Nel mondo ci sono 6 ceppi di Coronavirus. Lo studio di Bologna: «Mutato meno dell’influenza» – Lo studio

Stando alla ricerca dei due scienziati italiani il SarsCoV2 tende a mutare di meno rispetto all’influenza, circa 7 mutazioni in media a campione

Se è vero che il Coronavirus è cambiato da gennaio ad oggi, la mutazione è stata lieve e comunque non così radicale da far ipotizzare che in futuro per immunizzare la popolazione servirà più di un vaccino. Una buona notizia, che porta la firma di due ricercatori italiani, Daniele Mercatelli e Federico Giorgi dell’Università di Bologna, che in uno studio pubblicato sulla rivista Frontiers in Microbiology hanno identificato ben sei ceppi principali del SarsCoV2.

L’Europa “divisa” dal virus. In Francia e in Germania prevalgono ceppi diversi rispetto all’Italia

La ricerca è frutto dello studio di ben 48.635 genomi del coronavirus isolati nei laboratori di tutto il mondo. Si parte dal ceppo virale rilevato a Wuhan in Cina, primo epicentro dell’epidemia globale, nel dicembre del 2019. Entro metà gennaio 2020, sono state registrate 3 mutazioni successive. Dall’ultimo ceppo ne sono derivati altri due a metà febbraio – le varianti più frequentemente riscontrate nello studio (rappresentano il 74% dei casi) – per un totale di 6 ceppi.

Distribuzione a livello mondiale dei sei ceppi di SARS-CoV-2 (Immagine: Frontiers in Microbiology

Sono proprio gli ultimi ceppi – il secondo individuato a gennaio (G) e uno dei due successivi (GR) da esso derivato – ad essere i più diffusi in Italia e in Europa. Ma la distribuzione europea non è uniforme: il ceppo GH per esempio (una delle due mutazioni avvenute a febbraio) è praticamente assente dal territorio italiano, mentre è molto presente in Francia e in Germania come anche negli Stati Uniti.

In Sud America invece è il ceppo GR ad aver avuto la meglio. Ma la prevalenza di un ceppo in una determinata area varia come l’evoluzione dell’epidemia: in Asia per esempio, oggi aumenta la diffusione dei ceppi G, GH e GR, comparsi a inizio marzo, e non il ceppo originario di Wuhan (identificato con la lettera L).

In aggiunta, i ricercatori hanno poi individuato alcune mutazioni rare, che rappresentano meno dell’1% del totale. Ma il dato di fondo è che il Coronavirus continua a mutare poco, circa 7 mutazioni in media a campione, meno della metà di quanto accade con il virus dell’influenza. Una buona notizia, come sottolinea uno dei due autori della ricerca, Giorgi. «Questo ci dice – spiega lo scienziato – che le cure in sviluppo, a partire dal vaccino, potrebbero essere efficaci per tutti i ceppi virali esistenti».

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