bisognerà trovare un certo accordo, la soluzione migliore (e più realistica) sarà quella di attuare un’organizzazione confederale come la Svizzera».

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