A Berlino il vertice dei ministri degli Esteri europei: perché i casi di Turchia e Bielorussia svelano i limiti dell’Ue

È stato un agosto ricco di eventi destabilizzanti per la politica internazionale. La riunione dei ministri degli Esteri di Berlino arriva dopo la catastrofe di Beirut e il fronte bielorusso sempre più caldo

Domani i ministri degli Esteri dell’Unione europea si riuniranno a Berlino per il Gymnich meeting, due giorni di vertice informale (ma consuetudinario) per discutere gli ultimi sviluppi geopolitici. Quest’anno l’agosto europeo è ricco di eventi destabilizzanti: l’esplosione catastrofica a Beirut, un colpo di stato in Mali, le tensione sempre più pericolosa tra Turchia e Grecia nel Mediterraneo orientale, la rivolta in Bielorussia e l’avvelenamento dell’oppositore russo Alexey Navalny.

Tutto questo senza che siano venuti a mancare i soliti colpi bassi tra Washington e Pechino nel contesto della nuova guerra fredda. Prima del vertice c’è stato anche un vertice franco-tedesco a Fort de Brégançon, ma stavolta Parigi e Berlino non sono in sintonia perfetta come lo erano sul Recovery Fund. I dossier più urgenti per le diplomazie europee sono la crisi tra Grecia e Turchia nel Mediterraneo orientale e la rivolta contro il regime di Alexander Lukashenko in Bielorussia

L’ambizione mediterranea della Turchia

Nel Mediterraneo orientale si stanno gettando le basi di un vero e proprio maremoto geopolitico. A seguito di un controverso accordo tra Turchia e Libia che ha ridisegnato la Zona Economica Esclusiva tra Grecia, Cipro e Turchia (ricca di giacimenti energetici), Ankara ha inviato una nave da esplorazione scortata dalla sua marina militare. Secondi i turchi la flotta sta agendo in quelle che adesso sono acque di sua competenza, Atene protesta e chiede il sostegno europeo e internazionale. Al momento però la Francia è l’unico Paese europeo ad essersi attivato, inviando aerei e navi militari.

Gli Stati membri hanno posizioni diverse. Francia e Austria chiedono una presa di posizione dell’UE forte e concreta; Germania, Spagna,Italia e Ungheria invece sono per il dialogo secondo il diritto internazionale. Il ministro degli esteri tedesco Heiko Maas è in missione per aprire un dialogo tra Atene e Ankara, ma è difficile che si possa andare oltre una tregua senza orizzonti.

L’Alto rappresentante della politica estera europea, Joseph Borrell, non esclude sanzioni mirate alla Turchia, ma senza unanimità anche questa proposta (che avrebbe comunque effetti limitati) cadrebbe nel vuoto. Gli Stati europei perseguono i propri interessi nazionali, mentre dall’altra parte c’è una Turchia determinata a portare avanti quella la strategia della Mavi Vatan (Patria Blu), che consiste sostanzialmente nella supremazia turca in tutto il Mediterraneo centro-orientale, dalla Sicilia alla Siria.

La Russia può democratizzare la Bielorussia?

La rivolta nell’ultima dittatura d’Europa non si ferma, alle proteste di piazza si sono aggiunti scioperi e proteste anche tra i funzionari di Stato. Lukashenko però non cede: dopo essersi fatto vedere al confine polacco-lituano in mimetica e a Minsk in assetto tattico paramilitare (con tanto di Kalashnikov), insulta la piazza, minaccia licenziamenti per chi sciopera e arresta i membri del Consiglio di coordinamento delle opposizioni. 

Ieri la leader dell’opposizione, Svetlana Tikhanovskaya, si è collegata con la Commissione esteri del Parlamento europeo da suo esilio in Lituania per confermare che la rivolta dei bielorussi non è pro o contro la Russia, ma la legittima richiesta di un popolo di poter decidere il proprio destino. Borrell dal canto suo ha detto in un’intervista a El Pais che vuole collaborare con la Russia per promuovere la democratizzazione della Bielorussia. 

Lasciare tutta l’iniziativa nelle mani di Mosca però può avere delle conseguenze difficili da sopportare. Se Vladimir Putin decidesse di favorire una transizione coinvolgendo le opposizioni, i Paesi UE potrebbero offrire il loro contributo, ma c’è il rischio concreto che alla fine Lukashenko venga salvato o sostituito con un governo fantoccio fedele al Cremlino.

Per l’UE sarebbe un fallimento che scatenerebbe la rabbia dei bielorussi e una reazione della Polonia e dei Paesi baltici, che a quel punto chiederebbero agli Stati Uniti di aumentare lo schieramento militare ungo la nuova cortina di ferro. Inoltre, l’avvelenamento del dissidente russo Navalny sta complicando il rapporto tra Mosca e Berlino, e questo di certo non aiuta. 

La difficoltà di una politica estera europea

Di fronte alle crisi internazionali Bruxelles ha per forza di cose un approccio multilaterale, multipolare, che punta a risolvere conflitti e tensioni senza escalation, con la diplomazia e le istituzioni internazionali. Un approccio che funziona solo fino a quando gli attori coinvolti riconoscono il ruolo di mediazione europea, mentre viene sopraffatto di fronte agli atti di forza.

L’Unione europea è una potenza quando si tratta di stabilire trattati commerciali, partecipare ad accordi internazionali e offrire varie forme di supporto umanitario. Come leva offensiva però ha solo la minaccia di sanzioni economiche o individuali, strumenti che rivelano i propri limiti quando dall’altra parte ci sono questioni di vita o di morte come le ambizioni strategiche della Turchia o la sopravvivenza del regime di Lukashenko.

Al momento l’UE da sola non dispone degli strumenti necessari per cambiare le cose ad Ankara e a Minsk. Se l’Europa punta davvero all’autonomia strategica, dovrà essere in grado di assumersi maggiori responsabilità sulla scena internazionale.

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