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No! Questo studio non dimostra un legame tra i vaccini anti Covid e presunte alterazioni genetiche stabili

Come al solito i No vax hanno distorto e ingigantito i risultati di uno studio

Diversi media continuano a dare spazio a presunte prove scientifiche per dichiarare pericolosi i vaccini a mRNA contro il nuovo Coronavirus. In uno screenshot condiviso sui social leggiamo di «sieri» che «provocano alterazioni genetiche stabili» e che «Sarebbero la causa di cambiamenti immunologici». Oltre all’impegno di usare sistematicamente il termine sbagliato per definire questi farmaci (comunque la si pensi i vaccini non sono «sieri»), si continua a considerare fonti che non possono dimostrare alcun effetto negli esseri umani, come un recente studio basato su 15 topi della Thomas Jefferson University di Philadelphia, apparso su Plos Pathogenes, che non parla né di vaccini Covid né di alterazioni genetiche vere e proprie. I biologi molecolari Aureliano Stingi e Francesco Cacciante spiegano a Open perché si tratta di uno studio inconsistente e come «qualsiasi persona abbia studiato le basi dell’immunologia si sarebbe resa conto che non può dimostrare una pericolosità nei vaccini».

Per chi ha fretta:

  • Lo studio in oggetto si basa su 15 topi.
  • Nell’esperimento non si usano né vaccini Covid, né Coronavirus.
  • Nell’esperimento vengono usate delle particelle lipidiche che non risultano le stesse usate per i vaccini anti Covid-19.
  • Il protocollo di sperimentazione confronta le risposte immunitarie dei topi a un virus influenzale e alla Candida albicans, che però è un fungo.
  • I ricercatori trovano nei topi una immunità al virus influenzale mediante cellule B, con ridotta espansione delle cellule T, cosa già nota e perfettamente nella norma.
  • La trasmissione dell’immunità alla generazione successiva vista nello studio non c’entra niente con le alterazioni genetiche stabili.

Analisi

Chi dà peso all’articolo di Plos Pathogenes lo fa probabilmente in nome di un mal celato principio di precauzione, che non ha molto senso, visto che dopo milioni di dosi somministrate nel mondo, a seguito di precedenti studi clinici (cioè, su migliaia di persone) non si vedono gli eventi avversi suggeriti nella pubblicazione. Ci troviamo di fronte all’ennesimo studio pre-clinico sui topi, dove si analizzano i presunti effetti delle nanoparticelle lipidiche contenute nei vaccini (LNP), le quali veicolano l’mRNA destinato a essere letto nelle cellule per produrre le proteine Spike. Qualcosa di simile è stato fatto distorcendo il senso degli studi pre-clinici di bio-distribuzione (trovate un recente esempio qui).

Uno dei post che condivide l’articolo riguardante lo studio.

Cosa “scoprono” i ricercatori

Leggiamo ora come gli autori hanno svolto la loro ricerca utilizzando LNP proprietarie, cioè particelle lipidiche diverse da quelle utilizzate nei vaccini anti Covid-19 Pfizer e Moderna. Si notano anche risultati contraddittori, rispetto a come lo studio viene presentato da chi ne esalta le scoperte:

La pre-esposizione agli mRNA-LNP ha portato all’inibizione a lungo termine delle risposte immunitarie adattative, che l’uso di adiuvanti potrebbe superare. […] D’altra parte, segnaliamo che dopo la pre-esposizione agli mRNA-LNP, la resistenza dei topi alle infezioni eterologhe con virus dell’influenza è aumentata, mentre la resistenza alla Candida albicans è diminuita. […] È interessante notare che i topi pre-esposti agli mRNA-LNP possono trasmettere i tratti immunitari acquisiti alla loro prole. In sintesi, la piattaforma del vaccino mRNA-LNP induce cambiamenti immunologici a lungo termine che possono influenzare sia le risposte immunitarie adattative che la protezione eterologa contro le infezioni, alcune delle quali possono essere ereditate dalla prole.

Lo studio non tratta affatto i vaccini Covid, inoltre infettano i topi con un virus influenzale e fanno il “controllo” con la Candida albicans, che invece è un fungo. «Loro sperimentano l’adiuvante LNP – ci spiega Stingi -, comunque nell’esperimento dimostrano che gli mRNA-LNP proteggono i topi dall’influenza, mentre sarebbero più suscettibili alla Candida. Tutto questo non dimostra niente riguardo ai vaccini Covid». Bisogna vedere anche il tipo di dosaggio utilizzato, in modo da fare le debite proporzioni rispetto agli esseri umani. «C’è anche da considerare la statistica: loro usano 15 topi – continua Stingi -. Cosa vorresti dimostrare con un campione così piccolo? Poi c’è il problema dei dosaggi. Loro iniettano 2,5 microgrammi (μg). È una quantità troppo alta in proporzione alle dosi somministrate agli umani».

Uno studio inconsistente

I ricercatori comunque parlano di alterazioni ereditarie. Va bene il dosaggio esagerato, ma è davvero possibile? «Intanto non parlano di alterazioni geniche – ci spiega Cacciante -, alla fine dell’articolo quel che trovano è l’immunizzazione. Si tramanda invece la risposta immunitaria». Però loro trovano anche qualcosa che non va nelle difese immunitarie dopo un certo periodo di tempo. «La loro idea è che se si immunizza prima, il sistema immunitario si indebolisce – continua Cacciante -, tutto questo loro lo dimostrerebbero in una maniera a mio parere un po’ buffa. Vedono una riduzione delle cellule T (Helper e Natural Killer). In realtà si riduce la loro espansione. Tutto questo è previsto. Infatti quando fai un vaccino si espandono le popolazioni di cellule B, ovvero quelle che producono gli anticorpi: una risposta immunitaria estremamente specifica. Le cellule T aiutano le B a produrre anticorpi». Una delle ragioni per cui è importante la vaccinazione è che garantisce una risposta specifica all’antigene (nel nostro caso la Spike del SARS-CoV-2), mentre affidarsi alla mera immunità naturale non si è rivelata una buona idea. Lo abbiamo spiegato in precedenti articoli, per esempio qui, qui e qui.

Problemi di metodo

Veniamo ora all’esperimento riportato nello studio. Avevamo accennato che qualcosa non andava. «Loro infettano i topi col virus dell’influenza per via nasale e vedono che rispondono bene – continua Cacciante -. Però vedono che la risposta innata è diminuita; e loro questo lo dimostrerebbero iniettando la Candida intravenosa (Sic!). Perché intravenosa? E perché usano un fungo? Se si tratta di un protocollo standard io non lo conosco. Loro trovano due risultati: un aumento della risposta immunitaria all’influenza e una riduzione alla Candida; poi quando guardano la possibilità di trasmissione alla generazione successiva la vedono per l’immunità all’influenza, ma non riportano niente riguardo alla Candida. A essere maliziosi sembrerebbe che non abbiano trovato quel che volevano vedere».

È difficile capire a questo punto cosa volessero esattamente mostrare i ricercatori. «Forse volevano dimostrare che il vaccino inibisce la risposta immunitaria innata – continua Stingi -, inoltre questo “danno” verrebbe trasmesso alle generazioni successive. Sembrano strizzare l’occhio a chi pensa che i vaccini causino modifiche genetiche. Ma al massimo sono “epigenetiche”, nel senso che trasferisci qualcosa alla prole come la mamma quando trasferisce al feto determinate sostanze che ha assunto, danneggiandolo».

Conclusioni

Uno studio pre-clinico basato su appena 15 topi – dove non si usano vaccini Covid, né si infettano le cavie col SARS-CoV-2 -, che non mostra nulla di nuovo, è stato raccontato da alcuni media diffondendo pericolose affermazioni su presunte alterazioni genetiche stabili associate ai vaccini. Facendo un paragone, questo studio potrebbe valere quanto una ricerca su un tipo di pasta utilizzando negli esperimenti un’altra di marca e di produzione diversa.

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