Trump? «Con lui colloquio piacevole. E tanto non punta sulla Machado». «Protetto da un bunker infallibile: quello di Dio». L’ultima intervista di Nicolas Maduro – Il video
È l’ultima intervista che Nicolas Maduro ha concesso da uomo ancora in libertà. Un’ora e un quarto in video su un’auto guidata dall’uomo che era ancora presidente del Venezuela. A fargli le domande nel sedile di fianco al guidatore un giornalista spagnolo, Ignacio Ramonet, che per molti anni è stato direttore di Le Monde diplomatique. Sui sedili posteriori la moglie di Maduro, Cillia Flores, che più volte lui chiama affettuosamente “Cilita”, e quello che Maduro chiama “un filosofo e un poeta”, Alfred Nazareth Nanez che in realtà è soprattutto un politico, nonché il ministro delle Comunicazioni del Venezuela.
Il leader venezuelano: «Ho un bunker infallibile: mi protegge Dio Onnipotente»
Dalla lunga intervista dopo il blitz di Donald Trump molti media spagnoli hanno estratto un solo frammento. Quello in cui l’intervistatore chiedeva a Maduro se temesse per la sua vita personale con i venti di guerra americani in corso, e lui rispondeva: «Ho un bunker infallibile». Il video da tutti è troncato così, a sfottò di quello che il mondo avrebbe visto poche ore dopo. In realtà Maduro non si riferiva ad un rifugio-bunker (da cui gli americani lo avrebbero poi prelevato). La frase completa è questa: «Ho un bunker infallibile: Dio onnipotente, ho consegnato il Venezuela al nostro Signore Gesù Cristo. Lui è il Re dei re, il Re della nostra patria. Mi affido a lui ogni giorno, affido la nostra patria sempre, non ora, sempre». Gran parte dell’intervista poggia proprio su uno slogan sinistro, che riecheggia altri tempi e altri dittatori: «Dio è con noi». Maduro fa vedere al giornalista spagnolo, passandoci davanti, la chiesa «dove son stato battezzato e ho fatto la prima comunione», poi il liceo religioso dedicato a San Pietro dovrebbe avrebbe studiato. E lì vicino pure la casa «di 50 metri quadrati» dove è nato e cresciuto, in un palazzo popolare «costruito dagli italiani che erano arrivati qui all’inizio degli anni Cinquanta. C’erano molti italiani miei vicini di casa, e ho subito imparato la loro lingua. Amo l’Italia. E c’erano anche portoghesi: ho imparato anche la loro lingua, e la parlo con i compagni brasiliani».
Il colloquio «piacevole» con Trump nella telefonata del 21 novembre

Maduro nel video alla guida della sua auto racconta anche l’unica occasione di rapporto diretto con Donald Trump. «Ho visto delle speculazioni su una seconda conversazione con Donald Trump. Noi abbiamo avuto una sola conversazione. Mi ha chiamato venerdì 21 novembre dalla Casa Bianca, lui era lì e io ero al Palazzo Miraflores. Abbiamo parlato per dieci minuti ed è stata una conversazione, come ho detto, rispettosa. Molto rispettosa. E credo che quella conversazione sia stata persino piacevole. Ma da lì in poi gli sviluppi post-conversazione non sono stati piacevoli». Il dittatore venezuelano ha capito bene a cosa mirasse il presidente Usa: «Cosa cerca l’attuale governo degli Stati Uniti con tutte queste minacce insolite, illegali, come è stato detto, e anche stravaganti? Lo ha detto lui stesso. Si tratta solo della questione del petrolio: lui è contrario alla nazionalizzazione, che per altro non abbiamo fatto né io né Chavez, perché risale agli anni Settanta». Ma il 31 dicembre Maduro è ancora convinto che si possa trattare con Trump: «Negli Stati Uniti devono sapere che se vogliono accordi globali di sviluppo economico anche qui in Venezuela. Beh, se un giorno ci fosse razionalità e diplomazia, si potrebbe perfettamente discuterne». Però «nel mondo occidentale devono capire che non si può cercare di imporre tutto con la dottrina Monroe, né con alcuna dottrina, un nuovo modello coloniale, un nuovo modello egemonico, un modello in cui i paesi devono rassegnarsi a essere colonie di una potenza e noi popoli schiavi di nuovi padroni. Questo è impraticabile nel XXI secolo. Totalmente impraticabile».
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I piani di Maduro per il futuro, e la certezza che Trump non avrebbe scelto la Machado
Altra certezza da questa intervista: Maduro non immaginava il 31 dicembre che si fosse così vicini allo scontro con gli Usa. E ovviamente non aveva alcuna ipotesi nemmeno lontanamente simile a quanto sarebbe poi accaduto il 3 gennaio. Anzi, continua a fare progetti sui mesi successivi. Perfino banali: parla di un giro di vite sulla sicurezza stradale perché a Caracas troppi viaggiano in motorino, e a dicembre ci sono stati troppi incidenti mortali. Racconta al giornalista spagnolo i progetti di business: «Ti confesso un segreto: abbiamo un’intelligenza artificiale avanzata e big data, l’intelligenza artificiale di molti paesi non è complicata da avere. Abbiamo la tecnologia». Ed è convinto che Trump non abbia alternativa al suo regime per il futuro del Venezuela. Men che meno quella della Machado. «Devono sapere», sostiene Maduro, «che questa persona che hanno messo a capo, la leader della destra, è molto isolata e ripudiata in Venezuela. Oggi potremmo dire che gli Stati Uniti non hanno alcuna forza politica alleata in Venezuela perché questa signora di nome María Machado, che in Venezuela chiamano la Sayona, ha l’85% di rifiuto, di totale ripudio da parte della società venezuelana. Né lei né ciò che rappresenta avrebbero mai la capacità di governare questo Paese. So che loro lo sanno, lo sanno al nord e in generale lo sanno in tutto il mondo».
