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E alla fine anche Mara Carfagna lascia Forza Italia: «Non voglio che il mio paese somigli all’Ungheria di Orbán»

La ministra per il Sud all’attacco: la destra liberale ha abdicato al sovranismo

Dopo l’addio di Mariastella Gelmini e di Renato Brunetta le voci su altri abbandoni autorevoli in Forza Italia erano state cancellate da Licia Ronzulli. La pasionaria del Cavaliere, accusata di aver detto «prenditi uno Xanax» alla ministra degli affari regionali, aveva smentito il possibile saluto di Mara Carfagna. Che invece arriva oggi, insieme a un J’Accuse a Berlusconi e al centrodestra. Anche se ufficialmente nell’intervista rilasciata a Repubblica dice «tirerò le somme a breve», per la ministra del Sud del governo Draghi «la riflessione che sto facendo parte da due dati di fatto: gli applausi di Putin alla crisi e le centinaia di messaggi di sindaci e imprenditori che da giorni mi dicono “ma siete impazziti?”». E ancora: «Ora mi chiedo: ha un senso proseguire una battaglia interna? O bisogna prendere atto di una scelta di irresponsabilità e instabilità, fatta isolando chi era contrario, e decidere cosa fare di conseguenza?».


Il lungo addio

Il lungo addio di Carfagna a Forza Italia passa per le «cose pratiche, concrete, che bisognava mettere in sicurezza prima del voto del marzo prossimo e rivendicare come successi un minuto dopo. Era questo l’esame di maturità che FI avrebbe dovuto chiedere a Lega e FdI: dimostriamo agli italiani, all’Europa e all’Occidente che siamo un fronte responsabile, serio, capace di rispettare i patti fino in fondo. Si è fatto il contrario. Ciò che conta ora è ripristinare l’affidabilità italiana, messa gravemente a repentaglio dalla crisi e da chi l’ha provocata». Per la ministra «Meloni ha tutto il diritto di proporre la sua premiership: se l’è guadagnata, guida un partito che ha ampiamente sorpassato la Lega e ha il triplo di voti di FI. A Draghi si è sempre opposta, per molti versi è la più coerente. Ma la sua idea dell’Italia non è la mia. Io penso che l’Italia non debba somigliare all’Ungheria di Orbán, ma alla Germania di Merkel».


E ancora: «Penso che Steve Bannon sia un cattivo maestro. Penso che l’integrazione politica ed economica europea siano un’ancora di salvezza, non un pericolo per il nostro Paese». E secondo la ministra «la mancata fiducia a Draghi indica la rinuncia a ogni autonomia della componente liberale dalla destra sovranista. Fino al 19 luglio FI non avrebbe avuto alcun dubbio sulla linea in caso di problemi del governo: favorire la conclusione ordinata della legislatura, mettere in sicurezza famiglie e imprese, sostenere il premier più rispettato d’Europa per poi poterne rivendicare i successi in campagna elettorale. Dal 20 luglio il Rubicone è stato varcato. È stata fatta una scelta di totale discontinuità con la nostra storia e con le nostre relazioni europee e occidentali».

L’approdo da Calenda?

Infine, nel colloquio con Francesco Bei arriva una risposta a Carlo Calenda, che si era augurato il suo approdo nel fronte repubblicano: «Credo che l’esperienza del governo di salvezza nazionale, una esperienza davvero patriottica fondata su una visione concreta dei problemi e degli impegni internazionali dell’Italia, meriti un secondo tempo. Ci serve più europeismo e più credibilità verso ogni nostro alleato. È necessario affrontare le grandi questioni dello sviluppo, delle tasse, del lavoro, per risolverle e non per fare propaganda. Il mio “fronte” è questo, questa sarà la mia battaglia del futuro».

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