I soldi ci sono, ora bisogna «correre»: cosa deve fare l’Italia per non perdere i 209 miliardi del Recovery Fund

Il governo italiano ora ha pochi mesi davanti per chiarire alla Commissione europea dove, come e quando ha intenzione di spendere i fondi del Recovery Fund. E le priorità devono riguardare l’ambiente, la digitalizzazione del Paese, la riduzione del precariato e una Pubblica amministrazione più efficiente

Incassato l’accordo sul Recovery Fund, per l’Italia è il momento di «correre, usare i soldi per investimenti, per riforme strutturali». Lo ripete lo stesso premier Giuseppe Conte alla fine del vertice Ue fiume che ha fissato per l’Italia il 28% dei 750 miliardi messi sul piatto dall’Europa per sostenere la ripresa economica dopo l’emergenza Coronavirus. Sono 209 miliardi in tutto, di cui quasi 82 a fondo perduto e 127 come prestiti.

Questi ultimi aumentati all’Italia rispetto alla proposta della Commissione Ue, in virtù delle prospettive drammatiche che riguardano l’andamento dell’economia italiana per i prossimi due anni, che potrebbe perdere fino al 12% di Pil, che equivale più o meno all’ammontare della quota di Recovery Fund prevista.

Cosa deve fare l’Italia per non perdere i miliardi europei

Niente è gratis, tantomeno i fondi europei, che per quanto prevedano interessi estremamente bassi e vantaggiosi con scadenze a lunghissimo termine per i prestiti, impone ai Paesi destinatari, Italia compresa, una serie di riforme necessarie da anni e non più rinviabili dopo la batosta che la pandemia sta infliggendo all’economia dei singoli Stati membri.

Conte ha anticipato che sarà costituita una task force, un’altra, che individuerà quali progetti saranno prioritari in linea con le indicazioni europee. Progetti che sarebbero per buona parte pronti, ha assicurato il premier, ma devono ancora essere condivisi con le opposizioni. Il Piano nazionale delle Riforma dovrà poi passare dal Parlamento e quindi arrivare a Bruxelles.

Ambiente

Come già anticipato dalla Commissione Ue lo scorso 20 maggio, l’Italia dovrà presentare ora un pacchetto di progetti con priorità a quelli che prevedono investimenti pubblici già pronti per essere finanziati e che promuovano i progetti privati. In particolare in ambito ambientale, su spinta del Green new deal, l’Italia deve presentare il suo piano per contrastare gli eventi idrogeologici e i fenomeni meteorologici più estremi, sempre più frequenti anche nella penisola.

La priorità dovrà essere data alla transizione energetica verso fonti più pulite, come ad esempio la conversione dell’Ilva di Taranto che dovrà andare sempre meno a carbone. E quindi si dovranno presentare progetti credibili per il miglioramento delle infrastrutture, per un serio potenziamento dei trasporti pubblici.

Digitalizzazione e istruzione

Altro pilastro delle richieste della Commissione riguarda la digitalizzazione del Paese. In quest’ambito devono essere chiariti non solo i progetti per l’espansione della rete della fibra ottica, che dovrà ridurre il digital divide con le aree rurali e comunque lontane dalle grandi città. Ma anche i progetti sulla formazione, con investimenti consistenti nel sostegno all’istruzione, alla ricerca, stimolando in particolare la collaborazione tra industria e università.

Attenzione particolare dovrà essere riservata anche alla formazione professionale, soprattutto per il miglioramento delle competenze digitali, nelle quali l’Italia si attesta atavicamente nelle posizioni più basse delle classifiche europee.

Lavoro

La Commissione si aspetta poi riforme credibili per il mercato del lavoro italiano, che spinga per una forte riduzione della tassazione sul lavoro dipendente e per le imprese. La strada da seguire dovrà essere una maggiore integrazione nel mercato del lavoro per giovani inattivi e per le donne, i soggetti più colpiti dalla crisi economica legata alla pandemia. Per farlo, le riforme dovranno prevedere «redditi sostitutivi e un accesso al sistema di protezione sociale adeguati. In particolare per i lavoratori atipici».

Una prima proposta alla Commissione dovrà arrivare da Roma per il prossimo autunno, con la scadenza massima fissata per la primavera del 2021 per il piano definitivo che indichi settori e progetti di investimento.

Nel Consiglio europeo fiume chiuso il 21 luglio a Bruxelles ha portato chiarezza anche sulla possibilità di finanziare ogni «azione pertinente» con i piani europei sulla crisi della pandemia compresi dal Recovery Fund, il ReactUe e il Recovery and Resilience Facility, per quanto già avviato dal 1° febbraio 2020. Si tratta quindi di fondi da poter utilizzare in forma retroattiva, che per l’Italia dovrebbero pesare per almeno 78 miliardi.

E se qualcosa va storto?

Il piano di investimenti sarà soggetto al giudizio sia della Commissione Ue che del Comitato economico e finanziario (Cef), organo interno al Consiglio europeo. Rispetto al “super-freno” più volte evocato dai Paesi frugali, che spingevano perché un Paese potesse porre il veto sui piani di riforme di un singolo Paese membro, l’accordo finale ha previsto un “freno di emergenza”: l’intervento di contestazione può scattare solo in casi eccezionali, con una procedura di analisi che dovrà durare più di tre mesi

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