Coronavirus, Burioni sul caso del “paziente asintomatico”: «Niente allarmismi, ma restiamo in guardia» – L’intervista

Si tratta di uno sviluppo preoccupante che complica la diagnosi della malattia e che mina le misure di prevenzione messe in atto ad oggi per contenere l’epidemia, spiega il professore a Open

La prestigiosa rivista scientifica americana The Lancet ha da poco pubblicato uno studio sulla diffusione del nuovo coronavirus 2019, la prima del suo genere come ricordano gli autori. Lo studio, basato su un campione di 41 persone ricoverate dopo che i primi episodi erano stati rilevati dalle autorità cinesi il 31 dicembre 2019 (il mercato dove è avvenuto il contagio è stato chiuso il primo dell’anno), ha portato alla luce il caso di un paziente asintomatico – non aveva sintomi nonostante fosse stato infettato.

Si tratta di uno sviluppo preoccupante che complica la diagnosi della malattia e che mina le misure di prevenzione messe in atto ad oggi per contenere l’epidemia, come i controlli aeroportuali di passeggeri. Non è da escludere quindi che altri casi di persone senza sintomi possano essere sfuggiti ai controlli. Nel frattempo il presidente cinese Xi Jinping ha definito la situazione «grave», al netto di oltre 1.600 persone contagiate e 54 decessi nel paese.

Per proteggersi dal virus c’è poco che il singolo individuo possa fare oltre a «non andare in Cina», scrive Roberto Burioni, che ha condiviso la ricerca pubblicata su The Lancet sul blog Medical Facts. «Non c’è motivo di evitare ristoranti cinesi, quartieri cinesi e i cinesi stessi», continua il virologo che invita tutti alla calma, profilassi indispensabile contro «il virus della disinformazione». Nonostante questo, la presenza di pazienti asintomatici rappresenta, secondo Burioni, una «bruttissima notizia».

Professore, lo studio di Lancet si basa su un campione di 41 persone e ha riscontrato un solo caso in cui il paziente non aveva sintomi. Non si tratta di un campione troppo ristretto?

«Uno c’è. Non sappiamo con che percentuale si possa trasmettere la malattia, ma questo è possibile: è possibile la trasmissione da parte di una persona che non ha sintomi, che non ha febbre. Numeri precisi ancora non se ne possono dare, ma è possibile»

Quali sono questi sintomi? 

«Sono 41 casi, quindi non abbiamo dati sufficienti per dirlo ancora. Sappiamo che è una situazione estremamente limitata, sappiamo che nella gran parte dei pazienti i sintomi sono principalmente respiratori. Purtroppo, l’inizio di queste malattia è simile all’influenza. Però per questo non bisogna allarmarsi: molto probabilmente se uno ha la febbre è perché si è preso una influenza stagionale »

Come ci si può difendere dal contagio?

«Nel momento in cui una persona che non presenta sintomi può essere contagiosa, diventa complicato. Per questo ho scritto che diventa molto più difficile combattere contro questa malattia»

Esiste una cura? 

«Non abbiamo una cura specifica, non abbiamo un vaccino: ci sono soltanto misure di supporto per sostenere i pazienti che dovrebbero guarire da soli»

Ci sono misure profilattiche aggiuntive che secondo lei si potrebbero adottare oltre ai controlli in aeroporto?

«Lo screening è molto utile, ma non è risolutivo. Questo paziente infettato e infettivo ma senza sintomi sarebbe naturalmente passato attraverso lo screening. Screening che ovviamente deve essere fatto – perché ferma tanti altri pazienti eventualmente contagiati: ma dobbiamo sapere che c’è questa possibilità. L’isolamento, la quarantena, le misure che stanno portando avanti in Cina, limitando la mobilità delle persone, servono per contenere la malattia. Una valutazione che deve essere presa dalle autorità, non dal singolo cittadino. Purtroppo non abbiamo una bacchetta magica»

Perché secondo lei l’OMS non ha dichiarato un’emergenza internazionale? 

«Non lo so, mi interesso delle parti scientifiche, mentre questi passaggi sono a cavallo tra la scienza e la gestione di una crisi internazionale. Penso che questione sia di fatto ormai internazionale, perché ci sono stati tre casi in Francia. Quindi dobbiamo comunque restare tutti in guardia, a prescindere da quello che dice l’Oms»

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