Se 150 mila euro vi sembrano molti. Ecco perché – almeno stavolta – sto dalla parte di Tridico

Quello stipendio non è alto. E la politica lo sa

Si è molto gridato allo scandalo per lo stipendio del presidente dell’Inps, passato da 103 a 150mila euro lordi annui, come è avvenuto per il presidente dell’Inail. Oggi lo stesso Pasquale Tridico è intervenuto per spiegare che le cose non stanno come è stato scritto inizialmente, da parecchi punti di vista, e vale la pena di leggere la sua versione dei fatti per farsi un’idea più chiara.


In estrema sintesi, sommando anche quello che hanno ricostruito altre fonti, i punti  ora emersi sono questi:

  • il suo attuale emolumento è di 103 mila euro lordi, i 62 mila di cui qualcuno ha parlato si riferiscono al periodo in cui era in “ticket” con Adriano Modrone, in quota Lega;
  • a stabilire i nuovi compensi è stata prima un decreto, il 4/2019 che prevedeva di poter arrivare a 240mila euro annui, quindi una nota, di giugno 2019, che fissava il compenso a 150mila annui, entrambi prodotti dal ministero del Lavoro quando questo era guidato da Luigi Di Maio;
  • il decreto interministeriale di agosto scorso ha definitivamente fissato l’emolumento a 150mila euro annui per lui, da 40 a 60mila euro per il vicepresidente, 23mila per i consiglieri di amministrazione;
  • l’adeguamento partirà da aprile 2020, quando si è insediato il nuovo cda, non prima;
  • la cifra messa a bilancio a gennaio scorso, di circa 500mila euro annui, supera ampiamente il budget che sarà necessario quest’anno e dunque quella spesa non è paragonabile, per entità, a spese per servizi recentemente ridotti dalla stessa Inps (come invece è stato detto da più parti);
  • quando era presidente dell’Inps, Tito Boeri tra stipendio e rimborsi percepiva circa 140mila euro, Antonio Mastrapasqua, il precedente, prendeva ancora di più.

A queste argomentazioni va aggiunta una prima considerazione: la discussione sulla legittimità dello stipendio a Tridico nulla ha a che fare con la valutazione della sua presidenza che a detta di molti ha avuto diverse lacune: si può decidere di mandarlo via per come lavora ma questo nulla c’entra con le norme che regolano il suo compenso.

Abbiamo dunque detto tutto? Restano, a mio avviso, almeno un paio di temi sul piatto: come sanno bene i commentatori che l’hanno attaccato con veemenza – e lo sanno perché, per averlo provato direttamente, sono coscienti di cosa si può e cosa non si può fare con stipendi di 100mila euro annui – centocinquantamila euro per guidare un ente complesso come l’Inps non sono una cifra stratosferica. Si potrebbe dire che sono pochi, se si pensa che decine di dirigenti dello stesso ente arrivano al massimo stabilito per legge: 250mila euro annui.

Sicuramente, sono pochi 62 mila euro l’anno, che Tridico ha percepito finché la sua cogestione non è diventata gestione piena. Perché dico che quello stipendio è basso, se molti tra noi a quella cifra non arrivano? Perché pagare chi guida un ente complesso sotto lo standard di altri dirigenti con altrettante responsabilità, vuol dire legittimare comportamenti che includano incarichi paralleli, presenza on and off, eccessive deleghe di responsabilità.

Accade così, ad esempio, con i professori ordinari dell’università italiana, pagati molto meno della media europea e occidentale e, nei fatti, legittimati a cumulare incarichi e avere limitatissimi obblighi in termini di insegnamento, presenza in ateneo, attività di ricerca. 

Non mi pare che questo sia un esito desiderabile per la pubblica amministrazione italiana che, dicono le ricerche, è anche tra le più produttive d’Europa (lo stesso non si può dire dell’industria nostrana). Vedo però una ulteriore contraddizione, una delle tante si dirà, nel come ha reagito la politica al caso Tridico.

Agli attacchi dell’opposizione, infatti, si è sommata la mancata difesa, mascherata da richiesta di chiarimenti, di chi come l’allora ministro del Lavoro, Luigi Di Maio, diede l’ok all’aumento di stipendi per Inps e Inail. O del presidente del Consiglio. Posto che, evidentemente, questi ministri avrebbero potuto fare le eventuali verifiche prima di dichiarare e hanno scelto di non farlo, quella che ci si para davanti è una politica debole, terrorizzata dal difendere le scelte fatte se queste anche solo rischiano di dispiacere al ventre del paese.

Ecco, questa stessa politica così spaventata, non ha timore di difendere il primato dell’intervento pubblico su tanti temi. Bene. Ma siamo poi in grado di trarne le dovute – e spinose – conseguenze? 

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