Maccio Capatonda: «Rido poco. Dopo la pandemia, la comicità può rilanciarsi. In quarantena ceci e sottilette» – L’intervista

Parla a Open Marcello Macchia: «Non ci sono più talent scout come la Gialappa’s. Colpa anche del web, che ha premiato l’individualismo»

«Mi sono trasferito a Roma da un anno e mezzo e direi che come esordio, a parte una pandemia globale, non ho avuto grossi intoppi per ora». Marcello Macchia – Maccio Capatonda per gli amici -, alla soglia dei 43 anni, ha deciso di cercare nuove strade. Dopo 20 anni trascorsi a Milano, e dopo essere andato via da Vasto, è arrivato a Roma, dove ieri, primo maggio, ha partecipato al quarto show di Display dal titolo The Working Heads, resistenza creativa!. Durante il lockdown del 2020 s’è dato agli esperimenti culinari da piccolo chimico: «Ceci crudi avvolti in una sottiletta, wurstel imbevuto nella lattina di passata di pomodoro aperta da tre giorni». Cotto, si spera. «No no, crudo». Ma il wurstel va cotto prima, non si può mangiare crudo. «Ah no? Sempre fatto. Comunque volevo vedere a che punto potesse arrivare il degrado culinario del maschio single. Così ho preso ispirazione per il mio Tg Quarantena».


Come nasce quel telegiornale?

«Da un momento di staticità, clausura e noia che sono poi il motore costante delle mie giornate. Rimanendo chiuso in casa tre mesi ho sentito di dover far qualcosa. Partendo dalla pochezza quotidiana, ho utilizzato dei linguaggi molto strutturati come quelli giornalistici, messi al servizio di cose semplici. Per parlare del tubo del lavandino che si è rotto, della difficoltà di trovare i minuti di cottura sui pacchi di pasta, della sedia che non si trova più. Ora ho girato una nuova puntata».

Del tg?

«Sì, ma si chiama Tg Quasi quarantena. All’interno ho inserito la giornata del mignolino che sbatte contro lo spigolo della porta. O la notizia del “sono andato di là ma non ricordo più cosa dovevo fare”. Cose così».

Anni fa era uscito con uno sketch in cui il suo personaggio ingeriva la pillola dell’italiano medio. Oggi chi è l’italiano medio?

«Non è quello che usa il cervello al 2%, come nella gag. È quello che sta a metà tra la voglia di essere impegnato socialmente, civilmente e il totale menefreghismo. L’ho vissuta spesso sulla mia pelle: da una parte ho la voglia di fare e poi ho quell’insano menefreghismo che mi fa pensare ma che cazzo me ne frega a me, ho già i miei problemi. L’italiano medio è un essere mitologico. Il popolo italiano invece lo vedo poco definito, anche culturalmente e questo si rispecchia anche nel cinema e nell’arte. Se guardo un film italiano, non mi arriva alcuna atmosfera».

Che rapporto ha con i social?

«Li ho sempre usati quasi esclusivamente per il lavoro, per diffondere idee. Buona parte dei lavori che faccio, li pubblico lì. Spesso chi mi commissiona qualcosa si aspetta io usi le piattaforme come vetrina. Non ne faccio un uso personale: non sbircio, non vado a vedere altri. Forse in questo senso sbaglio, perché se lo facessi troverei ulteriore ispirazione. Quando pubblico su Instagram ho l’esigenza di mostrare una gag, difficile faccia la cronaca della mia vita».

Ha visto LOLChi ride è fuori? Come le è sembrato?

«Visto e apprezzato. Mi hanno fatto ridere le facce dei concorrenti che non volevano ridere. Trovo che il cast fosse ben assortito. A chi mi scrive che dovrei partecipare alla seconda edizione, dico che mi sarebbe piaciuto partecipare alla prima. La maggior parte dei partecipanti sono amici, mi sarei divertito. Elio, Lillo e Frank i miei favoriti».

Lei è uno che ha la risata facile?

«Sono uno che ride poco ma bene. Essendo un comico ho grande rispetto della risata: penso non si debba ridere sempre, non sono uno con il sorriso sulle labbra. Rido solo quando una cosa mi fa ridere sul serio. Seleziono».

Chi la fa ridere?

«I casi umani, da cui attingo. Poi Frassica, Verdone, Troisi, Guzzanti. Loro sono stati i miei prediletti, durante l’infanzia. Se vado a esplorare ora, direi che rimangono gli stessi. Aggiungerei però uno come Valerio Lundini».

Pensa che la crisi del mondo dello spettacolo sia qualcosa di strutturale, che viene da lontano, o il Covid ha davvero messo in ginocchio un intero settore?

«Prima del Covid sinceramente non sentivo che gli eventi dal vivo fossero in crisi. Spero si riprenda e si riparta con nuova linfa che magari migliorerà anche l’ambiente. Durante questo periodo di crisi ci si è dovuti rimboccare le maniche e inventare nuove forme d’arte. I periodi di depressione sono anche un po’ un modo per tirare un bilancio e per ripartire con più freschezza. Ovviamente ci sono delle perdite economiche in tutto questo».

È anche vero che, però, prima della pandemia, non è che la gente sgomitasse per andare al cinema o a teatro…

«Per teatro e cinema c’era una tendenza a non spostarsi più di casa già da prima, è vero. E questo va di pari passo con l’esplosione della tecnologia, come le piattaforme di streaming. La gente vive meno la vita perché può avere tutto attorno a sé. Ma questo discorso esiste da sempre, secondo me, è da quando ha inventato l’acqua calda che siamo messi in questo modo».

Il suo primo ingaggio importante, sul piano televisivo, era stato Mai dire lunedì, con il trio della Gialappa’s Band. Mancano programmi simili?

«Ne sento la mancanza perché non esiste più un programma che coinvolge tutti quei talenti. Così come non ci sono talent scout come la Gialappa’s che mettono sullo stesso palco una serie di comici con l’obiettivo di crescerli e farli diventare veramente bravi. Negli anni ho visto prodotti simili, però non sono andati a buon fine».

Perché?

«Con Internet c’è un forte individualismo. I talenti esplodono seguendo una linea editoriale personale, aprono il canale YouTube e lì caricano le loro esibizioni. Se vogliamo è anche meritocratico, perché se meritano piano piano fanno strada. Però il web è una concausa della sparizione di programmi come Mai dire….»

A proposito della quarantena e del degrado culinario, sa cucinare?

«Potenzialmente sì, praticamente no».

Piatto forte?

«La pasta con i pomodorini. Una volta facevo il risotto con la zucca…»

E poi?

«Ho perso l’interesse per la cucina».

Quanto al suo primo anno a Roma, le è capitato qualcosa di inaspettato?

«È l’unica città in cui il navigatore va fuori di testa. Impazzisce proprio, mi fa perdere strada. Ma alla fine era anche un po’ quello che cercavo: perdermi».

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