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Chi è Gustavo Petro, il primo presidente di sinistra che da stanotte guida la Colombia – Il video

Al fianco dell’economista leader della coalizione di sinistra Pacto Histórico, la vicepresidente Francia Márquez, prima donna nera a ricoprire la carica in nel Paese

Ieri, 7 agosto, la Colombia ha segnato sul calendario una giornata storica: per la prima volta nella storia del Paese si è insediato un presidente di sinistra. Il suo nome è Gustavo Petro e sostituirà il conservatore Iván Duque Márquez. 62 anni, economista e leader della coalizione di sinistra Pacto Histórico, Petro, che è stato sindaco di Bogotà per tre anni e precedentemente si era candidato due volte alla presidenza, ha anche un passato da guerrigliero nel Movimento 19 aprile (M-19), un gruppo rivoluzionario che si ritirò dalla lotta armata negli anni ’90. Al suo fianco si è insediata la vicepresidente Francia Márquez, attivista, avvocata e politica afrocolombiana che sarà la prima donna nera a ricoprire la carica in Colombia (e la seconda in tutto il Sudamerica), rappresentando un importante riscatto per la minoranza afro-discendente del Paese, storicamente sottorappresentata.


Di fronte a una folla in festa e alle maggiori cariche del Paese e di tutto il Sudamerica, Petro ha prestato giuramento nelle mani del presidente del Senato, Roy Barreras, che successivamente ha sottolineato che «per la prima volta dall’indipendenza si insedia un presidente progressista, democratico e di sinistra». Petro, che ha concentrato tutta la sua campagna elettorale sulla riforma agraria e la redistribuzione delle risorse naturali (questione centrale in un Paese profondamente diseguale dal punto di vista della distribuzione della terra), sulla transizione energetica e su una maggiore parità di genere nel Paese, nel suo primo discorso da presidente ha ribadito che si impegnerà per ridurre le disuguaglianze, combattere il cambiamento climatico e contrastare il traffico di droga internazionale, come le bande criminali e i gruppi armati che ancora seminano il terrore nel Paese.


Il primo discorso

Il presidente si è detto emozionato di «essere oggi su questa piazza vicino alla spada del Libertador Simón Bolívar, che deve restare sguainata, e rimessa nella sua custodia solo quando si sia raggiunta la pace». «E’ ora del cambiamento – ha proseguito – e possiamo realizzarlo insieme e in pace, contraddicendo quelli che dicevano che mai avremmo potuto raggiungere il potere. Se abbiamo potuto raggiungere l’obiettivo della presidenza, possiamo cercare di raggiungere un accordo di pace che metta fine a sei decadi di conflitto interno». Il riferimento è agli Accordi di pace del 2016 che avrebbero dovuto mettere fine a 60 anni di sanguinosa guerra civile con il principale gruppo armato della Colombia, le Farc, dalla quale dissoluzione, in seguito alla firma del trattato, sono nati due fronti dissidenti.

Petro ha ricordato che la Commissione della Verità ha calcolato che il conflitto interno ha causato un bilancio di 800 mila morti. «Noi vogliamo costruire un Paese della vita e non della morte», ha sottolineato, rivolgendo un appello a tutti i gruppi armati attivi nel Paese perché accettino «un cammino di dialogo e di pace in cambio di benefici da parte della giustizia». Riguardo al narcotraffico, Petro ha sostenuto che «in 40 anni è morto un milione di persone in scontri armati, mentre in Nord America sono morte 70 mila persone per overdose». E ha parlato della necessità di «nuovi trattati internazionali riguardanti la politica di contrasto al narcotraffico», dato che la politica antidroga applicata finora «è stata un fallimento».

Foto di copertina: EPA/Mauricio Duenas Castaneda

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