Il fondo per le casalinghe? Lo specchio degli stereotipi italiani

di OPEN

Per la ministra Bonetti si tratta di un doveroso investimento sulle donne, che però rischia semplicemente di rafforzare un pregiudizio. E non interviene alla radice del problema

Un fondo «interamente destinato alla promozione della formazione personale delle donne, e in particolare alle casalinghe». La misura del governo, inserita nel decreto Agosto varato ieri, ha l’obiettivo dichiarato di «attivare percorsi volti a favorire l’acquisizione di nuove competenze e l’accesso a opportunità culturali e lavorative». In altre parole, punta a fornire alle donne inattive gli strumenti necessari a trovare un’occupazione.

Il problema è che l’iniziativa – che dovrebbe contare su un capitale di 3 milioni di euro – poggia le basi su una falsa premessa: ovvero, che il problema dell’occupazione femminile abbia a che vedere con la mancanza di formazione, anziché con la mancanza di opportunità.

Promemoria per il governo: le donne sono più istruite degli uomini

Prima di apporre il timbro sul Fondo per le casalinghe, al ministero per la Famiglia avrebbero forse fatto bene a consultare i dati Istat del febbraio 2020, che mostrano che le donne italiane hanno un livello d’istruzione più alto degli uomini ma trovano lavoro meno facilmente. E quando lo trovano tende a essere precario o peggio remunerato.

I dati parlano chiaro. Nei primi tre trimestri del 2019, il 42% delle donne ha faticato a trovare un lavoro all’altezza della propria formazione contro il 35,2% degli uomini. Guardando al reddito medio, nel 2017 quello delle donne è stato del 25% inferiore a quello degli uomini: 15.373 euro contro 20.453 euro. Non è un caso se a giugno di quest’anno il Consiglio d’Europa ha redarguito l’Italia perché «sta violando la parità delle donne sul lavoro».

L’empowerment femminile non può prescindere da un contesto lavorativo adeguato

Questo non vuol dire che le cose non stiano migliorando. La forbice tra il tasso di occupazione femminile e quello maschile si è più che dimezzata negli ultimi 40 anni, passando dal 41,1% del 1977 al 18,1% del 2018. Ma in un momento in cui la crisi economica scaturita dall’epidemia di Coronavirus ha fatto calare ulteriormente il tasso di occupazione femminile, non basta affermare che «l’Italia crede nelle donne». Perché se è vero che «l’empowerment femminile nasce dalla formazione», è altrettanto vero che la sua precondizione è un contesto lavorativo adeguato.

Solo la metà delle madri laureate lavora a tempo pieno

Ora più che mai è essenziale spendere per creare i presupposti per un maggior inserimento delle donne nel mondo del lavoro, puntando – per cominciare – sulle competenze che già esistono, visto che sono in abbondanza, anziché limitarsi a dare un bonus a chi sta a casa. Pensando, per esempio, alle giovani madri laureate che non lavorano a tempo pieno, circa la metà.

Sarebbe il caso dunque di «investire nelle donne», come scrive Bonetti, mettendole in condizione di poter competere alla pari con gli uomini. Possibilmente senza investirle di pregiudizi, come invece sembra fare la ministra quando accosta le donne al lavoro domestico, come se le casalinghe fossero un archetipo femminile. Perché più che un “Fondo per chi non aspira più a essere una casalinga”, ne servirebbe uno per chi vorrebbe fare il lavoro del marito per cui è più qualificata.

Foto di copertina: Unsplash

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