Vertice Italia-Cina, il sociologo Orsini: «Per il governo Conte la crisi economica si batte alleandosi con l’estremo oriente»

«Il fronte sovranista teme questo legame, ma sbaglia strategia», ha detto a Open il direttore dell’Osservatorio sulla Sicurezza Internazionale della Luiss

«L’Italia è un Paese in declino da vent’anni e deve inventarsi un futuro. Perlomeno, questo è ciò che Conte stava facendo con la Cina: gettare l’Italia negli affari cinesi pensando che il nostro Paese ne avrebbe tratto un beneficio tra vent’anni». Sui rapporti tra Italia e Cina il professor Alessandro Orsini, direttore dell’Osservatorio sulla Sicurezza Internazionale dell’università Luiss, ha le idee chiare: solo una questione di soldi.

Il vertice di oggi tra il ministro degli Esteri Luigi Di Maio e il suo omologo cinese Wang Yi, ha riacceso il dibattito sui rapporti tra Pechino e Roma, inseriti in un contesto internazionale che vede ancora tese le relazioni tra Stati Uniti e Cina. Ma non è l’unico fronte aperto per la nostra diplomazia. C’è anche la situazione in Bielorussia che vede un crescente coinvolgimento di attori esterni, così come la perdurante crisi libica. Anche su questo scenario Orsini, autore del libro Viva gli immigrati!, edito da Rizzoli, non ha dubbi: se in Libia «parlano i fucili, gli italiani possono soltanto stare zitti». 

Professor Orsini oggi c’è stata la visita dell’ambasciatore cinese in Italia, contestualmente alla presenza del dissidente di Hong Kong
Nathan Law. Da che parte sta l’Italia?

«L’Italia è divisa sulla questione dei rapporti con la Cina. Da una parte, c’è Giuseppe Conte, molto più schierato con il partito comunista cinese che con i manifestanti democratici. La ragione è che gli affari di Stato sono gestiti dal presidente cinese, Xi Jinping, e dalla sua cerchia di burocrati. Conte si comporta in modo serio, per quanto possa non piacere. Il 23 marzo 2019, ha firmato una serie di accordi commerciali con Xi Jinping in persona, dopo averlo accolto a Roma con tutti gli onori, ed è coerente con le sue scelte. Dall’altra parte, ci sono Salvini e la Meloni, che temono la Cina per la sua capacità di fare concorrenza ai prodotti italiani.

Consideri che, nella retorica della Lega di Bossi, i meridionali italiani e i cinesi erano molto bersagliati. Nel 2014, mentre conducevo una ricerca sul campo, ascoltai diversi comizi del leghista Borghezio, in vista delle elezioni europee del 25 maggio di quell’anno. Diceva cose durissime contro i cinesi. In un comizio che ho registrato disse, davanti a un pubblico neofascista, che i banchetti con la frutta cinese, nei supermercati italiani, andavano collocati “vicino al cesso”. Con Salvini è caduto l’astio contro i napoletani, ma è rimasto quello contro i cinesi, anche se con espressioni molto più attenuate perché adesso la Lega è un partito che punta a governare stabilmente.

Ovviamente la difesa di Hong Kong e dei manifestanti democratici non c’entra niente. È puro cinismo: Salvini difende Putin, che non è più democratico di Xi Jinping: guardi quello che ha fatto in Siria. La politica internazionale è cinismo allo stato puro. Nel momento in cui cessa di essere cinica, non è più politica internazionale. Salvini e Meloni sono due cinici e, quindi, sono maturi per governare l’Italia. Reputo sbagliate le loro strategie complessive, come ho scritto nel mio ultimo libro per Rizzoli, ma questo è un altro discorso».       

Quali i dossier più importanti sul tavolo delle relazioni Italia-Cina in questo momento?

«Il dossier più importante sono i soldi. L’Italia è un Paese in declino da vent’anni e deve inventarsi un futuro. Perlomeno, questo è ciò che Conte stava facendo con la Cina: gettare l’Italia negli affari cinesi pensando che il nostro Paese ne avrebbe tratto un beneficio tra vent’anni. L’Italia è stato il primo Paese dell’Unione Europea ad aderire alla Via della seta cinese. Conte ebbe coraggio: Trump non voleva e si infuriò. Poi è arrivato il Coronavirus, che ci ha precipitati nel presente. Altro che l’Italia tra vent’anni! Oggi la strategia italiana è arrivare a fine mese.

Il governo Conte è talmente preoccupato per quello che ci attende che svenderebbe la democrazia a Hong Kong per mille euro, mentre Salvini svenderebbe quella in Russia per dieci euro. Pretendiamo che i politici italiani siano maturi e pensiamo che il nostro futuro dipenda da loro. Dovremmo preoccuparci, invece, della maturità di tanti elettori italiani, che ancora credono alla favola della democrazia.

Il governo Conte si preoccupa di Hong Kong perché Stati Uniti e Regno Unito lo sollecitano a preoccuparsi. Però la persecuzione cinese degli uiguri non è in agenda. Eppure quello che la Cina fa ai manifestanti di Honk Kong è una carezza rispetto a quello che fa agli uiguri. A riguardo, si veda il report pubblicato da Austin Ramzy per il New York Times, il 16 novembre 2019».     

Capitolo Bielorussia. Abbiamo buone relazioni con Mosca ma siamo pur sempre nell’Ue e nella Nato. Che ruolo gioca l’Italia qui?

«Ecco, appunto, direi che abbiamo ottime relazioni con Mosca. Il ruolo dell’Italia è sempre lo stesso: l’Italia è il miglior alleato della Russia in seno all’Unione Europea e alla Nato. Il gioco politico funziona così: quando l’Unione Europea introduce le sanzioni contro la Russia, l’Italia aderisce, ma poi, a partire dal giorno successivo, chiede che vengano ritirate e si batte perché non vengano inasprite. La Russia, ovviamente, è grata all’Italia e l’ha dimostrato anche con la sua solidarietà nei giorni più tragici del Coronavirus.

Ricorderà i camion che sventolavano la bandiera russa in giro per le nostre strade. A differenza della Cina, la Russia unisce i politici italiani. In questo caso, intervengono anche ragioni culturali, non solo economiche. Con la Cina è soltanto questione di soldi. Gli italiani si sentono estranei alla storia e alla cultura di quel Paese. Con la Russia, invece, è tutto un altro discorso. Milioni di italiani hanno adorato la cultura russa. Si sono genuflessi ai loro dittatori sanguinari e hanno amato i loro sublimi romanzieri».   

Come mai, secondo lei, il governo non si è ancora espresso sul presunto avvelenamento dell’oppositore russo Navalny?

«Il governo italiano sa bene ciò che accade agli oppositori di Putin. Crede che abbia bisogno di Navalny per sapere che la libertà non esiste in Russia? Il governo Conte non si è ancora pronunciato perché vuole far sapere a Putin che può contare sull’Italia. Se poi ci saranno delle condanne da parte dell’Unione Europea, l’Italia, probabilmente, aderirà, ma nel frattempo il messaggio a Putin sarà arrivato chiaro e forte: l’Italia non condanna l’uccisione degli oppositori in Russia. Se lo fa, arriva per ultima, costretta dalla struttura delle relazioni internazionali, che è questione di forze oggettive e non di volontà soggettive».

Focus sul Nordafrica. Anche qui l’Italia è chiamata ad essere presente, viste le dinamiche migratorie che la coinvolgono direttamente. Come giudica la nostra politica in Libia?

«La nostra politica in Libia è stata accorta e saggia perché, nonostante i suoi limiti, imputabili anche ai continui cambi di governo, è stata una politica per la pace. Poi, però, è scoppiata la guerra, che taglia l’Italia fuori da tutte le dinamiche importanti. L’Italia non può partecipare alle guerre per tre ragioni principali.

La prima ragione è un divieto costituzionale; la seconda è che il nostro parlamento ha approvato una legge, nel luglio 1990, che impedisce di vendere armi ai Paesi in stato di conflitto armato; la terza è il Vaticano, che è una gigantesca contro-potenza politica e culturale, che destabilizzerebbe qualunque governo interventista. Una volta iniziato l’assalto di Haftar, il governo di Tripoli ha chiesto armi e soldati a Conte, che ha detto di no. La conseguenza è stata l’evaporazione della politica italiana in Libia. È elementare: se parlano i fucili, gli italiani possono soltanto stare zitti». 

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