Argentina 2019, la sfida tra il liberale Macri e il peronista Fernández. Così l’ex presidente Kirchner punta di nuovo alla Casa Rosada

Il presidente uscente, liberale, è stato tra le 100 persone più influenti al mondo. Non è riuscito ad arrestare, però, il declino economico del Paese: secondo i sondaggi, gli argentini torneranno a eleggere un peronista alla Casa Rosada

Domenica 27 ottobre: è un giorno fondamentale per il destino dell’Argentina. In questa terra sconfinata che domina il meridione del Sud America, oltre 33,8 milioni di cittadini sono chiamati alle urne per scegliere il prossimo presidente del Paese.

Il presidente uscente Mauricio Macri e il suo vice Miguel Angel Pichetto sfidano Alberto Fernández e la sua vice, l’ex presidente Cristina Fernández de Kirchner. Il ritorno, prepotente, del kirchnerismo alla Casa Rosada, pare alquanto probabile.

Macri parte in svantaggio, i sondaggi parlano di circa 20 punti percentuali tra lui e Fernández: sconta la rampante crisi economica che ha favorito il dilagare della povertà e l’aumento della criminalità nel Paese.

I mercati finanziari guardano con molto interesse all’esito delle elezioni: Il Fondo monetario internazionale stima che il Pil, quest’anno, scenderà del -3,1% e l’inflazione ha raggiunto un picco del 57,3%. Molti analisti danno per certa la vittoria di Fernández al primo turno, con un consenso che, salvo colpi di scena, si assesterà tra il 45 e il 50%.

Il meccanismo elettorale

La prima fase della tornata si è giocata lo scorso 11 agosto: in Argentina solo i candidati delle forze politiche che superano la soglia di sbarramento dell’1,5% possono partecipare alle elezioni presidenziali.

Sei in totale le forze politiche che hanno superato la prima fase: i candidati sono Alberto Fernández (centrosinistra), Mauricio Macri (liberale), Roberto Lavagna (centro), Nicolás del Caño (sinistra), Juan José Gómez Centurión (destra) e José Luis Espert (centrodestra).

La sfida per la presidenza, però, sarà una sfida a due tra Fernández e Macri. Il 27 ottobre, se nessuno dei candidati otterrà almeno il 45% dei voti, o il 40% con un distacco minimo del 10% rispetto agli avversari, si svolgerà una terza votazione: il ballottaggio tra i due più votati, previsto per il 24 novembre.

Nella stessa giornata, gli argentini votano anche per eleggere 130 nuovi deputati e 24 senatori più alcune elezioni provinciali (si vota per esempio per la giunta della città autonoma di Buenos Aires).

Mauricio Macri, a sinistra, e Alberto Fernández, a destra, durante un confronto elettorale

Lo scenario economico

Come già detto, l’Argentina si trova in un contesto socio-economico particolarmente delicato: il Pil in caduta del -3,1% e un’inflazione al 57,3% sono i dati macro-economici che si traducono in povertà, disoccupazione e fuga di capitali all’estero. E i cittadini imputano la situazione ai due anni di presidenza Macri. Ne “l’era K”, quella dei due Kirchner, il Paese era riuscito a risollevarsi dalla bancarotta statale del 2001.

Dopo l’elezione del 2015, le politiche fiscali rigide di Macri non sono riuscite a contenere l’aumento del debito. Se da un lato i dati economici del Paese hanno continuato la loro caduta libera, dall’altro i cittadini hanno risentito delle misure: le disuguaglianze sono cresciute e, a giugno 2019, l’indice di povertà della popolazione ha raggiunto il 35,4%. Il Peso, la valuta, argentina, continua a perdere valore rispetto al dollaro statunitense: il rapporto è di 62,87 a 1.

Fernández il peronista

Macri è riuscito a strappare un maxi prestito di oltre 56 miliardi al Fondo monetario internazionale: ma la cifra è insostenibile per le casse pubbliche e Fernández, nel suo programma, ha dichiarato di voler rinegoziare quel debito.

Il 60enne, avvocato, docente di giurisprudenza e politico di lungo corso, ha messo su dei punti programmatici che guardano al sociale. Oltre alla rinegoziazione del debito, ha stilato un piano ad hoc per combattere la povertà.

È stato capo di gabinetto di Nestor Kirchner dal 2003 al 2007. Si è allontanato da quella sfera di influenza quando è diventata presidente la moglie di Nestor, Cristina Fernández de Kirchner.

Adesso è candidata come sua vice perché, nel 2018, Fernández ha fatto un passo indietro ed è tornato a collaborare con il kirchnerismo per fermare l’avanzata del liberismo. Anche per questo motivo l’ostacolo più grande per l’affermazione del leader del Frente de todos sono le diffidenze del settore finanziario, interno e estero, e i timori della politica filo-statunitense.

Macri il liberale

Coetaneo di Fernández, Macri è il presidente uscente dell’Argentina. Di origini italiane (suo padre era un imprenditore edile di famiglia reggina nato a Roma), deve la sua fortuna al settore industriale e delle costruzioni argentino. Dal 1995 al 2008 è stato presidente della squadra di calcio del Boca Juniors. L’apparizione nella politica che conta la fa nel 2005, coprendo il ruolo di deputato per due anni.

Macri ha da sempre mostrato un’impostazione di stampo liberale ed è il primo presidente della storia argentina (dal 1916 a oggi) a essere democraticamente eletto senza appartenere al partito peronista o al centro dell’Ucr. A un anno dalla sua elezione, il Time lo inserisce tra le 100 persone più influenti del mondo.

Eredita, a onor del vero, una situazione economica precaria dai precedenti governi Kirchner: le riserve della Banca centrale sono esaurite, il deficit è alle stelle e il commercio è condizionato dal controllo statale dei prezzi. Nonostante i pesanti tagli ai sussidi statali, non è riuscito ad arrestare la svalutazione del Peso e la recessione.

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