Recovery Fund, Angela Merkel ha vinto ancora. Ma Ungheria e Polonia non hanno perso (anzi)

di Federico Bosco

La mediazione di ieri sera è un grande risultato per la Germania. Ma lascia indietro il tema dello stato di diritto non rispettato

Angela Merkel ce l’ha fatta anche stavolta, mai come in questa occasione tutta Europa ha avuto modo di assistere direttamente alla capacità di mediazione che negli ultimi 15 anni ha reso la Cancelliera fondamentale per mantenere i delicati equilibri della politica tedesca, nel bene e nel male. Un fallimento avrebbe significato chiudere con una nota fortemente negativa il semestre di presidenza tedesca, iniziato proprio a luglio con il vertice che aveva celebrato il Recovery Fund, il piano di rilancio più imponente e solidale nella storia dell’Unione europea.


La mediazione di Angela

Merkel ha raggiunto un compromesso che, inutile girarci intorno, protegge Ungheria e Polonia dal meccanismo delle sanzioni per il mancato rispetto dello stato di diritto almeno fino alle prossime elezioni politiche (rispettivamente nel 2022 e nel 2023). L’accordo che ha fatto rimuovere il veto di Viktor Orban e Mateusz Morawiecki è in pieno stile Merkel: il meccanismo resta formalmente invariato, ma grazie a una nuova interpretazione non sono previste sanzioni esecutive fino alla sentenza della Corte di giustizia europea.

Inoltre, il meccanismo è rivolto esclusivamente alla protezione degli interessi finanziari dell’Ue, non ha niente a che vedere con la limitazione della libertà di stampa, l’indipendenza della magistratura, il rispetto della comunità LGBTQ e le politiche sull’immigrazione che rendono i governi di Ungheria e Polonia fonte di preoccupazione. La soddisfazione di Orban e Morawiecki è evidente, quasi ostentata nella conferenza stampa di ieri dopo la fumata bianca. Ciò nonostante, l’accordo sembra aver soddisfatto a sufficienza anche chi sperava che Budapest e Varsavia sarebbero state rimesse in riga.

La ratifica nel Parlamento europeo

Adesso tocca al Parlamento europeo, ma la plenaria della settimana prossima non dovrebbe rappresentare uno scoglio. Si può dire che i valori dell’Unione sono stati difesi, e giunti a questo punto nessuno vuole prendersi la colpa di causare ulteriori ritardi. La delusione è presente, ma il risultato che può essere rivendicato – anche da esponenti dell’opposizione ungherese – è di aver fatto capitolare Orban e Morawiecki facendogli accettare il principio del rispetto dello stato di diritto, e che i fondi europei non devono essere usati per cementare sistemi corrotti.

Iratxe García, leader del gruppo del gruppo S&D, ha detto di essere contenta che «Ungheria e Polonia hanno capito che l’Ue significa sia vantaggi che responsabilità». Manfred Weber, leader del PPE, ha dichiarato «Oggi siamo felici», aggiungendo che il compromesso tedesco ha fatto rispettare le linee rosse tracciate dagli europarlamentari, e che il testo è legalmente vincolante. Anche questo fa parte delle abilità di Merkel: costruire compromessi che con la giusta interpretazione possono essere come un successo per tutti, anche quando non vengono risolti i problemi strutturali.

Dopo la fine dell’inizio, tocca alle capitali

Adesso che l’Europa ha fatto la sua parte, gli Stati membri devono fare la loro. Prima di passare all’erogazione dei fondi (in totale fino a 1800 miliardi), bisogna aspettare le ratifiche dei parlamenti nazionali e l’approvazione dei Recovery Plan, che i governi dovranno presentare entro aprile del 2021 nel contesto del semestre europeo. Visto quanto sta succedendo a Roma, e vista l’entità dei fondi messi a sua disposizione (209 miliardi tra sovvenzioni e prestiti), l’Italia potrebbe tornare nella lista dei sorvegliati speciali. Infatti, per avere il via libera di Bruxelles ai progetti del Recovery Plan nazionale bisogna essere in regola con le raccomandazioni specifiche per Paese e con le leggi Ue, ma in molti settori l’Italia è in ritardo.

I nodi delle storiche carenze italiane che nessuno si è preoccupato di sciogliere rischiano di venire al pettine nel momento peggiore. A marzo si vota in Olanda, il Paese per eccellenza dei falchi del rigore. Il premier Mark Rutte era il più contrario al Recovery Fund nella sua forma attuale, e il più determinato a vincolarlo con solidi strumenti al rispetto dello stato di diritto e della corretta esecuzione dei Recovery Plan. A settembre invece si andrà alle urne in Germania, nel bel mezzo della contesa per la successione di Merkel, che inizierà già a gennaio con il congresso per la segreteria della CDU. I candidati a prendere il posto della Cancelliera sono tutti meno tolleranti nei confronti dei Paesi dell’Eurozona meridionale.

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Federico Bosco