Ritardi, omissioni, selfie: perché la polizia è accusata di non aver fermato l’assalto al Congresso Usa

di Maria Pia Mazza

Dopo l’invasione del Campidoglio di Washington, si stringe la morsa sulle inadempienze della polizia e sulla mancata risposta del Pentagono

Quella che l’ex presidente statunitense Ronald Reagan chiamava «la città splendente su una collina» ieri, 6 gennaio, è stata totalmente eclissata con il sanguinario assalto all’edificio del Congresso statunitense da parte dei sostenitori di Donald Trump. Un gruppo costituito da neonazisti, QAnon, antisemiti, suprematisti bianchi, troll, Proud Boys, accorso dalle più svariate parti degli Stati Uniti, richiamati a rapporto dal presidente uscente Donald Trump, per protestare contro l’esito elettorale, a loro dire, «truccato e manipolato». Ma l’assedio e l’irruzione vandalica e dispregiativa nel Campidoglio statunitense, sede sia del Senato sia della Camera dei Rappresentanti, ha gettato ombre sull’organizzazione e sulla capacità di reazione della Capitol Police, l’insieme di agenti deputato alla protezione e alla sicurezza della sede del Congresso statunitense.


Ex funzionari dell’intelligence USa: «Uno dei più grandi vuoti in materia di sicurezza nella storia recente degli Stati Uniti d’America»

Già, perché gli Stati Uniti, dopo gli attentati dell’11 settembre, hanno incrementato il numero d’agenti a difesa del palazzo del Congresso, facendoli passare da 800 a 2.000 unità, a protezione non solo dell’edificio, ma dell’intero complesso che lo circonda. Secondo molti ex funzionari delle forze dell’ordine e dell’intelligence statunitense, quanto accaduto rappresenta «uno dei più grandi vuoti in materia di sicurezza nella storia recente degli Stati Uniti d’America». E a sorprendere è stata la totale assenza di preparazione e di rinforzo a tale contingente per l’occasione, posto che la manifestazione era stata già prevista da tempo ed erano altresì attese eventuali azioni da parte di gruppi violenti.

E a infervorare gli animi è stato anche il presidente uscente Donald Trump, che più volte ha fatto leva sull’illegittimità della vittoria elettorale di Biden e sollecitato i suoi a marciare e a continuare a picchettare il Congresso. Certo, Donald Trump dopo aver alimentato il malcontento, solo dopo ore e ore ha twittato richiedendo ai suoi supporter di rispettare le forze dell’ordine, pur continuando a fomentare – indirettamente – il malcontento per quella che, a suo dire, sono e resta «una frode elettorale». Ma era ormai comunque tardi.

Il dispiegamento della polizia durante le proteste del Black Lives Matter

E sono in molti a chiedersi, tra esperti della sicurezza e dell’intelligence, così come tra persone comuni, perché non siano state predisposte le misure di controllo necessarie a tutela del Congresso, peraltro già impiegate in occasione di altre manifestazioni dagli intenti ben più pacifici. In tal senso, il pensiero va subito agli eventi del 1 giugno 2020, giorno della manifestazione gli attivisti del Black Lives Matter, dopo la morte di George Floyd. In quel caso a Washington D.C., oltre alla Capitol Police, vennero dispiegate ulteriori 5.000 agenti afferenti alla Guardia Nazionale e alle agenzie federali, con elicotteri che monitoravano la situazione dall’alto. In quei giorni di protesta non vi fu molta parsimonia nell’impiego di gas lacrimogeni e manganelli contro i manifestanti. Tant’è che solo successivamente, per stessa ammissione della Guardia nazionale, si ammise che le forze dell’ordine fecero ricorso «a un uso eccessivo della forza».

I comportamenti ambigui della Capitol Police durante l’assalto al Congresso statunitense

Ma durante l’assalto al Campidoglio di ieri, di agenti se ne son visti ben pochi, e per almeno 4 ore il Campidoglio è rimasto totalmente in balia dei manifestanti, che hanno continuato a circolare indisturbati per ore tra gli uffici e le sale istituzionali. Di conseguenza, anche alcuni comportamenti di alcuni agenti della Capitol Police, ripresi dalle telecamere, risultano essere quantomeno ambigui e fanno sorgere più di qualche interrogativo. È il caso della rimozione delle transenne da parte di alcuni poliziotti della Capitol Police, che ha favorito così l’avvicinamento all’edificio dei manifestanti, piuttosto che le immagini che ritraggono un agente mentre si presta a un selfie con uno dei manifestanti che avevano varcato le porte dell’edificio del Congresso. Questi i due casi più eclatanti, ma ce ne sono altri su cui l’FBI ha assicurato che indagherà. 

I mancati arresti dei manifestanti che hanno invaso il Campidoglio

Ad alimentare le perplessità nei confronti degli agenti è anche il mancato fermo di buona parte del gruppo di manifestanti che è riuscito a introdursi nel Campidoglio. Solo 26 di loro sono stati sottoposti a fermo, ma non per aver varcato l’edificio, bensì per aver violato il coprifuoco istituito da Muriel Bowser, sindaca di Washington D.C. Bowser ha infatti ordinato il coprifuoco dalle 18:00 alle 6:00 del mattino, rendendolo valido per 15 giorni, ossia oltre il 20 gennaio, data in cui avrà luogo l’insediamento ufficiale di Joe Biden alla Casa Bianca. 

Circolano poi immagini in cui un agente aiuta un/a manifestante a scendere le scale del Campidoglio (non è chiaro se si tratti di un anziano/a). Un episodio in forte contrasto con il trattamento riservato da alcuni poliziotti a Martin Gugino, il 75enne spintonato dalla polizia durante le proteste del BLM a Buffalo. L’uomo è finito a terra con il cranio fratturato e impossibilitato a muovere le gambe dopo la violenta reazione di due agenti, successivamente individuati e sospesi dall’incarico.

I ritardi nell’intervento della Guardia nazionale: chi sono i responsabili?

Ma chi aveva la responsabilità di predisporre le misure per la sicurezza del Campidoglio e perché, i soccorsi della Guardia nazionale sono arrivati a danno ormai ampiamente fatto? Formalmente, la richiesta di intervento della Guardia nazionale è arrivata alle 14.00 ora locale, a distanza di circa 45 minuti dal superamento dei manifestanti delle prime barricate, ed è stata inviata dalla sindaca di Washington, Muriel Bowser. Secondo le fonti del New York Times tale richiesta sarebbe stata rigettata dal presidente uscente Donald Trump (che è altresì capo delle forze armate statunitensi), mentre invece sarebbe stata accolta dal vicepresidente Mike Pence. Tuttavia, stando alle dichiarazioni della portavoce della Casa Bianca, Kaylegh McEnany, Trump avrebbe dato il proprio beneplacito all’intervento. 

Ma questa versione non sembra collimare con quella riportata dai principali giornali statunitensi e secondo cui Trump, dopo aver passato ore e ore a osservare la situazione in tv, rigettando le richieste del suo stesso staff di chiedere ai suoi supporter di abbandonare il Campidoglio, si sarebbe esclusivamente limitato a twittare due volte, senza però mai prendere le distanze dall’assalto e da quei comportamenti. Solo dopo il duro messaggio del presidente-eletto Joe Biden, Donald Trump ha pubblicato un video in cui invitava i suoi supporter a tornare a casa.

Tant’è che dopo la ripresa dell’attività del Congresso che ha certificato, di fatto, la vittoria di Joe Biden e Kamala Harris, rispettivamente in qualità di presidente e vice degli Stati Uniti, Trump ha sì assicurato che il 20 gennaio «il passaggio di poteri sarà pacifico», ma dopo aver ribadito il proprio dissenso nei confronti dell’esito elettorale ha già avvisato: «Questo è solo l’inizio della nostra lotta per rendere l’America nuovamente grande!». Mancano ancora 13 giorni. E tutto, ma davvero tutto, può ancora può succedere. 

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Maria Pia Mazza