Effetto Fioramonti: i ricercatori scendono in piazza per la riforma dell’università pubblica

Le dimissioni dell’ormai ex ministro dell’Istruzione non hanno preoccupato troppo il governo, ma hanno riacceso il dibattito nell’opinione pubblica: il 9 gennaio i ricercatori scenderanno in piazza per chiedere riforme e fondi

Le dimissioni del ministro dell’Istruzione Lorenzo Fioramonti, arrivate qualche giorno prima di Natale, non hanno scosso più di tanto gli equilibri della maggioranza. Il premier Giuseppe Conte ha reagito prontamente spaccando a metà le competenze del Ministero di viale Trastevere, e accontentando in egual modo i due maggiori partiti di governo: alla sottosegretaria Lucia Azzolina (M5s) l’Istruzione e al rettore Gaetano Manfredi (scelto dal Pd), l’Univeristà e la Ricerca. Presto fatto: la questione dell’Istruzione era ancora una volta tenuta fuori dagli argomenti caldi affrontati dall’esecutivo.


A reagire maggiormente alle dimissioni del ministro ci ha pensato, però, l’opinione pubblica. La scelta di Fioramonti è servita infatti a porre i riflettori generali sulla situazione dei ricercatori e di chi lavora nell’ambito accademico in Italia: per la prima volta, un titolare del Miur lasciava il suo ruolo a causa del mancato ottenimento di fondi e investimenti destinati al proprio Ministero.

Così, conseguentemente alle decisioni prese nella Legge di Bilancio sullo stanziamento delle risorse, e in continuità con le rivendicazioni che da anni vengono presentate dai ricercatori italiani, la piattaforma Ricercatori Determinati di Pisa sta organizzando una «chiamata per la mobilitazione sull’università pubblica», prevista per il 9 gennaio 2020.

Verso la mobilitazione nazionale del 9 gennaio

«Per una volta, proviamo a fare il punto prendendo parola come personale di ricerca non strutturato, che non ha avuto voce in capitolo in questa ennesima discussione sul rifinanziamento (pubblico) dell’Università (pubblica)», si legge sulla pagina di Ricercatori Determinati – Pisa.

Ricercatori Determinati è la piattaforma di elaborazione delle proposte di reclutamento e riforma del pre-ruolo per il sistema accademico italiano, che da tempo combatte affinché venga stabilito un piano ciclico di assunzioni, una strategia di stabilizzazione, una riforma del pre-ruolo (e quindi abolizione dei contratti post-doc a vicolo cieco introdotti dalla riforma Gelmini) e una giusta quantità di finanziamenti.

Accanto alla scarsità delle risorse destinate all’università e alla ricerca dall’ultima Manovra (insufficienti a recuperare i tagli dell’ultimo decennio), i ricercatori lamentano ancor prima l’assenza di una riforma più generale del sistema che impedisca la precarizzazione costante di chi vi lavora.

«I dati della Legge di Bilancio 2020 sono effettivamente più che allarmanti», scrivono. «Ma a cosa servirebbe rifinanziare l’università? Su quale sistema attualmente esistente si innestano i provvedimenti previsti dalla finanziaria?».

Sostenuti da Adi, l’Associazione dottorandi e dottori di ricerca in Italia, i ricercatori scenderanno in piazza in tutta Italia il 9 gennaio per chiedere la risoluzione dei problemi strutturali derivanti da una cattiva organizzazione del sistema accademico.

Le rivendicazioni

«Chiamiamo tutte e tutti a mobilitarsi, il 9 gennaio 2020, per una giornata di lotta», scrivono dalla piattaforma Ricercatori Determinati. Quel giorno, scenderanno in piazza per chiedere:

  • un rifinanziamento adeguato e strutturale del comparto università e ricerca, in misura tale da poter quantomeno ritornare, nei più brevi tempi possibili, ai livelli pre-crisi;
  • una riforma del reclutamento per Università ed Enti di ricerca, da effettuare con un concorso annuale ordinario, per invertire il trend che ha portato alla proliferazione sistematica della popolazione precarizzata e consentire, a ciascun lavoratore, una programmazione chiara della propria vita;
  • una riforma del pre-ruolo, eliminando i contratti para-subordinati in favore di forme lavorative e previdenziali dignitose e riducendo, se non eliminando, i lunghi periodi di disoccupazione che si moltiplicano fino a una ipotetica stabilizzazione;
  • la soppressione dell’ANVUR e un ripensamento radicale della valutazione della ricerca a partire da criteri qualitativi e non più quantitativi;
  • l’aumento per almeno 200 milioni del Fondo Integrativo Statale per il diritto allo studio, così da garantire borse di studio, alloggi e residenze.

In copertina un gruppo di ricercatori precari del Consiglio nazionale delle ricerche. Napoli, 27 ottobre 2017. ANSA

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