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Vaccini, parla Ainis: «Obbligo “gentile” frutto di una mediazione. Giusta la multa esigua per chi non si vaccina»

Il celebre esperto di Costituzione e professore di Istituzioni di diritto pubblico all’Università di Roma Tre, aiuta a distinguere i punti forti e i punti deboli dell’obbligo vaccinale all’italiana. E ribadisce: «Decisione legittima»

«Una delle scelte più politiche di sempre». Così Michele Ainis, celebre costituzionalista e scrittore, spiega e commenta l’ultima decisione del governo Draghi sull’obbligo vaccinale per tutti gli over 50. Professore ordinario di Istituzioni di diritto pubblico nell’Università di Roma Tre e autore del libro in uscita Presidenti d’Italia, Ainis aiuta a distinguere i punti forti e i punti deboli dell’obbligo vaccinale all’italiana, nelle ultime ore non poco criticato da esperti e scienziati.


Professore, prima di tutto la risposta di base che è utile sapere e ribadire. Tutto questo è costituzionale?


«La decisione è del tutto legittima. C’è una norma costituzionale che ormai gli italiani hanno imparato a conoscere e che è l’articolo 32. Contiene due principi che in apparenza parrebbero nemici ma che non lo sono: da un lato si definisce il dominio di ciascuno di noi sul nostro corpo. Una libertà che si può spingere al punto di rifiutare qualunque trattamento sanitario. Il caso dei No Vax che sono morti rifiutando di essere intubati è una delle applicazioni di questo principio.

Dall’altra parte, afferma che si possono imporre trattamenti sanitari, e quindi obbligare a cure come il vaccino. Lo si può fare a certe condizioni. Due di queste sono esplicite e scritte nere su bianco: una è l’intervento attraverso legge o atto avente forza di legge; l’altra è il rispetto dei limiti derivanti dalla dignità della persona. In controluce c’è poi un requisito generale che è la ragionevolezza e la proporzionalità della misura decisa. Per intenderci, se ho tre casi di Covid in un paese di 60 milioni di abitanti disporre il vaccino obbligatorio sarebbe del tutto sproporzionato.

Dopo mesi di dibattiti e scontri siamo arrivati ufficialmente a una legge che obbliga di vaccinarsi contro la Covid-19. Ma ancora una volta si procede per categorie. Prima erano professionali, ora anagrafiche. Ha ancora senso questo approccio “soft”?

«La linea che si è scelta con il Green pass era una linea ragionevole perché permetteva di scegliere di non vaccinarsi ma nel frattempo subordinava l’accesso a una serie di diritti. Mano a mano siamo entrati dentro la sfera dell’obbligo perseguendo ancora una strategia per cerchi concentrici. Credo che in buona parte sia una decisione frutto di un gioco tra partiti. Ci sono pro vax e No vax più o meno sensibili ai gruppi politici che sostengono il governo. Si è dovuto mediare tra le ragioni degli uni e degli altri facendo, anche sull’obbligo, pochi passi alla volta».

Quali sono le conseguenze di una mediazione politica di questo tipo?

«Gli svantaggi sono quelli che abbiamo già sperimentato con i decreti ristori del governo Conte, e che ora si accinge a fare anche il governo Draghi. Quando all’interno di una comunità si cominciano a distinguere le parti e a stilare un elenco di categorie, (nel caso dei ristori ci fu la distinzione perfino tra trattorie e pizzerie), si favorisce la genesi di un risentimento da parte di quelli a cui viene leso il diritto all’uguaglianza. Lo abbiamo visto anche con le discoteche, che nella maggior parte dei mesi di emergenza hanno continuato a chiedersi perché dovessero rimanere chiuse a differenza di altri luoghi ugualmente affollati.

Nel caso dell’obbligo, il 50enne potrebbe chiedersi qual è la differenza tra lui e un 49 enne, del tutto libero invece da una costrizione così forte. Questa è una grande questione che riguarda il concetto di uguaglianza. E mai come in questi casi la scelta di chi siano gli eguali è una scelta politica. Una norma estesa a tutti gli italiani certamente avrebbe fatto decadere il problema. Lo svantaggio è che oggi si può invece parlare di lesione del principio di eguaglianza».

Il rischio dell’arrivo di centinaia di deroghe alla vaccinazione, soprattutto sui posti di lavoro, quindi è concreto?

«Il rischio c’è. Ma credo anche che quella dell’età sia un’obiezione superabile. Se procediamo secondo un tale ragionamento allora anche il voto ai 18enni crea discriminazione anagrafica perseguibile. Quel ragazzo che ha 17 anni e 11 mesi e mezzo potrebbe dire la stessa cosa del 50 enne che protesta perché il 49enne non è sottoposto all’obbligo. Stiamo parlando in fondo di un aspetto insito a ogni decisione che prende un numero come paragrafo. E a questo proposito credo che le implicazioni siano più positive che altro».

Vuole dire che alla fine questo compromesso politico aiuterà?

«Dico che questa necessità politica di trovare una soluzione intermedia si instaura nel tentativo di incoraggiare gli italiani a una scelta attraverso un obbligo».

Obbligo e incoraggiamento fino a prova contraria sembrano classificabili come due interventi opposti.

«In questo caso non lo sono. Il governo Draghi ha progressivamente portato gli italiani all’idea che prima o poi questo sarebbe accaduto, alla necessità di una restrizione sempre maggiore. Evitando così una reazione che sarebbe stata certamente più feroce. Se da un giorno all’altro ci avessero detto “da oggi ci vacciniamo tutti” le cose credo proprio che sarebbero andate diversamente da come stanno andando in queste ore. La discriminante anagrafica si innesta in una politica dell’incoraggiamento nonostante si parli di obbligo».

Un obbligo “gentile” insomma

«Obbligo gentile è una definizione adatta. Così come trovo giusta la scelta di non circondare questa legge di manette ed espropri».

100 euro di multa per tutti gli ancora non vaccinati non le sembra una sanzione poco corrispondente all’urgenza della regola?

«Penso che il governo abbia fatto bene. Si inserisce nella logica dell’induzione di cui parlavamo prima. Che poi era quella del Green pass. La strategia dell’induzione è certamente diversa da quella dell’obbligo ma questa legge restrittiva accompagnata da una sanzione così modesta in realtà si iscrive ancora nella strategia politica perseguita finora da Draghi. Oltre a questo non sarebbe male cominciare ad agire non solo nel senso della dissuasione ma anche in quello dell’incentivo.

L’Austria mi pare dia 500 euro a chi sceglie di vaccinarsi. Faccio sempre l’esempio della lotta contro il randagismo. Posso prevedere una multa di 1.000 euro a tutti quelli che abbandonano un cane per strada oppure posso stabilire che chi raccoglie un cane randagio riceve un’esenzione fiscale. Sono due modi per perseguire lo stesso risultato e non è affatto detto che il primo sia più efficace del secondo, anzi».

I rimborsi per gli eventi avversi sono stati uno dei cavalli di battaglia dell’ideologia No vax. Si è detto spesso che il governo tentenna sull’obbligo per evitare di doversi caricare di responsabilità. Adesso invece che succede?

«Partiamo dal fatto che il 49enne che si vaccina e non ha l’obbligo, in realtà vive comunque con un semi obbligo. Se non si vaccina non può prendere un tram o andare al cinema. La preclusione di alcuni diritti, anche fondamentali, oltre a quelli secondari al tempo libero, deriva anche nel caso del pass sanitario da una decisione legislativa. Se ricevo danni dal vaccino che una direttiva governativa ha spinto a farmi esiste già, a prescindere dall’obbligo, un principio giuridico generale che chiama lo Stato a rispondere. Dunque anche le misure precedenti che si basavano sull’induzione e non sull’obbligo prevedevano una responsabilità statale poiché negavano delle libertà tramite legge».

L’altra questione è il consenso informato. Ha ancora senso per gli “obbligati”?

«A questo proposito sarebbe il caso di intervenire con maggiore chiarezza. Uno dei problemi del periodo pandemico è il cambiamento continuo di normative e direttive. Tra le attuali zone opache c’è ora sicuramente anche quella del consenso informato. Il principio che spinge a chiedere il consenso per un trattamento è il garantirsi che il singolo cittadino accetti di ricevere la cura essendo a conoscenza delle possibili conseguenze negative. Ma ora qui non ho nulla da accettare, gli over 50 sono obbligati ad accettarli. Va da sé che mantenere il consenso informato attualmente non ha più molto senso».

Lei sembra incoraggiare la scelta del criterio anagrafico per l’obbligo. Sarà la strada più giusta da perseguire in futuro anche dal punto di vista giuridico?

«Credo di sì. Se i dati non cambieranno l’idea di estendere ai 40enni e così via mi sembra la strada che più rispecchia l’idea di un diritto diversa dal concetto di costrizione fine a sé stessa. Certo è che in tutta questa situazione un punto di crisi fondamentale rimane».

Qual è?

«In democrazia dove c’è potere c’è sempre una responsabilità politica a cui andare incontro. Chi ha potere deve rispondere del suo operato e lo fa attraverso le elezioni. Qui abbiamo un governo con un capo tecnico e non votato dal popolo. Questo un problema di fondo lo crea, oltreché un’anomalia su cui è sempre bene riflettere. È vero anche che la responsabilità politica nel nostro caso specifico verrà riconosciuta ai partiti che hanno appoggiato il leader Draghi, ma quella del capo del governo in ogni caso non ci sarà. A meno che si ritrovino a dover scegliere un partito con a capo Mario Draghi, ma lo vedo piuttosto improbabile. Il punto di crisi dunque è questo: un potere esercitato senza responsabilità politica rispetto agli elettori. Un’anomalia ma al tempo stesso un meccanismo quasi inevitabile in tempi di profonda emergenza come quello che stiamo vivendo».

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