Dall’Afghanistan fino al Sahel, le guerre e le crisi umanitarie dimenticate nell’anno del Coronavirus

di Cristin Cappelletti

Gli attacchi dei talebani a ospedali e università, l’escalation di violenze nel Nord Africa, l’acuirsi di emerge sanitarie. Ecco come è stato vissuto il 2020 nelle zone più calde del mondo

Non solo la pandemia di Coronavirus. Il 2020 si è lasciato alle spalle una scia di eventi che hanno aggravato o causato catastrofi umanitarie. Dietro all’emergenza sanitaria globale, dal Medio Oriente al Sud America diversi conflitti già in atto si sono esacerbati, portando a escalation di violenze con conseguenze che non si esauriranno neanche nel 2021.


Afghanistan

Medici senza Frontiere / Frederic Bonnot | Ospedale di Dasht-e-Barchi, Kabul, Afghanistan

A quasi vent’anni dall’invasione statunitense dell’Afghanistan, la situazione nel Paese rimane critica. Risparmiato, almeno in parte, dalla pandemia di Coronavirus, l’Afghanistan ha visto uno dei suoi anni più violenti a seguito dei tentativi di negoziati tra Washington e i talebani. Secondo gli ultimi dati raccolti dalle Nazioni Unite, 2.100 civili afgani sono morti e altri 3.800 sono rimasti feriti nei primi nove mesi del 2020. Il 12 maggio il reparto di maternità dell’ospedale Dasht-e-Barchi di Kabul è stato preso d’assalto da un gruppo di uomini armati. 16 madri, un’ostetrica, e due bambini di 7 e 8 anni sono stati uccisi. L’11 novembre un attacco di tre uomini all’università di Kabul ha invece provocato 22 morti e 22 feriti. 

Siria

Medici Senza Frontiere / Muhammed Said | Distretto di Ariha a Idlib, Siria

Tra la fine del 2019 e l’inizio del 2020 gli scontri nel nord-ovest della Siria hanno causato la fuga di almeno un milione di persone. L’inverno siriano, entrato nel suo decimo anno di guerra, ha portato all’offensiva dell’esercito siriano fedele ad Assad e della Russia contro l’ultima enclave in mano agli oppositori del regime: quella di Idlib. Gli attacchi aerei in una zona in cui vivevano circa 3,5 milioni di persone hanno esacerbato una crisi umanitaria che con l’arrivo del Covid è precipitata. Il bilancio delle vittime è ora stimato a 400.000, ma in realtà potrebbe essere molto più alto. Secondo le Nazioni Unite, 5,6 milioni di persone sono fuggite dalla Siria dall’inizio dei combattimenti. Le forze governative siriane hanno riconquistato gran parte della Siria, con il sostegno dei suoi alleati, Russia e Iran, contribuendo a far pendere gli equilibri a favore di Assad. Ma ampie aree rimangono fuori dal controllo del governo, principalmente nel nord vicino al confine con la Turchia. Proprio nella regione di Idlib l’arrivo della pandemia da Coronavirus ha peggiorato la già difficile situazione umanitaria nei campi profughi allestiti al confine turco. 

Yemen

Ansa/Oxfam, Yemen

La peggior catastrofe umanitaria al mondo. Così le Nazioni Unite hanno definito la situazione provocata in Yemen dalla guerra scoppiata nel 2014. Da anni la popolazione yemenita vive tra povertà, fame e malattie. Dal 2015, anno dell’intervento saudita nel conflitto contro i ribelli Houthi, 233.000 persone sono state uccise. Molte di queste sono morte per cause indirette legate alla mancanza di cibo e servizi sanitari. Nel 2020 la violenza è aumentata e le difficoltà si sono aggravate a causa di eventi come piogge torrenziali, crisi del carburante e infestazioni di locuste. La coalizione guidata dai sauditi, che include gli Emirati Arabi Uniti, è stata inoltre accusata di crimini di guerra. E una pace tra le varie fazioni impegnate nel Paese non è all’orizzonte, dopo che due giorni fa un attacco all’aeroporto di Aden all’arrivo del governo sponsorizzato da Riad ha fatto almeno venti morti. 

Messico

EPA/Luis Villalobos | Tehuantepec, Messico

A partire dal 2006, dall’inizio della guerra del governo messicano ai cartelli della droga circa 80mila persone sono scomparse. Nel 2020 sono state 7mila. A novembre le autorità messicane hanno scoperto 113 corpi in una fossa comune nello stato di Jalisco. I cartelli della droga messicani raccolgono tra i 25 e i 39 miliardi di dollari all’anno dalle vendite di droga solo negli Stati Uniti e la violenza nel Paese è aumentata nell’anno della pandemia, esacerbata dalle sempre più difficili condizioni socio economiche. Come fa notare Crisis Group, l’incapacità del governo di catturare e processare i membri dei gruppi armati ha permesso a questi ultimi di espandere le loro attività ben oltre le droghe. Con una rete capillare, i gruppi usano il loro controllo sul territorio come mezzo per attirare entrate da qualsiasi settore attraverso l’estorsione.

Sahel

EPA/H.DIAKITE | Bamako, Mali

La crisi che ha colpito la regione nordafricana del Sahel, ovvero quella che comprende gli stati del Mali, Niger e Burkina Faso, continua a peggiorare. Nell’ultimo anno la violenza interetnica e jihadista si è intensificata ed estesa. Dall’inizio della crisi nel 2012, quando i militanti jihadisti hanno invaso il nord del Mali, le vittime sono state migliaia. E questo 2020 è stato l’anno con il bilancio più alto. I jihadisti controllano diverse aree rurali del Mali e del Burkina Faso e stanno facendo breccia nel sud-ovest del Niger. E il rapporto tra i cittadini e governi è sempre più compromesso, come dimostra il colpo di stato in Mali ad agosto. Un malcontento che affligge anche Niger e Burkina Faso. Dal 2018 al 2020, secondo le Nazioni Unite, il numero di sfollati interni è passato da 70mila a 150 milioni. A causa della pandemia, circa 6 milioni di persone si trovano in povertà estrema. Negli ultimi 12 mesi sono state inoltre uccisi più di 6.600 civili e 7,4 milioni di persone soffrono di insicurezza alimentare.

Foto copertina: EPA/WATAN YAR

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Cristin Cappelletti