Dopo il caso Spallanzani, i ricercatori al ministro: «Bene i nuovi fondi, ma basta precari»

Il dibattito pubblico è tornato a parlare di Ricerca, ma la soluzione al problema va ben oltre qualche misura tampone

Si è partiti dalla dimissioni dell’ex capo del Miur Lorenzo Fioramonti e si è arrivati alla notizia della giovane virologa dello Spallanzani, precaria a 1.500 euro al mese. Gli ultimi mesi hanno riportato all’attenzione generale il tema dello stato della ricerca, tanto che il premier Conte e il neoministro Manfredi hanno annunciato 1600 assunzioni straordinarie di ricercatori in un emendamento del Milleproroghe, dopo aver bucato il provvedimento nella Legge di Bilancio.

In un’intervista a Repubblica, il ministro ha parlato di ripartire dal miliardo voluto dal suo predecessore e dall’incremento dei concorsi. L’architettura del preruolo voluta dall’ex ministra Gelmini, invece – quella che divide i ricercatori in precari senza speranza (di tipo A) e in precari con qualche speranza (di tipo B) – «non è stata fallimentare».

Della stessa opinione non sono i ricercatori di Adi – Associazione Dottorandi e Dottori di ricerca in Italia. Matteo Piolatto, segretario nazionale dell’associazione, ha spiegato a Open perché un miliardo non è sufficiente per risolvere la questione, e perché invece, per uscire davvero dall’impasse ci sia bisogno di rivedere alla radice il percorso per il ruolo del post-doc.

Proprio a partire da queste problematiche strutturali, lo scorso 9 gennaio i ricercatori precari hanno organizzato una manifestazione nazionale per chiedere un ciclico piano di assunzioni (che non siano misure tampone), una strategia di stabilizzazione, una giusta quantità di finanziamenti e una riforma del pre-ruolo (e quindi abolizione dei contratti post-doc a vicolo cieco introdotti dalla riforma Gelmini).

L’intervista

Dottor Piolatto, cosa pensate voi di Adi di questa nuova ondata di attenzione sul tema istruzione?

«Siamo contenti che nel dibattito pubblico sia tornato il tema dell’istruzione e della ricerca. Sono anni che andiamo in giro dicendo queste cose, da quando sono stati tagliati i fondi 11 anni fa con la riforma Gelmini. Finalmente ora si vede qualcosa anche nel dibattito pubblico.

Poi, chiaramente, sappiamo che c’è anche un interesse strumentale. Bisognerebbe far comprendere più a fondo a cosa serve un’investimento sostanzioso nell’educazione, ampliare la discussione oltre i meri annunci».

Manfredi ha parlato di più fondi, ripartendo dal miliardo chiesto dal Fioramonti per la Legge di Bilancio. Ci credete che verrà stanziato?

«L’esperienza ci farebbe dire di no. Negli ultimi 6 mesi c’è stato tanto clamore e non si è andati da nessuna parte, anche se riconosco che c’era una fase politica particolare. Ora però è finita.

Conte e Manfredi si sono vagamente spesi su questa cosa, il che in parte mi fa sperare che questo miliardo in più ci sarà davvero. La prova definitiva ci sarà nel Def di aprile.

Spero che Manfredi si renda conto che l’attenzione che c’è su questa questione è alta. C’è grande aspettativa da parte degli universitari, perché interessa non solo ai dottorandi Adi. Quando abbiamo fatto la giornata di mobilitazione c’erano moltissime persone».

Qualora venisse stanziato, sarebbe sufficiente?

«No. Secondo noi a servire è almeno un miliardo, non solo un miliardo. Qui si gioca la differenza sostanziale. Questa cifra serve a far tornare tutto ai livelli del 2008, ma bisogna andare anche oltre e fare qualcosa di più.

Il miliardo ce lo immaginiamo comunque come uno shock positivo, anche se non si capisce se sarà diviso in 3 anni o se si tratterà di un unico investimento».

Voto finale al Senato per il DDL Gelmini di riforma dell’Universita’. ANSA/GIUSEPPE GIGLIA

Che ne pensate del piano straordinario annunciato da Conte e Manfredi di 1600 assunzioni?

«Ero rimasto molto stupito che il governo non avesse inserito un piano straordinario come era sempre successo. Tra l’altro, erano proprio i parlamentari del Pd ad averlo inventato. Anche se, nonostante la decisione di assumere 1.600 unità, c’è da dire che è un numero utile solo a mettere dentro tante persone quanto ne escono dai pensionamenti (che sono circa 1300/1400 ogni anno). Che va bene, ma non serve a nulla sul lungo periodo.

E poi c’è da chiedersi come verranno ripartiti. Bisogna ragionare sui criteri di collocazione: l’anno scorso sono stati ripartiti solo negli atenei più ricchi, ma è necessario che si guardi di più al Sud».

Manfredi ha detto che per risolvere il problema legato al preruolo servono più concorsi. Che la Riforma Gelmini in quel senso è tutto sommato positiva. Che ne pensate?

«Rivedere la riforma Gelmini sul preruolo è fondamentale (con la 240/2010 sono stati introdotti i contratti di Tipo A e quelli di Tipo B: i primi sono, fondamentalmente, destinati al precariato perpetuo, ndR). Su questo non sono assolutamente d’accordo con Manfredi.

Non penso che la 240 abbia degli elementi positivi, anzi. Ha davvero troppi elementi negativi. La riforma del preruolo è un aspetto fondamentale: bisogna partire dagli assegnisti di tipo A (RTDa), che sono dei parasubordinati a rinnovo annuale, che possono essere precari anche fino a 40anni. Non se ne può più.

Tra l’altro, negli Atenei del Sud gli RTDa sono usati prevalentemente per fare lezioni, senza che si instauri nessun legame con l’univeristà: dopo 3 anni è finita e basta. Non credo sia sostenibile dire che un’architettura come questa sia funzionale.

Secondo noi, andrebbe creata un’unica figura di preruolo, diviso al massimo in due periodi. Ma non sono cose nuove per Manfredi: sono state scritte nella proposta di Francesco Verducci (Pd), che ha discusso ampiamente con il mondo accademico, tra cui Manfredi. Molto strano che ora dica che la riforma non vada toccata».

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