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No! Uno studio non dimostra che i vaccini anti Covid ostacolino la riparazione del DNA e causino tumori

Lo studio citato da siti complottisti non fa riferimento a possibili conseguenze cancerogene del vaccino anti Covid

Secondo Come Don Chisciotte, noto sito di “informazione alternativa”, sulla rivista scientifica Viruses sarebbe apparsa una «sorprendente ricerca», dove si suggerisce che «le proteine Spike del vaccino sono in grado di penetrare nei nuclei delle cellule e alterare i meccanismi di riparazione del DNA nucleare, inibendola anche fino al 90%». La fonte dell’articolo è il sito No Vax e complottista Naturalnews di Mike Adams, mentre la casa editrice del paper risulta essere la svizzera MDPI, già nota per altri studi controversi usati dagli ambienti No vax e sostenitori delle Cure domiciliari. Anche in questo caso, il problema si ripete.

Per chi ha fretta:

  • Lo studio citato non fa riferimento a conseguenze cancerogene dei vaccini anti-Covid.
  • I ricercatori forniscono dati provenienti da una sperimentazione in vitro che suggerisce potenziali problemi di immunità adattiva.
  • Nessuno studio clinico conferma i risultati.
  • La ricerca è stata pubblicata da una casa editrice nota per aver approvato altri paper eseguiti con metodi controversi.

Analisi

Le proteine Spike, affinché il Sistema immunitario impari a riconoscerle sviluppando anticorpi specifici, vengono fatte produrre dai vaccini anti-Covid nelle cellule. Se quanto riportato nel paper fosse rilevante sarebbe allora un bel problema: i tumori, infatti, possono dipendere da errori non riparati del DNA portando al proliferare di cellule cancerogene.

A onor del vero, i ricercatori non parlano di cancro, bensì dell’inibizione da parte della Spike della riparazione di un danno al DNA, che avrebbe conseguenze negative sull’immunità adattiva. Contrariamente, gli autori di Come Don Chisciotte rielaborano il tutto aggiungendo riferimenti alle potenziali conseguenze dei danni genetici nell’emergere dei tumori. Questo è pericoloso, perché come accennato farebbe pensare che i vaccini siano un fattore di rischio per il cancro. La narrazione va oltre, accennando alle storie sulla “Spike tossica”, da noi già trattate con l’ausilio di diversi esperti (qui, qui, qui, qui e qui).

Come è stato svolto lo studio

Il paper suggerisce dei danni nella immunità adattiva, costituita dall’azione dei linfociti B e T. SARS-CoV-2 scatena l’attivazione dei linfociti B che rilasciano gli anticorpi. Si attivano anche i linfociti T e i macrofagi, che non sono specifici.

Innanzitutto parliamo di uno studio in vitro nel quale viene messa una linea cellulare in coltura a contatto con le proteine Spike. I ricercatori avrebbero osservato che la proteina «inibisce significativamente la riparazione del danno al DNA, necessaria per un’efficace ricombinazione V (D) J nell’immunità adattativa»:

Meccanicisticamente, abbiamo scoperto che la proteina Spike si localizza nel nucleo e inibisce la riparazione del danno al DNA impedendo il reclutamento della proteina chiave di riparazione del DNA BRCA1 e 53BP1 nel sito del danno. I nostri risultati rivelano un potenziale meccanismo molecolare mediante il quale la proteina Spike potrebbe impedire l’immunità adattativa e sottolineare i potenziali effetti collaterali dei vaccini a base della Spike a lunghezza intera.

Sono molto interessanti due particolari riportati dagli autori nel paragrafo Discussion: l’assenza di evidenze negli studi clinici e il fatto che citino studi sugli anziani, i quali però hanno già in partenza maggiori probabilità riguardo l’insorgenza di problemi dal punto di vista immunologico rispetto ai più giovani, cosa che costituisce un rumore di fondo non indifferente.

Una ricerca con molti limiti

Il problema non sembra essere solo nella scarsa rappresentatività di uno studio in vitro. Vi sono dubbi anche nel modo in cui la ricerca è stata svolta.

Secondo Marco Gerdol, esperto di genomica comparata dell’Università di Trieste contattato da Open Fact-checking, «tutto l’impianto dello studio si basa sulla possibilità che la Spike venga espressa nel nucleo. Questa cosa non ha molto senso. Parliamo di una proteina che ha una sequenza fatta in modo da determinarne l’indirizzamento verso la membrana cellulare». Allora cosa credono di aver visto i ricercatori nello studio in vitro? «Quel che osservano a livello di localizzazione nucleare, non solo della Spike ma di tutte le proteine di SARS-CoV-2 che hanno testato, si basa sull’uso di un anticorpo che non è specifico. In letteratura è ben noto che utilizzare un anticorpo nel modo descritto nello studio può dare cross-reattività».

Avevamo già incontrato questo termine trattando lo studio dell’Istituto Tumori di Milano sulla presunta presenza del nuovo Coronavirus nel settembre 2019. I ricercatori si basarono sulla rilevazione degli anticorpi, questi per cross-reattività anche se specifici per un virus, possono risultare reattivi contro altri patogeni. Per questo se vogliamo accertare la presenza di un virus occorre sempre una verifica tramite un’analisi PCR, che riconosce la presenza molecolare del patogeno.

«Gli autori non hanno utilizzato in questo caso anticorpi specifici contro la Spike – continua Gerdol -, ma anticorpi anti-poliistidina, noti per avere cross-reattività con proteine nucleari, quindi il segnale che vedono potrebbe essere legato più o meno a qualsiasi cosa. Non sono esperto di immunoistochimica, non di meno vi consiglio uno studio del 2014, dove si vede molto bene che l’utilizzo di questi anticorpi può portare a una rilevazione errata della proteina target nel nucleo, quando in realtà non c’è. Stai vedendo probabilmente altre proteine nucleari prodotte dalle cellule su cui stai lavorando, che cross-reagiscono con l’anticorpo».

«I ricercatori non possono dimostrare che la Spike finisca nel nucleo. Cosa che ricordo essere priva di senso – conclude il Genetista -, parliamo in definitiva di uno studio piuttosto debole e facilmente criticabile. Quindi tutto quel che ne consegue, in merito a un danno al DNA e sulla inibizione della immunità adattiva lascia un po’ il tempo che trova. Anche se fosse vero, parliamo di dati ottenuti in un sistema in vitro. Non vedo come tutto questo possa avere a che fare coi vaccini anti-Covid».

Tutti i precedenti articoli controversi della MDPI

La Casa editrice svizzera gestisce diverse riviste scientifiche. Ci è capitato numerose volte durante il nostro lavoro, di incappare in vari studi che avevano superato la sua peer-review, molto apprezzati in ambito No Mask, No vax, e dai sostenitori delle cure domiciliari. Ecco un elenco dei nostri fact-checking precedenti in cui ci siamo imbattuti nella MDPI:

Conclusioni

La ricerca in questione non parla di un potenziale rischio di insorgenza di tumori a seguito della vaccinazione. Si tratta di uno studio in vitro che suggerisce problemi dal punto di vista dell’immunità adattiva, che per stessa ammissione dei ricercatori non trova riscontri nella realtà clinica. La casa editrice che ha approvato il lavoro aveva già pubblicato in passato dei paper controversi, utilizzati con disinvoltura in ambiti pseudo-scientifici.

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