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Coronavirus, l’infettivologo Galli sui tanti casi in Italia: «Il contagio in ospedale, la situazione più sfortunata»

24 Febbraio 2020 - 10:56 Redazione
I carabinieri del Nas, insieme a personale medico specializzato, hanno prelevato con un'ambulanza bio contenitiva dalla loro abitazione di Castiglione d'Adda i genitori di Mattia, 38 anni, il paziente 'numero 1', trasferito questa mattina dall'ospedale di Codogno al Policlinico San Matteo di Pavia. I due anziani sono stati prelevati da personale sanitario in tuta asettica bianca e, dopo aver fatto indossare loro la mascherina,  accompagnati fino ad una vicina ambulanza, che li ha portati via, 22 febbraio 2020. Ansa/Matteo Corner
Un'epidemia nata in contesto ospedaliero, esattamente come la Mers a Seul nel 2015
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«La situazione più sfortunata possibile». Massimo Galli, professore ordinario di Malattie Infettive e primario del reparto di Malattie Infettive dell’ospedale Luigi Sacco ha ricostruito sul Corriere della Sera come si è diffuso negli ultimi giorni il Coronavirus in Italia. Tutto è partito dall’ospedale di Codogno, nel Lodigiano. È da qui che, probabilmente, è partito il focolaio che poi ha scatenato l’epidemia in tutto il Nord: «Purtroppo, in questi casi, un ospedale si può trasformare in uno spaventoso amplificatore del contagio se la malattia viene portata da un paziente per il quale non appare un rischio correlato».

I sintomi del paziente zero

Secondo Galli il paziente zero, la persona che per prima avrebbe portato il coronavirus in Italia, non avrebbe manifestato sintomi evidenti: «È verosimile che qualcuno, arrivato in una fase ancora di incubazione, abbia sviluppato l’infezione quando era già nel nostro Paese con un quadro clinico senza sintomi o con sintomi molto lievi, che gli hanno consentito di condurre la sua vita più o meno normalmente e ha così potuto infettare del tutto inconsapevolmente una serie di persone». Quindi gli elementi sarebbero due: un paziente infettato ma del tutto inconsapevole di avere il virus e un’infenzione partita in ospedale. E poi c’è un altro fattore: il fatto che Lombardia e Veneto siano due regioni dove sono frequenti gli scambi con la Cina:

«Sono le regioni in cui sono più intensi gli scambi con la Cina per ragioni economiche e commerciali, e in cui c’ è inoltre un’importante presenza di cittadini cinesi. Non è detto che il primo a portare il virus in Italia sia stato un cinese, potrebbe essere stato anche un uomo d’affari italiano di ritorno da quel Paese».

Il consiglio: «Condurre una vita normale»

Fra le foto di supermercati saccheggiati, le scuole, le palestre e le chiese che chiudono il consiglio di Galli su come affrontare questa epidemia è lo stesso di molti altri esperti: «Condurre la propria vita normalmente attendendo disposizioni da parte delle autorità preposte e rispettarle».

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