Paolo Danzì (Sapore di male): «Come è difficile fare satira ai tempi del Coronavirus, prima di pubblicare ci penso due volte» – L’intervista

«I meme che pubblico riguardano gli aspetti comportamentali delle persone che, a volte, rasentano l’irrazionalità. Ad esempio, la ricerca forsennata delle mascherine, l’idolatria dell’Amuchina, il ritorno in auge del Lievital per panificare in casa, la soap opera dei decreti di Conte»

La satira aiuta a veicolare dei messaggi. Stimola un sorriso che si contrae subito nell’amara consapevolezza che il paradosso descritto non è poi così distante dalla realtà. Soprattutto nei momenti più complicati della storia: durante la Seconda guerra mondiale, ad esempio, Hollywood avviò un intero filone di film satirici dedicati alla figura di Adolf Hitler. Insomma, il riso permette di esprimere concetti che altrimenti non troverebbero spazio nell’opinione pubblica o non riuscirebbero ad avere la stessa pregnanza.


«Fare satira durante un’emergenza sanitaria di questa portata è difficile. Personalmente faccio una grande fatica a produrre contenuti sul Coronavirus perché ho paura di ferire chi sta vivendo situazioni disperate. Contemporaneamente, non riesco a trattare altri argomenti perché nel mondo intero si parla solo dell’epidemia». Paolo Danzì ha 35 anni. Siciliano di origine, bolognese di adozione: vive in Emilia ormai da 10 anni e, dopo la laurea magistrale all’Alma Mater, ha trovato lavoro nel campo dell’ingegneria informatica.

«Di una cosa sono certo: non scenderò mai a compromessi con la mia etica. Se in una situazione normale ci pensavo due volte prima di pubblicare un post, adesso solo dopo parecchi ragionamenti schiaccio invio». Danzì è il fondatore delle pagine Facebook e Instagram Sapore di male: oltre mezzo milione di follower su entrambi i social e un gruppo chiuso di quasi 20.000 utenti affezionati che contribuiscono con segnalazioni e idee.

Danzì, qual è il limite che ti sei posto nella pubblicazione di meme sul coronavirus?

«Evitare assolutamente ogni meme o battuta che possa sfiorare il dolore delle persone che stanno vivendo l’emergenza da vittime: mi riferisco sia a chi ha perso i propri cari sia al personale ospedaliero che sta lavorando incessantemente da più di un mese».

Però parli comunque dell’epidemia.

«Sì, ma i meme che pubblico riguardano gli aspetti comportamentali delle persone che, a volte, rasentano l’irrazionalità. Ad esempio, la ricerca forsennata delle mascherine, l’idolatria dell’Amuchina, il ritorno in auge del Lievital per panificare in casa, la soap opera dei decreti di Conte».

Paolo Danzì, 35 anni: ingegnere e fondatore di Sapore di male

Insomma, descrivi la quarantena della metà degli italiani.

«Una quarantena che è complicato raccontare senza offendere qualcuno. La regola che mi sono dato è quella di non esagerare per restare il più lontano possibile dal dolore delle persone. Sapore di male questi giorni racconta elementi di contorno, concentrandosi sugli aspetti comportamentali che cambiano e non sulla tragedia in sé».

In questi giorni di isolamento a casa, sono aumentate le interazioni sulle tue pagine?

«Sì: la gente è a casa e ha più tempo da dedicare ai social. Insieme alla prudenza per cercare di non essere inopportuno, c’è la passione di fornire un diversivo alla noia: per questo non ho interrotto la pubblicazione dei meme durante l’emergenza».

Hai parlato di satira fatta sugli aspetti comportamentali. Ma non hai risparmiato nemmeno la politica di questi tempi.

«Non c’è stata una critica al gesto politico perché non ho le competenze per giudicare la reazione della classe dirigente a un’emergenza di queste dimensioni. Ciò che prendo in giro sono i modi di comunicare, le dichiarazioni sopra le righe di governatori e sindaci. Oppure le continue dirette del premier sui social: il Dpcm sembra il titolo di una sorta di fiction trasmessa in streaming su Facebook».

Una presa di posizione politica.

«Sapore di male, a parte l’emergenza in corso, non ha mai avuto problemi a schierarsi su qualunque tema. Proprio per la sua natura, molto vicina a un blog personale, si è sempre schierato in maniera netta. Anche perché, personalmente, non ho mai voluto contenere il cinismo. Ci sono temi, ad esempio, su cui sono tranchant, come i giochi di partito, i no-vax».

Secondo te i meme possono avere un’influenza sul consenso politico?

«Sono stato bersagliato nel periodo di “Io sono Giorgia”. Ho contribuito anch’io alla diffusione di quel motivetto e sembrava che più il refrain diventasse popolare, più crescesse il consenso di Fratelli d’Italia. A dire il vero, non credo che esista un’equazione precisa a riguardo: non sempre la visibilità si converte in favore. Certo, i meme sono veicoli che plasmano una sorta di opinione: lanciano dei messaggi e ci vuole equilibrio anche in questo. Resta il fatto che la satira, quella fatta bene, è sempre giusto farla. Diventa una scelta stilistica quella di rappresentare o meno alcuni personaggi».

Quando nasce l’idea di creare una pagina di Meme?

«A inizio 2017. Ho iniziato su Facebook e poi ho diffuso “il male” anche su Instagram. È stata un’operazione abbastanza naturale: già da bambino creavo tormentoni, metafore. Non ho mai perso l’abitudine e, un giorno, ho scelto di condividerle sui social. Di fatto, Sapore di male è un blog di taglio personale in cui la spontaneità la fa da padrone».

Sapore di male: «Degrado. Origini oscure. Traumi infantili. Cani Molecolari. Metamorfismo. Regno del Non-sense. Indolenza. Nel corso dei secoli». Descrivi così la tua pagina. Ma qual è il leitmotiv che lega i post?

«Si può riassumere nel sentimento di quelle generazioni che negli ultimi 10-15 anni sono rimaste bloccate. Letteralmente. Sapore di male è un continuo ripetere a noi stessi, ma anche una sorta di denuncia, che molte persone nate negli anni ’80 e nei primi ’90 non hanno fatto in tempo a crescere, a realizzarsi sul lavoro, a sposarsi e mettere su famiglia. Questa insoddisfazione generazionale si dirama in due strade diverse di meme: da un lato c’è il trash e dall’altro la politica. Il filo che lega il tutto, oltre al cinismo, è il pop: qualunque sia il messaggio, sia esso politico o sociale, prende in prestito immagini da un’iconografia che strizza l’occhio agli anni ’90».

C’è il rischio che gli utenti più giovani dei social non riescano a capire i tuoi post?

«Questo è un rischio che a volte si realizza e altre, invece, si risolve nella ricerca e nell’approfondimento di un passato prima sconosciuto. Resta una pagina molto generazionale. Ci sono periodi in cui parlo soltanto del litigio di Antonella Elia con Mike Bongiorno. Sono personaggi cristalizzati: c’è una sorta di devozione Ambra di Non è la Rai, per Franca Leosini e Federica Sciarelli. Ormai sono figure idealizzate su Sapore di male. Per Miss Keta ho fatto un’eccezione, ma perché anche lei pesca parecchio dall’immaginario degli anni ’90».

Anche a livello tematico hai una particolare predilezione per alcune tematiche, penso al filone della lotta al patriarcato che porti avanti nelle stories di Instagram.

«In generale la pagina va a difendere sempre il mondo dei diritti delle donne e dei diritti civili. In maniera quasi caricaturale si tendono a sottolineare, anche con il rischio di esagerare, i comportamenti che fanno male alla causa della differenza di genere. La lotta al patriarcato è un modo volontariamente caricaturale per far passare il messaggio dell’uguaglianza di genere, ancora assente nella società».

Qual è il post che ha avuto il migliore riscontro?

«Più che post che hanno avuto un esito particolare, ci sono dei filoni più fortunati di altri. Ad esempio quello dei giocattoli degli anni ’90. Oppure quello delle strisce, come la ragazza molto pop che nuota e che ha i flussi di coscienza. Un altro trend è quello delle luminarie nelle vie con i testi delle canzoni modificate».

Quando hai capito che Sapore di male stava avendo successo?

«Fin da subito ho iniziato a vedere che c’era un pubblico molto fedele alla pagina. Tuttavia, il primo vero momento in cui mi sono accorto che quello che scrivevo nei meme trovava un riscontro in tantissime persone, è stato durante un corteo dell’8 marzo 2018, dopo un anno dalla creazione della pagina. Alla manifestazione partecipava una ragazza che agitava un cartellone sul quale aveva ridisegnato un mio meme. È stato scioccante, come se quello che facevo fosse uscito dal telefono: era tutto vero, reale».

Hai un tuo team? C’è un guadagno da questa attività?

«Sono completamente da solo a gestire le pagine. Mi ci dedico la sera o nei ritagli di tempo: non mi pesa affatto perché mi diverte pensare i meme, giuro. Faccio tutto con il cellulare, anche l’editing grafico. A volte mi arrivano proposte commerciali, ma non le accolgo perché ho la ferma convinzione che prendere una piega commerciale limiterebbe la creatività della pagina. Per me è davvero una sorta di diario e vorrei che continuasse a essere tale».

Hai mai ricevuto querele per qualche post?

«Non ho mai avuto nessun tipo di problema, nessuna denuncia, nessuna segnalazione. Cerco di pesare sempre il cinismo con l’etica. Ecco, forse sono più prudente che cinico: il cinismo è nello stile, non è mai fine a se stesso».

Come mai hai scelto questo nome per la pagina?

«È un nome autobiografico. Parte dall’assonanza con il film Sapore di mare. Sono siciliano, ma nonostante le mie origini sono particolarmente amante del mare. Per varie vicende della mia adolescenza, ho sempre identificato il male con il mare».

Cos’è il male, per te, oggi?

«Il male è quando non riesci a essere te stesso. Non riesci a fare o a diventare quello che avevi in mente perché c’è qualcuno che ha deciso al posto tuo. Il male è quel disagio lì, quel non arrivare mai a una realizzazione».

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