Dal Tea Party a Parler, chi è Kylie Jane Kremer, la regista social della marcia su Capitol Hill

di Valerio Berra

Vecchie e nuove piattaforme, messaggi violenti e criptici. I sostenitori di Trump sono passati dai social all’irruzione nel tempio della democrazia americana. Tra gli organizzatori spunta la fondatrice di Women for America First

Bannato da Twitter per 12 ore. Bannato da Facebook e Instagram per 24. Una censura di fatto, a quello che è ancora l’uomo alla guida della più grande economia del mondo. Le scelte prese dai più importanti social network della Silicon Valley nelle ultime ore sui profili ufficiali di Donald Trump aprono a una nuova dimensione sui criteri con cui moderare i contenuti che circolano su queste piattaforme. Anche perchè è proprio qui che hanno mosso i primi passi i cospirazionisti di QAnon, gli estremisti di Boogaloo e i paramilitari Proud Boys. Gruppi che, a uno a uno, negli ultimi mesi sono stati oscurati e censurati ma che ieri erano tutti insieme davanti al luogo più importante per la democrazia degli Stati Uniti.


Prima Facebook, poi il ban, poi le altre piattaforme

TWITTER | Il profilo ufficiale di Kylie Jane Kremer

La bolla che è scoppiata a Capitol Hill ha mosso i suoi primi passi su Facebook. Partiamo dalla storia di Kylie Jane Kremer. Kylie è la figlia di Amy Kremer, attivista politica tra le prime esponenti del Tea Party, un movimento politico ultra conservatore nato attorno al 2009. Nel 2019 Kylie e la madre hanno fondato l’associazione Women for America First e all’inizio del novembre 2020 Kylie ha aperto il gruppo Facebook Stop the Steal, un gruppo da decine di migliaia di partecipanti che cercava di riunire tutti i seguaci della teoria del complotto secondo cui il voto delle elezioni sarebbe stato falsato.


Dopo qualche settimana Facebook ha deciso di chiudere questo gruppo, per l’eccessivo numero di fake news e contenuti violenti che circolavano. Una decisione che non ha distrutto il movimento ma piuttosto ha battezzato un nuovo terreno virtuale diventato il rifugio dei sostenitori di Trump: Parler, piattaforma fondata nel 2018 da John Matze. Qui i seguaci di Stop the Steal si sono ritrovati, si sono riorganizzati e si sono coordinati per Save America, la marcia a cui hanno partecipato almeno 30 mila persone prima dell’irruzione a Capitol Hill. La prova della linea che unisce tutti gli eventi è proprio Kylie Kremer. È stata proprio lei una delle organizzatici della marcia, tanto che nella sua bio Twitter sponsorizza un servizio di bus per portare i manifestanti a Washington.

I messagi di Trump, nessun incitamento all’assalto ma nessuna condanna

TWITTER | Il video pubblicato da Trump, ora rimosso, durante gli scontri a Capitol Hill

«Proud Boys, stand back stand by». A fine settembre durante un dibattito con Joe Biden il Presidente uscente Donald Trump aveva rifiutato di condannare i Proud Boys, l’organizzazione politica (eclusivamente maschile) che ha guidato l’assalto delle ultime ore a Capitolo Hill. Invece di prendere le distanze aveva detto «Proud Boys, state pronti». Un messaggio generico, senza un’indicazione precisa. Una linea che il Presidente ha seguito su tutti i suoi social. Messaggi generici che nei forum e nelle piattaforme degli estremisti di desta sono stati presi come inviti ad agire.

YOUTUBE | Le parole di Trump rivolte ai Proud Boys

Nelle ore prime dell’assalto a Capitol Hill Trump scriveva ai suoi seguaci: «Stay strong!», e ancora «Get smart Republicans. FIGHT!». In nessun messaggio, ovviamente, Trump ha chiesto ai suoi sostenitori di entrare a Capitol Hill, occupare i seggi del congresso o agitare bandiere degli Stati Uniti mentre si indossano copricapi che ricordano quelli degli idiani d’America. Ma in un nessun messaggio il Presidente ha preso in maniera netta le distanze da quello che stava succedendo. Nemmeno nel video pubblicato su Twitter (ora rimosso) in cui chiedeva agli assalitori di tornare a casa sostenendo comunque che le elezioni fossero state rubate e che loro fossero degli «special boys».

Parler, dove si preparava l’assalto a Capito Hill

PARLER | Le parole di John Gaultier prima dell’attacco

Enrique Tarrio è il leader dei Proud Boys. 39 anni, originario della Florida, non era presente alle proteste perchè è stato arrestato nei giorni scorsi appena dopo essere arrivato a Washington. Tarrio è accusato di aver strapparto una bandiera del movimento Black Lives Matter esposta in una chiesa. Durante una perquisizione sono stati trovati in suo possesso proiettili di grosso calibro detenuti illegalmente. Anche se distante, scorrendo gli ultimi post pubblicati da Tarrio su Parler si può capire come le intenzioni di una parte dei manifestanti della marcia Save America fossero tutt’altro che pacifiche.

Tarrio ha quasi 90 mila follower su questa piattaforma, a cui si era iscritto già nel 2019, e da qui per tutti i giorni precedenti alla marcia ha lanciato messaggi sulla necessità di resistere davanti al sopruso in corso. Indicazioni che spesso vengono affidate a brani delle Bibbia, più volte Tarrio ha citato Isaia 54,17: «Nessuna arma fabbricata contro di te riuscirà. Ogni lingua che sorgerà in giudizio contro di te, tu la condannerai».

PARLER | Il leader dei Proud Boys

Se Tarrio si è mantenuto sul vago, come hanno fatto molti dei leader di questi movimenti, è negli account meno seguiti che invece si possono trovare tracce della volontà di trasformare la manifestazione di ieri in qualcosa di più violento. Sempre su Parler, l’account di John Gaultier (15 mila follower) un giorno prima degli incidenti scriveva: «Noi non siamo venuti a Washington per protestare. Siamo venuti per riprenderci l’America».

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