I tribunali bloccano la Dad, la zona rossa la rilancia. Caos nella scuola schiacciata tra sentenze del Tar e decreti

di Giada Ferraglioni

Il braccio di ferro sulle riaperture ora si gioca tra Regioni e Tar: secondo i Tribunali regionali, non è giusto che gli studenti paghino le conseguenze di una cattiva amministrazione

È quasi un anno ormai che la scuola cerca di trovare il suo posto nella pandemia da Covid. Nel braccio di ferro sulle riaperture tra Regioni e governo, la questione rischia di diventare giudiziaria: negli ultimi giorni diversi Tar si sono espressi contro la Didattica a distanza (Dad) al 100%. Oggi, 15 gennaio, è arrivata la decisione del Tribunale amministrativo dell’Emilia-Romagna, che ha definito «immotivata» la scelta del presidente Bonaccini di far slittare il ritorno sui banchi. A monte di tutto, però, resta la mina vagante della zona rossa: la Lombardia ha già annunciato il suo nuovo ingresso nella fascia più alta di rischio – il che, di fatto, rimanda la vittoria dei gruppi no-Dad a data da destinarsi.


Il caso Emilia-Romagna

Dopo la data individuata dal governo per il rientro al 50% delle superiori (l’11 gennaio), una serie di Regioni ha comunque deciso di rimandare la riapertura per paura di un nuovo boom di contagi. Un rallentamento che, però, non è piaciuto a genitori, studenti e a vari movimenti anti-Dad, che hanno presentato ricorso al Tar. Nel caso dell’Emilia-Romagna, dove il rientro era stato spostato al 23 gennaio, il Tribunale ha stabilito che la didattica a distanza al 100% per le scuole superiori comprime in «maniera eccessiva», «immotivata» e «ingiustificata» il «diritto degli adolescenti a frequentare di persona la scuola, quale luogo di istruzione e apprendimento culturale, nonché di socializzazione, formazione e sviluppo della personalità».

A fare ricorso era stato un gruppo di 21 genitori. La decisione del Tar è arrivata come provvedimento urgente, stabilendo una nuova discussione collegiale il 10 febbraio 2021. Secondo il giudice, nonostante il contesto di «notevole gravità», l’amministrazione regionale non può spingersi al punto tale da sacrificare «in toto altri interessi costituzionalmente protetti», e dovrebbe invece riuscire a «bilanciare» le esigenze sanitarie e quelle del diritto all’istruzione.

I contagi aumentavano anche a scuole chiuse

Non solo: a sostegno della riapertura delle scuole in sede giudiziaria c’è stata anche l’evidenza che l’aggravarsi della situazione dei contagi è stata registrata durante un periodo temporale nel quale le scuole secondarie erano chiuse da tempo – dunque a prescindere dalla scuola e nonostante la Dad. La Regione, infatti, stando al Tar, non ha indicato degli elementi che dimostrino come l’attività scolastica in presenza causi un aumento del contagio. Proprio su questo punto ha insistito l’avvocata dei genitori Milli Virgilio, che si chiede: «Se le scuole superiori sono chiuse da settimane, come fanno ad aver inciso sulla situazione epidemiologica? Come fa ad essere sempre colpa degli studenti?».

Il nodo trasporti: non paghino gli studenti le mancanze dell’amministrazione

Tra le preoccupazioni della Regione, comunque, permane il sempreverde problema dei mezzi pubblici e degli assembramenti correlati. Ma anche questa, per il Tar, è una mancanza amministrativa che non può ricadere sugli studenti. Proprio come aveva più volte sottolineato il presidente dell’Anp Antonello Giannelli, non si può pensare che la soluzione al trasporto pubblico inadeguato sia lasciare a casa gli studenti. Quella dei collegamenti casa-scuola, dice il Tar, è una questione che deve risolvere l’Amministrazione senza far pesare le conseguenze su terzi, visto che «può agire con misure che incidono “a monte” sul problema» e «”a valle” con misure organizzative, quali la turnazione degli alunni e la diversificazione degli orari di ingresso a scuola».

Il caso Lombardia

Il ricorso al Tar della Lombardia, presentato dal comitato A scuola, è stato accolto lo scorso 13 gennaio. La Regione aveva stabilito che gli alunni delle scuole superiori non sarebbero tornati a scuola prima del 25 gennaio – due settimane dopo la data fissata dal governo. Anche in questo caso, il Tribunale ha sospeso l’ordinanza, definendo «irragionevoli» le motivazioni dell’amministrazione. Gli studenti hanno portato avanti diverse manifestazioni e occupazioni in varie scuole, ma l’Ufficio scolastico regionale ha comunque sottolineato la necessità – visti anche i dati sui contagi non proprio rassicuranti – di prendere altro tempo per capire come gestire i temuti assembramenti fuori dagli istituti.

Anche qui stesso copione: invece che privare gli studenti del loro diritto – scrive il Tar – la Regione deve intervenire per risolvere a monte il «siffatto ipotizzato fenomeno» (gli assembramenti, ndr). Per ora il presidente Attilio Fontana non ha presentato nessun ricorso. Anche perché, con la zona rossa dietro l’angolo, tutte le chiacchiere stanno a zero. Almeno per ora.

Il caso Sicilia

Anche il presidente della Sicilia, Nello Musumeci, ha preso tempo giocando in bilico tra la zona arancione e la zona rossa. È lui stesso ad aver chiesto al Ministero della Salute di entrare nella fascia più alta di rischio e restarci, come da protocollo, per almeno due settimane. La sua richiesta è stata accolta e, ubi maior, le acque si sono calmate. Ma anche se le cose fossero andare diversamente, Musumeci aveva già anticipato che sarebbe intervenuto con un’ordinanza per imporre le disposizioni della zona rossa in tutte le province ad alto tasso di contagio. Niente di nuovo sotto il sole: poca chiarezza e nessuna soluzione alternativa a quella emergenziale.

Leggi anche:

Giada Ferraglioni