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Come stanno cambiando i sintomi della Covid-19. Gusto e olfatto deboli non sono più i segnali principali

Secondo le prime verifiche di medici e scienziati i dolori addominali, vomito e diarrea starebbe sostituendo la perdita di gusto e olfatto, presentandosi in media dai 4 ai 9 giorni prima del ricovero

Che il virus Covid-19 sia cambiato nella sua forma e potenza di diffusione è cosa ormai ben nota. Le varianti, dalla inglese a quella indiana, sono ad oggi uno degli aspetti più importanti da tenere d’occhio e da cui difendersi con vaccinazioni e comportamenti prudenti. A variare però non è stata solo la capacità di diffusione del virus ma anche le modalità con cui l’infezione si manifesta. Febbre, perdita del gusto, perdita dell’olfatto, stanchezza, potrebbero ad oggi non essere più gli stessi campanelli d’allarme di un tempo, capaci di avvisare il paucisintomatico o l’asintomatico di una possibile infezione in atto. Questo è un tema che gli scienziati monitorano da diverse settimane soprattutto in merito alla correlazione tra i cambiamenti della sintomatologia con la comparsa delle varianti. Non si tratta di sintomi più gravi ma di diverse percentuali di comparsa, fondamentali da calcolare per l’individuazione precoce del virus.


Il tema non è da sottovalutare soprattutto in questo momento: tra riaperture e progressivi passaggi in zona bianca, il rischio è quello di tenere meno d’occhio il proprio stato di salute, sottovalutando i segnali, magari nuovi, di una possibile infezione da Coronavirus. I dati dei contagi parlano chiaro: Covid-19 circola ancora nel nostro Paese tentando di replicarsi da organismo a organismo. Seppur con più difficoltà, complici le alte temperature e la parte di popolazione immunizzata dai vaccini, il suo obiettivo rimane quello di replicarsi il più possibile e resistere alle misure che lo contrastano, mutando e adattandosi al nuovo organismo che sceglie di abitare.


Olfatto e gusto non più i principali campanelli d’allarme

È stata fin dall’inizio una delle primissime e in molti casi anche l’unica manifestazione clinica dell’infezione da Sars-CoV-2 nei pazienti poco sintomatici o asintomatici. In assenza di febbre immediata, la perdita improvvisa di gusto e olfatto è stata il campanello d’allarme per molte persone, corse a quel punto a eseguire il tampone di verifica per la presenza di Sars-CoV-2. Secondo un recente studio inglese pubblicato sul British Medical Journal il 40% dei 19 mila soggetti studiati non presenta più il sintomo della perdita di gusto o olfatto, insieme alla febbre, un altro dei segnali più frequenti in assoluto. A confermare è lo studio inglese sulle caratteristiche delle persone risultate positive a Covid-19 nel periodo che va da dicembre 2020 ad aprile 2021. La nuova ondata pandemica si presenterebbe infatti con febbre non sempre alta, meno mal di gola o problemi per i cinque sensi «ma con più nausea, tosse, mal di testa e una persistente spossatezza, che in molti casi permane per alcune settimane anche dopo che si è accertata la negatività al Covid».

OFFICE FOR NATIONAL STATISTICS| Percentuale di sintomi su persone risultate fortemente positive al virus nel Regno Unito, 1 dicembre 2020 – 30 aprile 2021

Mal di pancia, vomito e diarrea i segnali da non sottovalutare

Lo aveva spiegato ad Open qualche settimana fa Antonietta Lamazza, medico gastroenterologo e professoressa dell’Università Sapienza : «La letteratura riporta da un 7% fino a un 50% di disturbi gastro- intestinali legati a Covid-19. Un dato che varia anche a seconda delle nazioni: in Cina la percentuale è più bassa, negli Usa c’è una maggior incidenza. Per quanto riguarda il nostro Paese sono intorno al 15% con delle punte del 30%». I medici continuano a raccogliere più pazienti affetti da Covid-19 che lamentano tra i primi sintomi problemi all’apparato gastro intestinale. «Una delle richieste più frequenti che ci arrivano è quella di esami endoscopici per diarree molto forti, su cui le normali terapie non fanno alcun effetto. Un sintomo che spesso rimane anche dopo la negativizzazione dal virus, fino a 9-10 mesi», continua la dottoressa. A confermare sono anche i medici di base. La verifica diretta sui pazienti di cui racconta il segretario della Federazione Italia dei Medici di Medicina Generale, Pier Luigi Bartoletti, appare piuttosto chiara: «La perdita di olfatto e gusto oggi è sostituita da dolori addominali, vomito o diarrea».

A confermare ulteriormente ci sarebbe anche lo studio tutto italiano dell’ospedale di Crema condotto su un numero per ora limitato di pazienti e giunto alla conclusione «che il 10% degli infetti ricoverati manifesta dolore addominale, diarrea, nausea e vomito già dai primi giorni della malattia e ancor prima che si manifestassero i classici sintomi respiratori». I medici concludono che «i sintomi gastrointestinali possono preannunciare Covid-19 essendosi presentati in media dai 4 ai 9 giorni prima del ricovero, con una gamma molto ampia fino a 20 giorni prima del ricovero» e che «i dati confermano l’importanza di includere i sintomi gastrointestinali nello spettro delle caratteristiche della Covid-19, per consentire una diagnosi precoce e trattamenti appropriati anche in pazienti senza sintomi respiratori».

Ci sono sintomi da variante “inglese”?

Lo studio REACT – Real-time Assessment of Community Transmission, condotto dall’Imperial College London, ha monitorato e analizzato dal giugno 2020 al gennaio 2021 in che modo il virus abbia colpito le persone. I risultati raccolti hanno permesso di evidenziare come è mutata in questo lasso di tempo la sintomatologia dell’infezione: a gennaio 2021 i soggetti colpiti hanno dichiarato meno perdita di gusto e olfatto rispetto a novembre/dicembre 2020, e più problemi di tosse. Oltre alla febbre, poi, sono stati altresì dichiarati: brividi, perdita di appetito maggiormente nelle persone tra i 18 e i 54 anni e negli over 55, mal di testa, soprattutto nei giovani tra 5 e 17 anni e dolori muscolari, principalmente nella fascia di età compresa tra 18 e 54 anni. Riguardo altre possibili modifiche nella manifestazioni del virus diffuso dalla variante attualmente più diffusa nel mondo sembrano non esserci altre particolari segnalazioni da fare, come conferma lo studio pubblicato dalla celebre rivista scientifica The Lancet. «La mancanza di forti cambiamenti nei sintomi identificati in questo studio indica che l’infrastruttura di test e sorveglianza esistente non deve cambiare specificamente per la variante B.1.1.7», si legge nel documento.

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