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Le tre regioni a rischio zona gialla dal 29 novembre (e il pericolo arancione a Natale)

Se i contagi continueranno questo ritmo di crescita alcuni territori rischiano il lockdown soft dalla prossima settimana. E la situazione potrebbe rapidamente peggiorare anche per altri

Il monitoraggio settimanale dell’Istituto Superiore di Sanità e del ministero della Salute non dovrebbe riservare sorprese. Tutta l’Italia resterà questa settimana in zona bianca, come ha anticipato ieri il sottosegretario alla Salute Andrea Costa. Ma se i contagi dei prossimi sette giorni continueranno a crescere a questo ritmo, tre regioni rischiano la zona gialla dal 29 novembre. E il peggioramento dei numeri potrebbe portarle anche in arancione. Insieme ad altri territori che potrebbero reggere ancora per un mese e mezzo. Poi, senza una stretta (ovvero il Green pass solo per vaccinati e guariti), l’aumento dei contagi e l’andamento della curva epidemica potrebbe portare al collasso degli ospedali.


Le tre regioni a rischio zona gialla da lunedì prossimo sono Friuli-Venezia Giulia, provincia autonoma di Bolzano e Marche. Il Corriere della Sera spiega oggi che gli indicatori di Trieste parlano chiaro. La regione si trova già al 14% per i posti occupati in terapia intensiva, ma è salva perché l’area medica è poco al di sotto del limite. L’incidenza però è da zona rossa: 288 casi ogni centomila abitanti. Anche la provincia di Bolzano si trova sul filo ed è probabile che sfori il limite nel giro di qualche settimana, visti i tempi accorciati di raddoppio dei casi. La saturazione delle terapie intensive è attualmente al 9%, mentre è al 14,2% per i posti ordinari. Qui l’incidenza è persino peggiore: 407 positivi ogni centomila abitanti a settimana.


L’intera regione, ovvero il Trentino-Alto Adige, è a 253. E per questo anche Trento è a rischio. Poi ci sono le Marche: 112 casi ogni centomila abitanti, poco sotto il 10% l’occupazione delle terapie intensive. Anche per la regione potrebbe essere solo questione di tempo. C’è però un numero che allarma anche altri territori. Si tratta del tempo di raddoppio dei posti occupati nelle terapie intensive. Quello della Basilicata è di 4 giorni, Bolzano è a 7, l’Abruzzo è a 8, la Calabria è a 10, Trento a 11. Per questo chi oggi rischia il giallo domani, ovvero a dicembre, potrebbe trovarsi persino in arancione. Il periodo di tenuta stimato delle terapie intensive è di un mese e mezzo, secondo il presidente dell’Associazione anestesisti rianimatori ospedalieri italiani (Aaroi-Emac) Alessandro Vergallo, che avverte come situazioni di allarme si registrino al momento in Friuli-Venezia Giulia e nelle Provincia autonoma di Bolzano, mentre il Veneto è da monitorare data la crescita più veloce dei casi.

I posti in terapia intensiva

I posti disponibili in terapia intensiva secondo le stime di Aaroi sono 6 mila a livello nazionale. I ricoverati sono 500 ma con forti differenze tra regioni. Il Lazio sta ampliando la rete dei posti letto: un massimo di 1500 posti ordinari e 250 di intensiva. Il Veneto mantiene invece pronti nella propria rete ospedaliera i 1.017 posti delle intensive, rinforzati dopo la pandemia. Circa la metà sono effettivamente attivi e accolgono a sufficienza sia i malati di Covid – oggi 62 – sia quelli per altre patologie. Gli altri sono attivabili nel giro di 24 ore. La situazione più grave è in Friuli-Venezia Giulia, soprattutto a Gorizia e Trieste.

E il presidente della Provincia di Bolzano Arno Kompatscher si appella al governo: «Da settimane noi chiediamo di intervenire consentendoci di adottare misure restrittive a livello locale. La quarta ondata sta arrivando da Nord, dai Paesi dove le temperature sono più basse e si sta all’interno, noi siamo stati i primi ad essere colpiti anche perché, questo va detto, abbiamo un basso tasso di vaccinazioni e siamo stati indisciplinati. Adesso però nella Conferenza delle Regioni c’è una linea condivisa più o meno da tutti, indipendentemente dal colore politico. Il presidente Fedriga ha ricevuto un mandato chiaro. Non possiamo stare fermi a guardare la situazione che peggiora». Basterà il Green pass differenziato per salvare il Natale?

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