«Il ciclo non è un lusso»: come funziona la tampon tax nel resto d’Europa

Dopo la bocciatura arrivata a maggio di quest’anno dal governo gialloverde, il M5s propone l’abbassamento dell’aliquota Iva al 5% per i prodotti mestruali. Intanto l’Italia è tra i 10 Paesi peggiori in Ue per “Tampon tax”

Nell’ultimo giorno disponibile per presentare gli emendamenti alla Manovra, il Movimento 5 Stelle ha inserito nel proprio pacchetto modifiche l’abbassamento della tassa sugli assorbenti biodegradabili.

Nelle scorse ore, il M5s ha annunciato di voler ridurre la Tampon tax dal 22% al 5%: una proposta che arriva a quattro giorni di distanza dalla riammissione in commissione Finanze della Camera dell’emendamento firmato Laura Boldrini, che puntava a una riduzione dell’Iva al 10% sugli assorbenti.

L’ultima bocciatura era arrivata a maggio di quest’anno, quando la maggioranza di Governo aveva respinto l’emendamento sul dl Semplificazioni. Allora la viceministra dell’Economia Laura Castelli (M5s) aveva dichiarato che non c’erano coperture finanziarie, e il suo compagno di partito, Francesco D’Uva, le aveva fatto eco. Mentre suggeriva alle donne di non acquistare «prodotti usa e getta per salvaguardare l’ambiente», D’Uva si premurava di sottolineare che «da un lato non c’era la copertura finanziaria per portare avanti la misura, e dall’altro non era un provvedimento previsto».

ANSA, Ciro Fusco | La sottosegretaria all’Economia Laura Castelli, M5s

Che sia ora il momento propizio affinché l’Italia si decida a togliere assorbenti, tamponi, coppette e prodotti similari dall’elenco dei beni di lusso? Che sia la volta buona che si decida di riconoscerli tra i beni di prima necessità, e la si smetta di equipararne l’aliquota a prodotti come gioielli, sigarette, birra e vino?

Anche alla luce della retromarche (in parte) del Movimento, però, è ancora presto per cantare vittoria: nonostante esista da 11 anni una normativa europea che consente l’abbassamento dell’aliquota al minimo (in Italia per l’IVA è al 4%), l’Italia è tra i Paesi membri che ha scelto di ignorarla.

Period poverty: qualche dato sul “lusso” femminile

Quando nel 2018 sedici deputati presentarono una proposta di legge alla Camera per ridurre la tampon tax, vennero portati alla luce numeri ancora troppo poco considerati. Ed è difficile farsi un’idea di cosa significhi l’espressione “period poverty” (“povertà mestruale”) senza dare un’occhiata ai dati.

Nel corso del periodo della vita fertile, una donna è soggetta in media a 456 cicli mestruali, per un totale di circa 2.280 giorni, pari a 6,25 anni. La spesa pro-capite corrisponde a circa 1.704 euro per i soli assorbenti: una cifra che si alza di oltre 15.000 euro se a questi si aggiungono i medicinali per la cura dei sintomi e i prodotti anticoncezionali.

«Stante l’impossibilità, per una donna, di fare a meno di prodotti igienico-sanitari durante il ciclo mestruale – scrivevano i deputati – appare evidente che l’attuale aliquota dell’IVA sugli assorbenti igienici è ingiusta e discriminatoria in relazione al genere».

Come sottolineavano nella proposta di legge, l’aliquota al 22% grava in particolar modo sulle donne con basso reddito «per le quali, in alcuni casi, essa può addirittura risultare un limite alla piena e libera partecipazione alla vita sociale e pubblica, con pesanti conseguenze sulla salute sia fisica che psicologica».

Una presa di posizione istituzionale, questa, che va di pari passo con le battaglie annose delle associazioni e dei movimenti femministi globali, che chiedono da tempo di riconsiderare l’aliquota massima dell’Iva anche attraverso proteste (come il “Free bleedin“, cioè il non utilizzo degli assorbenti durante le mestruazioni) e petizioni.

Come funziona in Europa

A partire dal 2007, l’Unione europea ha autorizzato gli Stati membri a modificare a ribasso la Tampon tax. Alcuni Paesi hanno colto l’opportunità abbassando notevolmente l’aliquota o, come nel caso dell’Irlanda, annullandola definitivamente.

Nel grafico di Civio, aggiornato al 2018, si vede chiaramente come ben 10 Paesi abbiano l’aliquota Iva al 20% e oltre: la Bulgaria al 20%, Lituania, Lettonia e Repubblica Ceca al 21%, L’Italia al 22%, la Finlandia al 24%, la Svezia, la Croazia e la Danimarca al 25%, e l’Ungheria addirittura al 27%.

Dopo l’approvazione della normativa, Stati come Grecia, Spagna e Austria hanno invece deciso di ridurre la tassa al 10% circa, mentre Francia, Cipro e Regno Unito (in questo caso grazie a una mozione del 2015) sono arrivati fino al 5/5,5%.

Nel resto del mondo, gli Stati che hanno optato per l’aliquota Iva pari a 0 sono Canada, Australia, alcuni Stati degli Usa, India, Malaysia, Nicaragua, Uganda, Kenya, Tanzania e Trinidad e Tobago.

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