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Strage del Mottarone, spunta il nome di un operatore. Fu lui su autorizzazione di Tadini a non rimuovere i ceppi ai freni

Secondo l’operatore, Tadini voleva interrompere le attività della funivia per anomalie ai freni, ma aveva ricevuto pressioni da Nerini

C’è anche un operatore della funivia tra le persone finite nell’inchiesta della Procura di Verbania sull’incidente del Mottarone. Un dipendente-testimone ha messo a verbale il nome dell’operatore che quel giorno mantenne i ceppi sulla cabina 3 “su autorizzazione” di Tadini. Lo stesso operatore ha confermato ai pm che fu il caposervizio a dargli l’ordine e, in linea col verbale di Tadini, ha anche raccontato che il tecnico aveva più volte discusso col gestore Nerini e col direttore Perocchio perché lui avrebbe voluto «chiudere» l’impianto e gli altri due non volevano per «motivi economici». È l’unico teste agli atti, in sostanza, che è in linea con Tadini e ‘accusa’ i vertici. L’operatore ha anche descritto Tadini come «demoralizzato» e turbato in quei giorni perché, a suo dire, voleva interrompere le attività della funivia per le anomalie ai freni. A Tadini, secondo l’operatore, vennero fatte «pressioni» da Nerini per non fermare i viaggi delle cabine. Le analisi su presunte responsabilità di altri, oltre a Tadini, nel tenere su i forchettoni a bloccare i freni si concentrano su quel mattino.


Accertamenti su fune e freni

Uno dei prossimi passi sarà inoltre valutare l’esito degli accertamenti sulla fune e sui freni. Poi arriveranno i nuovi indagati. A dirlo è la procuratrice di Verbania Olimpia Bossi a proposito dell’indagine sulla tragedia della funivia del Mottarone, in cui sono morte 14 persone. «Gli accertamenti sono finalizzati a capire perché la fune si è rotta e si è sfilata, e se il sistema frenante aveva dei difetti», ha spiegato Bossi, sottolineando come il fine dell’analisi sia anche quella di accertare nuove eventuali responsabilità per quanto accaduto lo scorso 23 maggio. Secondo quanto spiegato dalla pm le modalità degli accertamenti irripetibili sono ancora da stabilire, «solo dopo aver chiarito questi aspetti con il o i consulenti tecnici procederemo con gli avvisi». Dopo la scarcerazione del direttore tecnico della funivia Enrico Perocchio e del gestore Luigi Nerini, con il solo capo servizio Gabriele Tadini ai domiciliari, sono attesi dunque nuovi indagati.


Secondo La Stampa, i fari della procura di Verbania sono puntati su consulenti o dipendenti della società Ferrovie del Mottarone che gestiva la funivia: «Gli addetti sapevano della prassi del caposervizio Tadini di lasciare inseriti i ceppi per bloccare il sistema frenante, ma forse potevano rifiutare di assecondarla», ha detto il giudice per le indagini preliminari. Bossi, parlando al Corriere della Sera, non ha nascosto il proprio disappunto per la decisione del gip di scarcerare Nerini e Perocchio. In particolare, ha spiegato, «è poco condivisibile ritenere che, in una piccola azienda come le Ferrovie del Mottarone, tutti fossero a conoscenza dell’uso costante dei forchettoni tranne il proprietario, che pure svolgeva un ruolo operativo. E che l’unico ad avere interesse a far andare la funivia in quelle condizioni fosse Tadini che, a nostro parere, di interesse non ne aveva perché, stesse ferma o no la funivia, veniva pagato lo stesso, mentre l’azienda perdeva gli incassi e il manutentore spendeva per gli interventi».

L’analisi delle chat telefoniche

Nell’ambito dell’inchiesta sull’incidente della ferrovia di Stresa gli inquirenti si stanno concentrando anche sull’analisi delle comunicazioni via chat e via mail tra il capo servizio Gabriele Tadini, il gestore Luigi Nerini e il direttore dell’impianto Enrico Perocchio. I telefoni dei tre sono stati sequestrati nei giorni scorsi con l’obiettivo di verificare la presenza di indicazioni sui forchettoni utilizzati per disattivare i freni d’emergenza o sulle anomali del sistema frenante.

Il direttore della funivia: «Non sapevo dei forchettoni»

Perocchio, prima fermato e poi scarcerato in seguito all’incidente, ha ribadito: «No, io non sapevo dei forchettoni – ha detto in una intervista a La Stampa, a proposito della decisione di bloccare il sistema frenante d’emergenza della cabina -. Se avessi saputo non avrei avallato quella scelta. Lavoro negli impianti a fune da ventuno anni e so che quelle sono cose da non fare mai, per nessuna ragione al mondo». «Quando mi lo hanno spiegato [cosa era successo] mi sono sentito morire. “Non è possibile”, pensavo. Se avessi saputo che venivano adoperati i blocchi dei freni, i cosiddetti forchettoni, avrei fermato immediatamente l’impianto. Scoprire questo adesso è un enorme macigno sullo stomaco», dice Perocchio. Il direttore tecnico della funivia ribadisce poi che non spettava a lui eseguire i controlli: «E poi: se mi fosse caduto l’occhio sui forchettoni, colorati di rosso proprio per iniziativa mia, che li volevo ben visibili, li avrei fatti togliere immediatamente».

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