Coronavirus, rischio caos sui test sierologici: il governo verso 200 mila esami. Ma Regioni e Comuni sono già partiti

A Genova si è scoperto che il 15% della popolazione risulta essere positiva al Coronavirus. In un piccolo paese di Pavia, invece, la percentuale sale al 22%. Si tratta di dati attendibili? O forse servirebbe affiancarli ai tamponi?

Il programma nazionale di test sierologici dovrebbe cominciare già nelle prossime settimane, probabilmente già a fine aprile, nelle intenzioni del governo in vista della Fase 2 dell’emergenza Coronavirus. Ministero della Salute e Comitato tecnico scientifico hanno individuato le piattaforme che dovranno eseguire e processare gli esami, ma il rischio che quei risultati si sovrappongano e confondano con quelli delle diverse Regioni è già concreto. Come già accaduto per le misure di restrizione per il contenimento dei contagi, anche sui test sierologici le amministrazioni regionali, e in alcuni casi i singoli comuni, sono già partiti in ordine sparso. Ognuno con un metodo proprio e con test diversi tra un territorio e l’altro.

Come funzioneranno

Saranno tra i 150 e i 200mila i cittadini italiani che verranno sottoposti ai test sierologici grazie ai quali sarà possibile sapere se una persona ha già contratto il virus, pur non avendo mai avuto sintomi, così da scoprire se l’organismo è ormai immune al virus. Al test parteciperanno tutte le fasce della popolazione, distinte per categorie professionali ma anche per distribuzione geografica ed età (nel campione saranno inclusi bambini e anziani). Adesso la fase più delicata: quella del bando per l’acquisto del kit che dovrà garantire massima affidabilità. In altre parole, dovrà rilevare gli anticorpi senza far confusione con altri tipi di Coronavirus.

I test sierologici, infatti, potrebbero essere usati per rilasciare le cosiddette “patenti di immunità” utili al rientro a lavoro in sicurezza, nonostante non tutti gli scienziati siano d’accordo. A frenare, ad esempio, è Giovanni Rezza, direttore del dipartimento di Malattie Infettive dell’Istituto superiore di sanità, secondo cui i «test sierologici non danno un patentino di immunità ma ci dicono solo se una persona ha sviluppato o meno gli anticorpi contro il virus. Eventualmente devono essere accompagnati da un tampone». Queste le sue parole ad Agorà su Rai 3.

Le regioni che faranno i test

Per il vicedirettore dell’Oms Ranieri Guerra l’obiettivo resta quello di un unico test nazionale. La comparazione tra test diversi rischierebbe soltanto di generare caos restituendo risultati contrastanti. Alcune regioni sono già partite con altri strumenti di analisi. Dal Veneto (nelle aziende) alla Lombardia che dal 21 aprile utilizzerà i test sierologici del San Matteo di Pavia. Se il comune di Milano mapperà i 4mila conducenti del trasporto pubblico, il Lazio comincerà dalle forze dell’ordine. La Toscana punta ai 400mila test con uno screening di massa così come la Liguria che parla di un «uso massiccio».

La Sicilia, intanto, si è detta pronta a partire con i test sierologici «pur ribadendo l’importanza del tampone rinofaringeo che resta il principale strumento di rilevamento della malattia» ha spiegato l’assessore regionale alla Salute, Ruggero Razza. Sull’isola test sierologici previsti per il personale sanitario, forze dell’ordine, Rsa, case di riposo, uffici pubblici, popolazione carceraria «e comunque su una porzione significativa della cittadinanza siciliana».

A Genova il 15% è positivo

Il prof. Matteo Bassetti, direttore della clinica di Malattie Infettive dell’ospedale San Martino di Genova, spiega a la Repubblica cosa sta succedendo: «Su alcune migliaia di test sierologici eseguiti su persone non sintomatiche la percentuale di positivi al Covid-19 è molto più alta di quella che pensassi. Siamo oltre il 10 per cento, diciamo verso il 15 e alcuni segnali mi fanno pensare a percentuali anche maggiori. Questo cambia molte cose, dalla letalità (decessi sui contagiati), che così sarebbe molto più bassa, a tutti gli altri indici: la mortalità (decessi sulla popolazione complessiva), l’indice di ospedalizzazione, anche quello di gravità».

«I test rapidi – conclude Bassetti – si possono fare anche con banchetti per strada presidiati da personale sanitario. Danno risultati in dieci minuti e dicono se la persona ha sviluppato gli anticorpi e, dunque, è entrato in contatto con il Covid-19. Il tampone a quel punto serve a capire se la malattia è ancora in corso e se è contagiosa».

A Pavia il 22% di positivi

A Robbio, un paese di quasi 6mila anime in provincia di Pavia, il sindaco ha deciso di sottoporre la popolazione a un test sierologico per scoprire la loro positività al Covid-19 e l’eventuale presenza di anticorpi. Come spiega Tgcom24, i primi dati forniscono un quadro impressionante: su 910 pazienti esaminati, 100 sono positivi e in altrettanti è stata rilevata la presenza di anticorpi (questo significa che hanno già avuto il virus e che lo hanno sconfitto). Parliamo del 22% del campione esaminato, dunque di 200 cittadini. Il costo del test? Appena «45 euro a persona».

Foto in copertina: Andrea Canali per Ansa

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