Coronavirus, i numeri in chiaro. Paolotti: «Troppo presto per dire che le restrizioni stanno funzionando»

La fisica lamenta la mancanza di dati chiari, dal numero di positivi nelle scuole al numero di pazienti che ogni giorno entrano ed escono dalle terapie intensive

Guardando i dati della Protezione Civile sul Coronavirus colpisce che il numero dei decessi sia molto più elevato rispetto al numero delle persone ricoverate in terapia intensiva. Oggi, per esempio, a fronte di 33.979 nuovi positivi e 546 vittime, i pazienti ricoverati in terapia intensiva sono aumentati di 116 unità. Una settimana fa – 8 novembre – i decessi per Covid erano 331 mentre i ricoveri in terapia intensiva 115. Il 1° novembre 208 decessi e 96 ricoveri in rianimazione.


Come spiegarlo? O il numero di persone che entrano ed escono dalle terapie intensive è molto più alto rispetto all’aumento calcolato sul totale di posti occupati (l’unico dato diffuso nel bollettino della Protezione Civile), oppure molte delle persone che muoiono a causa del Covid non vengono prima ricoverate in rianimazione. Anche a fronte di questa incertezza sui numeri, come spiega la fisica Daniela Paolotti della Fondazione Isi, è difficile fare previsioni esatte rispetto all’andamento dell’epidemia. «I grandi proclami sull’efficacia delle restrizioni lasciano un po’ il tempo che trovano».

Possiamo dire con certezza se stanno funzionando le misure di contenimento adottate dal governo?

«Purtroppo in questo momento non è per niente chiaro. I contagiati sono tanti e contemporaneamente vediamo un numero molto alto di decessi, anche se le morti sono contagi di qualche settimana fa. Non è assolutamente chiaro se l’incremento dei contagi e dei ricoveri in terapia intensiva siano dovuti al fatto che siamo arrivati al numero massimo di tamponi che possiamo fare e, rispettivamente, se le terapie intensive sono ferme. In entrambi i casi sembra che ci sia una certa “saturazione”. Ad ogni modo, dobbiamo ancora aspettare qualche giorno per vedere se i contagi si abbasseranno».

Cosa manca?

«Innanzitutto il numero di tamponi che stiamo facendo rispetto alla circolazione del virus sono troppo pochi. E il tempo che intercorre da quando una persona manifesta i primi sintomi e quando gli viene fatto il tampone sono troppi. Un’altra cosa che è andata in tilt è il sistema di tracciamento dei contagi. Siccome ci sono tanti casi riportati, sia sintomatici sia casi positivi, riuscire a stare dietro ai contatti è quasi impossibile».

E per quanto riguarda i dati?

«Quante persone vengono ospedalizzate ogni giorno? Questo non si sa. Si contano quante persone sono in ospedale, ma quante accedono all’ospedale è un dato che non viene divulgato ufficialmente quindi è difficile capire se queste nuove ospedalizzazioni stanno crescendo».

A questo aggiungiamo il numero di decessi fuori dagli ospedali.

«Si è questo il problema. Quando si cominciano a vedere i decessi che aumentano e le terapie intensive che scendono vuol dire che le terapie intensive non riescono più ad accogliere persone con sintomi gravi. Questa era la situazione che si osservava a marzo ed attualmente è davvero difficile fare una stima di questo aspetto».

Cosa ci dice invece il dato sull’età media dei contagiati?

«Sta salendo, il che significa che in qualche modo si “catturano” soprattutto i contagi fra le persone più fragili e anziane, che magari hanno malattie croniche, mentre le persone più giovani sfuggono al monitoraggio. Quest’estate si trovavano più giovani perché il virus circolava molto di meno. Insomma, questo aumento sembra indicare che stiamo tornando a vedere la parte più grave dell’epidemia e non stiamo facendo un buon lavoro nello screening generale».

Un altro dato che fa discutere è il tasso di trasmissione del virus (Rt), soprattutto perché rientra tra i parametri che vengono usati per decidere i lockdown regionali.

«Sfatiamo il mito dell’Rt: è un parametro che porta con sé una tale complessità che riportare questo numero senza riportare il margine di errore è profondamente sbagliato. Quando si dice che l’Rt è 1,5 bisogna sempre tenere conto che il margine di errore può essere dello 0,6 o anche dello 0,8. Quindi comunicare questi numeri come se fossero scritti nella pietra è sbagliato. Oltretutto, i parametri scelti dal governo per decidere i lockdown sono tanti ma i dati che informano questi parametri in alcuni posti sono di qualità, mentre in altri no».

Nell’incertezza generale si vedono decisioni molto diverse da regione a regione. In Campania (zona rossa), per esempio, riaprono i servizi d’infanzia, mentre in Calabria (zona rossa) chiudono tutte le scuole.

«Anche in altre zone rosse le scuole di infanzia sono aperte. Questo è relativamente ragionevole se si pensa che i bambini più piccoli partecipano alla dinamica dell’epidemia in un modo non equivalente a quello degli adulti, mentre da i 12 anni in poi non è così. Ma al di là di questo aspetto, quello delle scuole rimane un tasto dolente perché ad oggi non sappiamo quanti studenti si ammalano, quanti di essi portano poi l’infezione a casa. Quindi, anche in questo caso, in mancanza di dati è difficile fare scelte informate».

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